Contro Giuliano

Indice

Libro V

8.31 - La bontà del matrimonio è distinta dal male della concupiscenza

Dopo aver citato altre mie parole, hai creduto di poter confutare la mia distinzione tra il matrimonio e la concupiscenza dei primi uomini che presentavo in questi termini: "Quello che in seguito hanno fatto per la propagazione è il bene del matrimonio; quello che prima avevano coperto per la vergogna, invece, è il male della concupiscenza".11

Hai pensato di confutare questa affermazione dicendo: "Non è possibile che una cosa buona non abbia la lode insieme all'altra cosa senza di cui non può esistere".

Praticamente vorresti accomunare nella lode il matrimonio e la concupiscenza.

Osserva un po' come questa tua tesi, che pare definitiva, va a rotoli.

Tutte le cose create da Dio, innanzitutto, non possono essere immuni da mali, ma non per questo detti mali possono essere accomunati ai beni nella lode.

Se è impossibile poi che una cosa buona non abbia la lode insieme all'altra cosa senza di cui non può esistere, ne segue che è impossibile che una cosa cattiva non abbia il disprezzo insieme all'altra cosa senza di cui non può esistere.

Disprezziamo dunque le opere di Dio così come disprezziamo i mali che non possono esistere senza di quelle.

Nessun male infatti esiste se non in un'opera di Dio, né può esistere altrove fuori di essa.

Per non andare lontano, disprezza le membra umane come disprezzi l'adulterio, che non può aversi senza di esse.

Se rifiuti di farlo per non apparire manifestamente insano anche a te stesso, devi ammettere che il bene del matrimonio può non avere la lode insieme alla libidine, di cui ora non può fare a meno, così come qualsiasi male può non avere il disprezzo insieme all'opera di Dio, senza di cui non può mai esistere.

Dimostrata falsa e vuota la tua asserzione, saranno false e vuote tutte le conseguenze che ne hai dedotte.

8.32 - Il piacere della carne può essere vinto

Non ho mai detto che "il piacere della carne è invincibile", come calunniosamente mi fai abitualmente dire.

Entrambi affermiamo che esso può e dev'essere vinto.

Tu però parli di un bene che si oppone ad un bene, io invece di un male che si oppone ad un bene.

Tu dici che può essere vinto con le proprie forze, io invece che può esserlo solo con la grazia del Salvatore, cosicché sia vinto non da un'altra riprovevole voglia, bensì dall'amore di Dio che si è riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo elargitoci, ( Rm 5,5 ) e non per mezzo delle nostre forze.

8.33 - Giuliano di nuovo si appella all'insegnamento dei filosofi

"Inutilmente ti affanni - mi dici - di aver dimostrato qualcosa sulla testimonianza dell'Apostolo, circa la vergogna di quei primi uomini ed il nascondimento delle parti delicate".

Tu infatti chiami "meno decenti" quelle parti che egli dichiara disoneste, ma su questo abbiamo già ampiamente discusso.12

Inutilmente ritorni ancora una volta a Balbo ed alla letteratura dei filosofi,13 quasi che Balbo ti restituisca la parola quando non puoi trovare altro da dire sulla vergogna di quei primi uomini.

Volesse il cielo che almeno ti arrendessi a talune opinioni veritiere dei filosofi e le ascoltassi a cuore aperto!

Essi hanno chiamato lusinga ed esca del male i piaceri, e parte viziosa dell'anima la libidine.

Balbo ha detto che nel nostro corpo gli organi della digestione sono alieni dai sensi.

Questo è vero in quanto il cibo che digeriamo non alletta i nostri sensi, ma li disgusta.

Proprio per questo la parte attraverso cui il cibo viene espulso è naturalmente occultata dalle altre parti sporgenti, così come avveniva anche quando erano nudi ma non si vergognavano.

Subito dopo il peccato, i primi uomini hanno coperto non le membra nascoste, ma quelle poste allo scoperto.

Quanto più la vista di esse offriva diletto anziché paura, e quanto più eccitava la tua protetta, tanto più diventava compito del pudore il coprirle.

8.34 - L'intenzione e l'opera degli sposi cristiani

Se non agisci per inganno, non hai compreso affatto quello che ho detto "sulla claudicazione ed il raggiungimento".14

Con "raggiungimento" non ho inteso significare l'uomo che nasce dall'unione coniugale, come pensi o fingi di pensare, ma semplicemente il bene che è insito nel fine del matrimonio, anche se da esso non nasce nessuno.

Compito dell'uomo è porre il seme, compito della donna riceverlo.

Qui termina l'opera dei coniugi.

Fin qui, io ho detto, non è possibile arrivare senza zoppicare, vale a dire, senza la libidine.

Che il feto sia concepito e possa nascere è opera di Dio, non dell'uomo.

Con questo intento e con questa volontà, tuttavia, il matrimonio compie anche il bene che appartiene alla sua opera.

Ma poiché lo stesso feto nasce per la condanna finché non rinasce, il matrimonio cristiano, non per opera propria, come il camminare, ma per il fine della volontà arriva a generare coloro che dovranno essere rigenerati.

Per questo in esso c'è la vera castità, quella cioè che piace a Dio.

Senza la fede, infatti, è impossibile piacere a Dio. ( Eb 11,6 )

9.35 - Lo scopo dell'unione coniugale non è il piacere della carne, ma la volontà della prole

Dopo di questo arrivi al punto dove ho parlato della testimonianza dell'Apostolo: Ciascuno sappia possedere il proprio corpo - la propria consorte cioè - non seguendo la spinta della concupiscenza come i pagani che non conoscono Dio. ( 1 Ts 4,4-5 )

Commentando queste parole scrivevo: "Non è stata proibita l'unione coniugale, l'accoppiamento cioè onesto e lecito, ma solo che la sua finalità sia il piacere della carne e non la volontà della prole.

Quello che non può essere compiuto senza la libidine, lo si compia, ma non per la libidine".15

A questo punto tu esclami: "O profondità delle ricchezze della sapienza e della scienza di Dio! ( Rm 11,3 ) che, al di fuori della futura retribuzione delle opere, ha voluto che per larga parte il libero arbitrio esercitasse una forma di giudizio.

Molto giustamente, infatti, il buono e il cattivo sono lasciati a se stessi affinché il buono possa godere di se stesso ed il cattivo possa patire di se stesso".

La tua esclamazione esula dalla questione da cui ti senti pressato e col tuo grido non riesci a sollevare il peso da cui sei oppresso, tenendo stretto tra i denti il vostro domma secondo il quale, per decreto divino, è lasciato a se stesso anche l'uomo buono così che non gli sia necessaria la grazia di Dio, come se fosse capace di agire da solo.

Ma non è così. Quelli invero che sono lasciati a se stessi ed agiscono da sé non sono buoni perché non sono figli di Dio.

Sono infatti quanti vengono mossi dallo Spirito di Dio i veri figli di Dio. ( Rm 8,14 )

Voglio sperare che in questa affermazione riconoscerai il domma dell'Apostolo dal quale è sconfitto il vostro domma.

9.36 - Peccati e pene di peccati

In te tuttavia c'è una contraddizione che non posso passare sotto silenzio.

Ricordi quanto a lungo hai parlato contro una chiarissima verità dedotta dall'Apostolo, dicendo: "In nessun modo può avvenire che una cosa sia ad un tempo peccato e pena del peccato"?

Perché mai ora, dimentico di tanta tua loquacità, esalti la profondità delle ricchezze della sapienza e della scienza di Dio, che, "al di fuori della futura retribuzione delle opere, ha voluto che per larga parte il libero arbitrio esercitasse una forma di giudizio?

Molto giustamente infatti - secondo le tue parole - il buono e il cattivo sono lasciati a se stessi affinché il buono possa godere di se stesso per l'opera buona, ed il cattivo possa patire di se stesso per l'opera cattiva".

Per lui senza dubbio questo è peccato perché compie il male, ed è pena del peccato perché ne soffre in se stesso, cosicché per gran parte il giudizio, col quale il bene viene retribuito col bene ed il male col male, compete al libero arbitrio in virtù del quale il buono, agendo rettamente, gode di se stesso e il cattivo, peccando, soffre di se stesso.

Ti rendi conto come, con vuota iattanza, vai ventilando le tue armi sterili e spuntate e ti esponi senza difesa alle ferite o addirittura sei tu stesso a ferirti?

E poi dici che le mie parole sono contraddittorie perché ho detto, certamente non come tu mi calunni, che "l'unione dei corpi è stata scoperta dal diavolo", dal momento che anche se nessuno avesse peccato, non altrimenti i figli sarebbero nati se non con l'unione dei due sessi.

Io invece ho detto che "la disobbedienza della carne, che nel corpo ci si presenta in contrasto con lo spirito, è stata causata dalla ferita del diavolo".

Ho detto inoltre che "questa legge del peccato in contrasto con la legge della mente è stata da Dio inflitta per vendetta e che perciò è pena del peccato".

Affermi che queste parole sono contraddittorie: quasi che sia impossibile che un unico ed identico male sia inflitto ai peccatori dalla cattiveria del diavolo e dalla giustizia di Dio.

Eppure lo stesso diavolo è ostile all'uomo per la sua cattiveria ed anche perché dal decreto divino gli è stato permesso di nuocere ai peccatori.

Sotto questo aspetto non sono contraddittorie neppure le parole della Scrittura che dicono: Dio non ha fatto la morte, ( Sap 1,13 ) e: La vita e la morte sono da Dio. ( Sir 11,14 )

Ingannatore dell'uomo, il diavolo è causa della morte che Dio ha introdotto non quale suo primo autore, ma quale vendicatore del peccato.

Abbastanza lucidamente in verità, tu stesso hai risolto questa questione affermando che l'uomo cattivo è stato lasciato a se stesso, cosicché l'essere a se stesso supplizio deriva dal giudizio di Dio e dal libero arbitrio, e che non è contraddittorio il fatto che della pena egli ne è l'autore e Dio il vendicatore.

9.37 - Confusione tra volontà e voluttà

Tu però abusi delle menti più deboli.

Non voglio dire infatti che anche tu non capisci fino a non distinguere queste due parole, e che con maligna furbizia o tenebrosa cecità le confonda, volontà, cioè, e voluttà.

Come per i sordastri questi nomi suonano identici, così credi di poter convincere i cuori sordastri che esse hanno lo stesso significato.

Da qui credi o vuoi che si creda che le mie tesi sono contraddittorie, quasi che riprovi quello che prima approvavo o abbracci quello che prima respingevo.

Ascolta dunque la mia chiara opinione, e comprendila o almeno lascia che gli altri la comprendano, evitando di spargere dinanzi alla serenità di una sincerissima verità la caligine di una nebulosa disputa.

Come è cosa buona fare buon uso delle cose cattive, così è cosa onesta fare buon uso delle cose disoneste.

Per questo l'Apostolo ha dichiarato disoneste le stesse membra, ( 1 Cor 12,23 ) non per la bellezza dell'opera divina, ma per la sozzura della libidine.

Né i casti sono spinti dalla necessità agli stupri: per non essere spinti a commettere cose disoneste, resistono alla disonesta libidine, senza la quale tuttavia non possono onestamente procreare i figli.

Così accade che per i coniugi casti c'è la volontà nella procreazione e la necessità nella libidine.

Da un fatto disonesto, quindi, si ha l'onestà della procreazione quando la castità non ama ma tollera la libidine dell'unione.

9.38 - La procreazione non dev'essere fatta per il piacere

Volentieri sei solito ricordare frasi di autori pagani che credi possano esserti di giovamento.

Per quanto ti è possibile, rifletti con cuore sincero su quello che il poeta ha cantato di Catone: Per la città è padre, per la città marito; amante della giustizia, rigido custode dell'onestà, buono in tutto; in nessuna azione di Catone si insinuò e trovò parte alcuna l'innata voluttà.16

Che uomo sia stato Catone e se fu vera virtù e vera onestà quella lodata in lui, è un'altra questione.

A qualsiasi finalità abbia riferito i suoi doveri, è certo che non senza voluttà ha procreato i figli.

Pur tuttavia in nessuna azione di Catone si è insinuata o ha trovato parte alcuna l'innata voluttà, poiché quello che non faceva senza voluttà, non lo faceva per la voluttà.

Se è vero quello che si dice di lui, pur ignorando Dio, possedeva il suo corpo senza seguire la spinta della concupiscenza.

E tu non vuoi capire le parole dell'Apostolo: Ciascuno sappia possedere il proprio corpo, non seguendo la spinta della concupiscenza, come i pagani che non conoscono Dio. ( 1 Ts 4,5 )

9.39 - La bontà del matrimonio e della continenza

Rettamente distingui tra il bene coniugale che è minore e quello della continenza che è maggiore, ma ti ostini a non lasciare il tuo domma, grande nemico della grazia.

Dici infatti: "Il Signore ha onorato la gloria della continenza con la libertà della scelta, dicendo: Chi può intendere intenda", ( Mt 19,12 ) come se fosse possibile intenderlo per arbitrio della volontà e non per dono di Dio, ma passi sotto silenzio quello che aveva detto prima: Non tutti comprendono queste parole, ma solo coloro ai quali è dato. ( Mt 19,11 )

Nota cosa taci e cosa dici. Credo che la coscienza ti pungoli, ma la necessità di difendere ad ogni costo una tesi già distrutta vince il retto timore insinuando un pudore perverso.

A più riprese accusi l'eccesso della libidine, ma non smetti di lodarla e non ti accorgi, non senti, non comprendi che è male ciò a cui la temperanza deve porre un freno perché non oltrepassi il limite della necessità.

9.40 - La passione del desiderio

Hai creduto di poter riferire alla fornicazione e non al matrimonio l'esortazione dell'Apostolo affinché ciascuno possegga il proprio vaso non seguendo la spinta della concupiscenza.

Dall'unione dei coniugi sottrai in tal modo tutta l'onestà della temperanza, poiché nessuno, per quanto impetuosa possa essere la libidine verso la moglie, crederà di possedere il proprio corpo seguendo la spinta della concupiscenza.

Se infatti avessi ritenuto che ivi fosse necessaria una certa moderazione, avresti potuto rimproverare l'eccesso della concupiscenza e dire che lo stesso male della concupiscenza è stato inteso dall'Apostolo, senza inopportunamente negare che nelle parole proprio vaso sia stata inclusa la propria moglie.

Anche l'apostolo Pietro adopera questa parola con significato identico quando ammonisce gli uomini ad onorare le mogli come vasi più fragili e come coeredi della grazia ed aggiunge: State attenti che non siano ostacolate le vostre preghiere. ( 1 Pt 3,7 )

Al pari del suo collega Apostolo, prescrive alla temperanza coniugale il tempo della preghiera e permette a mo' di concessione, sia pure solo col coniuge, l'unione fatta non per la generazione, ma per il piacere. ( 1 Cor 7,5-6 )

Questi ascoltino i coniugi cristiani e non te, che non vuoi sia frenata in essi la concupiscenza che difendi, ma sia assecondata ogni volta che si ecciterà e regni sovrana.

Questi ascoltino, ripeto, i fedeli cristiani uniti in matrimonio, perché di comune accordo cerchino la temperanza per dedicarsi alla preghiera.

Quando poi tornano al matrimonio per l'incontinenza, si ricordino che anche per questo dicono a Dio: Rimetti a noi i nostri debiti. ( Mt 6,12 )

Quanto è stato detto, da un Dottore così grande, infatti, è a mo' di concessione e non di comando, è tollerato, non comandato.

10.41 - I mezzi non giustificano i fini

Dopo aver citato altre mie parole nelle quali raccomandavo alla volontà dei coniugi veramente buoni, in quanto cristiani, di generare i loro figli in questo mondo affinché siano rigenerati in Cristo per l'altro,17 dichiari di aver già distrutto questa mia tesi nel tuo secondo libro.

I lettori che lo vogliono possono trovarvi la mia risposta.

È certo tuttavia che non è lecito commettere adulteri con l'intenzione di generare per la rigenerazione, così come non è lecito commettere furti con l'intenzione di sovvenire ai poveri, ai quali bisogna portare aiuto non rubando, ma facendo buon uso della ricchezza iniqua affinché essi accolgano negli eterni padiglioni. ( Lc 16,9 )

Alla stessa maniera, non con l'adulterio, ma con il buon uso del male della libidine bisogna generare i figli per regnare con essi in eterno.

10.42 - Il piacere della carne sommerge la mente

Davvero con eleganza lodi la tua protetta quando, dicendo il vero, affermi che, "durante l'unione non è possibile pensare a nulla".

È la pura verità. Cosa si può infatti pensare in quel momento, quando la mente stessa è sommersa nel diletto carnale?

Molto a proposito, dunque, parlando del piacere, diceva Cicerone, citato nel precedente libro: Il suo eccitamento così come è il più forte, è il maggior nemico della filosofia.

Il grande piacere del corpo infatti non può andare d'accordo con il pensiero.

Mentre si fa uso di quel piacere, di cui nulla c'è di più forte, chi mai è capace di riflettere, di ragionare o di pensare qualche cosa?18

Alla libidine, che tu lodi, non avresti potuto fare accusa maggiore dell'ammettere che nel suo culmine non è possibile avere pensieri santi.

Un'anima religiosa che fa buon uso di questo male, medita quelle cose che sa di non poter meditare quando, nell'unione, deve tollerare la libidine.

Allo stesso modo l'uomo pensa alla sua salute prima di abbandonarsi al sonno, ben sapendo di non poterci pensare mentre dorme.

Il sonno però s'impossessa delle membra, ma non le rende ribelli alla volontà, dal momento che sottrae alla volontà stessa il potere di comandare, guidando l'anima alla visione dei sogni, nei quali frequentemente è stato mostrato anche il futuro.

Se nel paradiso c'era l'alternarsi della veglia e del sonno, laddove non c'era il male della concupiscenza, il sonno di chi dormiva era felice quanto la vita di chi era sveglio.

10.43 - Non sono responsabili i genitori se i figli nascono peccatori

Inutilmente ti adiri e spandi il tuo eloquio spumeggiante in cui "paragoni i genitori ai parricidi, riponendo in essi la causa per cui i figli nascono con la condanna".

La tua lingua ti trasporta come su ali esultanti e starnazzanti, ma, nello strepito che tu stesso produci, non guardi Dio.

Perché non rivolgi queste o simili accuse, più che ai genitori, al Creatore degli uomini che è autore e creatore di tutti i beni?

Non smette infatti di creare quelli che egli sa destinati al fuoco eterno, eppure a lui che li crea viene attribuita solo la bontà.

Non sottrae da questa vita per adottarli nel regno eterno neppure taluni bambini che egli prevede diventeranno apostati e non rende loro quel grande beneficio reso a colui del quale si legge: Fu rapito perché la malizia non gli mutasse la mente. ( Sap 4,11 )

Eppure a Dio viene attribuita solo la bontà e la giustizia con cui dal bene e dal male sa trarre solo il giusto bene.

Quanto si capisce più facilmente che ai genitori non si deve attribuire altro se non il desiderio di avere figli dei quali senza dubbio ignorano l'avvenire!

11.44 - Pena lievissima per i bambini morti senza battesimo

A proposito delle parole del Vangelo da te ricordate: Sarebbe stato meglio per quell'uomo non nascere, ( Mt 26,24 ) non credi che nella nascita [ di Giuda ] l'opera di Dio è stata più grande di quella dei genitori?

Per qual motivo, egli che conosceva il male a cui sarebbe andato incontro, cosa che i genitori non potevano sapere, non ha concesso alla sua immagine quello che sarebbe stato meglio?

Eppure chiunque pensa rettamente attribuisce a Dio solo quello che si può attribuire alla benevolenza del Creatore, mentre ai genitori, senza alcuna difficile investigazione, attribuisce solo l'aver voluto i figli, dei quali ignoravano l'avvenire.

Io non dico però che i fanciulli che muoiono senza il battesimo di Cristo debbano essere colpiti da una pena così grande che per loro sarebbe stato meglio non nascere, avendo il Signore detto questo non per peccatori qualunque ma per i più scellerati ed empi.

Se consideriamo, secondo quanto è stato detto per i sodomiti, e non per i sodomiti soltanto, che nel giorno del giudizio gli uni saranno puniti in maniera più lieve degli altri, ( Mt 10,15; Mt 11,24 ) chi può responsabilmente dubitare che i fanciulli non battezzati, immuni dall'aggravante di qualsiasi altro peccato personale, avendo solo il peccato originale, nella condanna avranno la pena più lieve di tutti?

Quantunque non sia possibile precisare quale e quanta sia la pena, non oserei dire che per essi sarebbe stato meglio non esistere affatto che essere lì.

Voi stessi, in verità, che li ritenete liberi da ogni condanna, non volete riflettere sulla condanna con cui di fatto punite tante immagini di Dio tenendole lontane dalla vita di Dio e dal suo regno e, per ultimo, separandole anche dai genitori pii, che con tanta eloquenza esorti a procreare.

Ingiustamente pertanto patiscono queste sofferenze se non hanno alcun peccato.

Se poi le soffrono giustamente, vuol dire che hanno il peccato originale.

11.45 - La fede nel Mediatore futuro e il sacramento per i bambini

Dopo avere citato altre mie parole nelle quali ricordavo con quanta onestà gli antichi santi Padri facevano uso delle mogli, dici che "essi non hanno procreato con la convinzione di generare dei figli macchiati di un reato destinato ad essere sciolto nel battesimo, per il semplice fatto che il battesimo con cui ora riceviamo l'adozione, non era stato ancora istituito".19

Quanto al battesimo questo è vero.

Ma non per questo si deve credere che, prima della circoncisione, quando in essi c'era la fede del Mediatore, che si sarebbe incarnato, i servi di Dio non abbiano aiutato i loro piccoli con un sacramento, che tuttavia, per qualche motivo necessario, la Scrittura ha voluto tenere nascosto.

Leggiamo infatti dei loro sacrifici, ( Lv 12 ) nei quali il sangue era figura di colui che solo toglie i peccati del mondo. ( Gv 1,29 )

Ancor più apertamente puoi leggere che, alla nascita dei bambini, da tempo si offrivano sacrifici per i peccati.

Per quali peccati? Rispondi.

Considera pure che i bambini nati da quei genitori sarebbero stati eliminati dal suo popolo se non fossero stati circoncisi entro l'ottavo giorno. ( Gen 17,14 )

E per qual motivo sarebbero stati eliminati se non erano soggetti ad alcun peccato originale?

12.46 - Il matrimonio di Maria e Giuseppe

Hai molte obiezioni da fare sulla mia affermazione riguardante Giuseppe, di cui, sulla testimonianza del Vangelo, ho detto che Maria è la moglie.20

Vorresti dimostrare che, "essendo mancata l'unione carnale, non si può parlare in alcun modo di matrimonio".

Secondo questo tuo punto di vista, pertanto, i coniugi quando smettono di unirsi non sono più coniugi ma divorziati.

Affinché questo non avvenga, pur vecchi decrepiti, facciano come meglio possono quello che facevano da giovani e da quest'azione, di cui tu che sei continente ti diletti un po' troppo, non si astengano neppure quando i loro corpi saranno sfiniti.

Per poter restare coniugi, non pensino di essere invecchiati per quanto riguarda l'incentivo della libidine.

Se ti piace così, giudica tu.

Per conto mio - siccome l'onestà umana consente di sposare per la procreazione dei figli, senza badare a come la debolezza cede alla libidine -, oltre alla fedeltà reciproca che i coniugi si debbono per non commettere adulteri, ed alla prole per la cui procreazione i due sessi debbono unirsi, trovo un terzo bene, che dev'essere presente nei coniugi, soprattutto in quelli che appartengono al popolo di Dio.

Bene che, secondo me, è un sacramento che impedisca di fare il divorzio dalla moglie che non può partorire21 e proibisca all'uomo, che non vuole avere più figli, di offrire la propria moglie ad altri per essere fecondata, come si dice abbia fatto Catone.22

Per questo motivo, in quello che sulla testimonianza del Vangelo ho chiamato matrimonio, sono presenti tutti e tre i beni: "La fedeltà, perché senza adulterio; la prole, lo stesso Cristo Signore; il sacramento, perché senza divorzio".

Ma non perché ho detto che tutto il bene, cioè il triplice bene del matrimonio è stato presente nei genitori di Cristo, si deve credere che io abbia detto, come osi insinuare, che "quello che avviene diversamente, deve ritenersi male".

Al contrario infatti dico che il matrimonio è un bene anche se la prole non si può avere che dall'unione carnale.

Qualora fosse possibile avere i figli diversamente e i coniugi continuassero ad unirsi, chiaramente cederebbero alla libidine e farebbero cattivo uso di quel male.

Siccome però i due sessi sono stati istituiti proprio per questo fine e un uomo non nasce se non dalla loro unione, i coniugi che si uniscono fanno buon uso di quel male.

Se poi dalla libidine cercano anche il piacere essi peccano venialmente.

12.47 - Maria vera sposa

Tu dici che "Giuseppe era marito soltanto nella opinione di tutti".

Vorresti dire che la Scrittura, nel dire che Maria era sua moglie, ha parlato secondo questa opinione e non secondo verità.

Crediamo pure che l'Evangelista abbia potuto far questo narrando la sua opinione o quella di qualsiasi altra persona, parlando secondo il pensiero degli uomini, ma l'Angelo, parlando da solo a solo, avrebbe potuto esprimersi contro la sua coscienza o contro quella di chi lo ascoltava, adeguandosi più alle opinioni che alla verità, quando gli ha detto: Non temere di prendere con te Maria, tua sposa? ( Mt 1,20 )

Qual bisogno poi c'era di riportare la genealogia fino a Giuseppe, ( Mt 1,16 ) se non per quella verità secondo cui nel matrimonio ha la preferenza il sesso maschile?

Per la verità hai avuto timore di toccare questo argomento, sebbene io l'abbia posto nel libro al quale rispondi.23

L'evangelista Luca dice del Signore che era creduto figlio di Giuseppe, ( Lc 3,23 ) perché riteneva che la gente lo pensasse generato dalla sua unione coniugale.

Ha intesoeliminare questa falsa opinione ma non negare, contro la testimonianza dell'Angelo, che Maria era moglie di quell'uomo.

12.48 - Il vincolo della fede coniugale

Anche tu, d'altronde, ammetti che "Maria ha preso il nome di moglie dalla fede dello sposalizio".

Questa fede indubbiamente è rimasta inviolata.

Quando si è accorto infatti che la sacra vergine era già stata fecondata per opera divina, Giuseppe non ha cercato un'altra moglie; non avrebbe certamente cercato neppure lei se non l'avesse ritenuta come sua sposa.

E neppure ha ritenuto rotto il vincolo della fede coniugale per il fatto che non aveva più speranza di unione carnale.

Di questo matrimonio pensa pure quello che vuoi, ma noi non diciamo affatto, come calunniandoci ci fai dire, che "esso è stato istituito in modo da poter esser tale pur senza l'unione dei due sessi".

La nostra controversia verte soltanto su questi punti: se nel paradiso, prima del peccato, la carne abbia avuto voglie contro lo spirito; se ora nei coniugi questo non avvenga quando l'eccesso della concupiscenza viene frenato dalla pudicizia coniugale; se non è un male quello alle cui sollecitazioni non si deve acconsentire perché non porti all'eccesso; se non nasca dalla e con la concupiscenza colui nel quale tu neghi sia insito alcun male; se un uomo possa essere liberato da un male ingenerato al di fuori della rigenerazione.

In tutte queste questioni la vostra empia innovazione viene soffocata dall'antica tradizione della verità cattolica.

Indice

11 Agostino, De nupt. et concup. 1,7,8
12 4.16,80-82
13 4,12,58
14 Agostino, De nupt. et concup. 1, 7,8
15 Agostino, De nupt. et concup. 1,14,16
16 Lucano, Pharsalia, 2, 388-391
17 Agostino, De nupt. et concup. 1,8,9
18 Cicerone, Hortensius, framm.
19 Agostino, De nupt. et concup. 1, 8,9
20 Agostino, De nupt. et concup. 1,11,12
21 Plutarco, Vitae (Cat.-Luc.) 2
22 Agostino, De nupt. et concup. 1,10,11
23 Agostino, De nupt. et concup. 1, 11,12