Formazione negli Istituti Religiosi

Indice

III - Le tappe della formazione dei Religiosi

A) Le tappe preliminari all'entrata in noviziato sua ragione di essere

42. Nelle circostanze attuali e in modo piuttosto generale, si può dire che la diagnosi della Renovationis causam1 conserva tutta la sua attualità: « La maggior parte delle difficoltà incontrate ai nostri giorni nella formazione dei novizi derivano dal fatto che essi, al momento della loro ammissione al noviziato, non possedevano quel minimo di maturità necessaria ».

Certamente, non si esige che il candidato sia in condizione di assumere immediatamente tutti gli obblighi dei religiosi, ma deve essere ritenuto capace di giungervi progressivamente.

Il poter giudicare su tale capacità giustifica che si diano il tempo e i mezzi per giungervi.

Questo è lo scopo della tappa preparatoria al noviziato, qualunque sia il nome che le si dia: postulato, prenoviziato, ecc.

Spetta unicamente al diritto proprio degli istituti precisarne le modalità di esecuzione ma, comunque sia, "nessuno può essere ammesso senza una adeguata preparazione ».2

43. Suo contenuto

Tenuto conto di quanto sarà detto ( nn. 86ss. ) sulla situazione dei giovani nel mondo moderno, questa tappa preparatoria, che non bisogna temere di prolungare, dovrà applicarsi a verificare e a chiarire alcuni punti che permettano ai superiori di pronunciarsi sull'opportunità e il momento dell'ammissione al noviziato.

Si baderà a non precipitare la data di questa ammissione né a differirla indebitamene, purché si giunga a un giudizio certo sulle garanzie offerte dalla persona dei candidati.

Questa ammissione comporta condizioni che vengono fissate dal diritto generale, e il diritto proprio può aggiungerne altre.3

I punti messi in risalto sono i seguenti:

- il grado di maturità umana e cristiana4 richiesto perché si possa iniziare il noviziato senza dover retrocedere al livello di un corso di formazione generale di base o di un semplice catecumenato.

Accade, infatti, che i candidati che si presentano non abbiano tutti compiuto la loro iniziazione cristiana ( sacramentale, dottrinale e morale ) e manchino di alcuni elementi di una vita cristiana ordinaria;

- la cultura generale di base, che deve corrispondere a quella che generalmente ci si attende da un giovane che ha ultimato la preparazione scolastica normale nel suo Paese.

Soprattutto, bisogna che i futuri novizi pratichino con facilità la lingua in uso durante il noviziato.

Trattandosi della cultura di base, converrà tuttavia tener conto della situazione di certi paesi o ambienti sociali dove il tasso di scolarizzazione è relativamente basso e dove, tuttavia, il Signore chiama dei candidati alla vita religiosa.

Bisognerà allora, nel medesimo tempo, essere attenti a promuovere la cultura senza assimilarla ad una cultura straniera.

E all'interno della loro propria cultura i candidati e le candidate devono riconoscere la chiamata del Signore e rispondervi in maniera originale;

- l'equilibrio dell'affettività, particolarmente l'equilibrio sessuale, che suppone l'accettazione dell'altro, uomo o donna, nel rispetto della sua differenza.

Sarà bene ricorrere ad un esame psicologico, rispettando il diritto di ciascuno a preservare la propria intimità;5

- la capacità di vivere in comunità sotto l'autorità dei superiori, in tale istituto.

Detta capacità certamente si verificherà meglio nel corso del noviziato, ma la questione si dovrà porre prima.

I candidati devono soprattutto sapere che, per donare tutta la propria vita al Signore, esistono altre vie oltre a quella di entrare in un istituto religioso.

44. Le forme di realizzazione

Possono essere diverse: accoglienza in una comunità dell'istituto, senza tuttavia condividerne tutta la vita, eccetto la comunità di noviziato che è sconsigliato per questo ( salvo il caso delle claustrali ); periodi di contatti con l'istituto o con qualcuno dei suoi rappresentanti, vita comune in una casa di accoglienza per candidati, ecc.

Ma nessuna di queste forme deve lasciar credere che gli interessati siano già diventati membri dell'istituto.

L'accostamento personale dei candidati ha, in ogni caso, più importanza delle strutture di accoglienza.

Uno o più religiosi provvisti della necessaria qualifica, saranno designati dai superiori a seguire i candidati e a discernere la loro vocazione.

Collaboreranno attivamente con il maestro o la maestra dei novizi.

B) Il noviziato e la prima professione

45. Scopo

« Il noviziato, con il quale si inizia la vita nell'istituto, è ordinato a far sì che i novizi possano prendere meglio coscienza della vocazione divina, quale è propria dell'istituto, sperimentarne lo stile di vita, formarsi mente e cuore secondo il suo spirito; e al tempo tesso siano verificate le loro intenzioni e la loro idoneità ».6

Tenendo conto delle diversità dei carismi e degli istituti, si potrebbe in altri termini definire lo scopo del noviziato come un tempo di iniziazione integrale alla forma di vita che il Figlio di Dio ha abbracciato ed ha proposto a noi nel Vangelo7 nell'uno o nell'altro aspetto del suo servizio o del suo mistero.8

46. Contenuto

« I novizi devono essere aiutati a coltivare le virtù umane e cristiane;

introdotti in un più impegnativo cammino di perfezione, mediante l'orazione e il rinnegamento di sé;

guidati alla contemplazione del mistero della salvezza e alla lettura e meditazione delle sacre Scritture;

preparati a rendere culto a Dio nella sacra liturgia;

formati alle esigenze della vita consacrata a Dio e agli uomini in Cristo, attraverso la pratica dei consigli evangelici;

informati infine sull'indole e lo spirito, la finalità e la disciplina, la storia e la vita dell'istituto,

ed educati all'amore verso la Chiesa ed i suoi sacri Pastori ».9

47. Come appare da questa legge generale, l'iniziazione integrale che caratterizza il noviziato va ben al di là di un semplice insegnamento.

Essa è:

- iniziazione alla conoscenza profonda e viva di Cristo e del Padre.

Ciò suppone uno studio meditato della Scrittura, la celebrazione della liturgia secondo lo spirito e il carattere dell'istituto, un'iniziazione all'orazione personale ed la pratica, come pure all'abitudine e al gusto di accostarsi ai grandi autori della tradizione spirituale della Chiesa, senza limitarsi a letture spirituali di moda;

- iniziazione al mistero pasquale di Cristo con il distacco da se stessi, soprattutto nella pratica dei consigli evangelici, secondo lo spirito dell'istituto, e ascesi evangelica gioiosamente voluta ed una accettazione coraggiosa del mistero della croce;

- iniziazione alla vita fraterna evangelica.

Infatti, la fede si approfondisce diventa comunione nella comunità, e la carità trova le sue molteplici manifestazioni nel concreto della vita quotidiana;

- iniziazione alla storia, alla missione propria ed alla spiritualità dell'istituto.

Vi interviene, tra gli altri elementi, e per gli istituti dediti all'apostolato, il fatto che « per integrare la formazione dei novizi, le costituzioni possono stabilire oltre al tempo in cui al par. 1 ( cioè i dodici mesi da trascorrere nella comunità noviziato ), uno o più periodi di esercitazioni apostoliche, da compiersi fuori a comunità del noviziato ».10

Questi periodi hanno come obiettivo quello di insegnare ai novizi « a realizzare a poco a poco nella propria vita le condizioni quell'armoniosa unità che associa la contemplazione e l'azione apostolica; unità che è dei valori fondamentali dei medesimi istituti ».11

L'ordinamento di questi periodi deve tener conto dei dodici mesi da trascorrere nella comunità del noviziato, durante i quali « i novizi non saranno occupati in studi o incarichi non direttamente finalizzati a tale formazione ».12

Il programma di formazione del noviziato deve essere stabilito dal diritto proprio.13

È sconsigliabile che il noviziato sia trascorso in un luogo estraneo alla cultura e alla lingua di origine dei novizi: sono preferibili infatti dei piccoli noviziati, purché siano radicati in questa cultura.

Il motivo essenziale è quello di non moltiplicare i problemi nel corso di una tappa di formazione in cui gli equilibri fondamentali della persona si devono mettere a posto, in cui le relazioni tra i novizi e il maestro dei novizi devono essere facili e permettere di esplicarsi mutuamente con tutte le sfumature richieste da un cammino spirituale iniziale e intenso.

Inoltre, il trasferimento in un'altra cultura, in quel momento, comporta il rischio di accogliere false vocazioni e di non percepire eventuali false motivazioni.

48. Il lavoro professionale nel corso del noviziato

È bene fare qui menzione del problema del lavoro professionale durante il noviziato.

In parecchi paesi industrializzati, per motivi che a volte un intento apostolico giustifica e che possono anche dipendere dalla legislazione sociale in tali paesi, alcuni candidati titolari di un impiego salariato, chiedano al loro datore di lavoro, al momento dell'ingresso in noviziato, soltanto un congedo di un anno « per motivi personali ».

Ciò permetterà loro di non perdere l'impiego nel caso dovessero tornare nel mondo e di non correre così il rischio della disoccupazione.

Ciò induce talvolta anche a riprendere il lavoro professionale nel secondo anno di noviziato con le motivazioni di tirocinio di attività apostoliche.

In proposito, crediamo di dover enunciare il principio seguente.

Negli istituti che hanno due anni di noviziato, i novizi non possono esercitare il lavoro professionale a tempo pieno che alle seguenti condizioni:

che questo lavoro corrisponda effettivamente alla finalità apostolica dell'istituto;

che lo si faccia nel secondo anno di noviziato;

che corrisponda alle esigenze di cui al can. 684, 2, cioè che contribuisca a completare la formazione dei novizi a vivere nell'istituto e che esso costituisca veramente un'attività apostolica.

49. Alcune condizioni da osservare

Per l'ammissione saranno osservate rigorosamente le condizioni canoniche di liceità e di validità sia riguardo ai candidati sia riguardo all'autorità competente ad ammettere.

Questo permette di evitare in seguito molte difficoltà.14

Riguardo ai candidati ai ministeri del diaconato e del presbiterato, ci si assicurerà, in modo particolare, sin da quel momento, che nessuna irregolarità impedisca più tardi il conferimento degli ordini sacri, fermo restando che i superiori maggiori degli istituti clericali di diritto pontificio possono dispensare dalle irregolarità non riservate alla Santa Sede.15

Prima di ammettere al noviziato un chierico secolare, i superiori devono consultare l'Ordinario proprio e sollecitare una testimonianza da parte sua ( c. 644 e c. 645,2 ).

50. Le circostanze di tempo e di luogo necessarie per lo svolgimento del noviziato sono enunciate dal diritto.

Se ne manterrà la flessibilità, ricordando tuttavia che la prudenza può sconsigliare ciò che il diritto non impone.16

I superiori maggiori ed i responsabili della formazione sappiano che per i novizi le circostanze presenti reclamano senza dubbio, più che non in passato, condizioni sufficienti di stabilità che permettano alla crescita spirituale in corso di svolgersi in modo profondo e sereno.

E questo vale tanto più in quanto numerosi candidati hanno già fatto esperienza di vita nel mondo.

Infatti, i novizi hanno bisogno di esercitarsi alla pratica dell'orazione prolungata, della solitudine e del silenzio.

Perciò il fattore tempo occupa un posto determinante.

Essi possono provare un maggiore bisogno di allontanarsi dal mondo che di « andare » nel mondo; e questo bisogno non è unicamente soggettivo.

Per questo il tempo e il luogo del noviziato dovranno essere organizzati in modo tale che i novizi possano trovarvi il clima propizio ad un radicamento in profondità nella vita con Cristo.

Ciò che non si ottiene se non partendo dal distacco da sé, da tutto ciò che nel mondo resiste a Dio ed anche da valori del mondo « che indiscutibilmente meritano stima ».17

Di conseguenza, è affatto sconsigliato di compiere il tempo del noviziato in comunità inserite.

Come è stato già detto ( n. 28 ) le esigenze della formazione devono prevalere su alcuni vantaggi apostolici dell'inserimento in ambiente povero.

51. Pedagogia

I novizi non entrano in noviziato tutti allo stesso livello di cultura umana e cristiana.

Quindi, bisogna prestare un'attenzione tutta particolare ad ogni persona per camminare al suo passo e adattarle il contenuto e la pedagogia della formazione che le si propone.

52. Il Maestro e la Maestra dei novizi e i loro collaboratori

La direzione dei novizi è riservata solo al maestro dei novizi sotto l'autorità dei suoi superiori maggiori.

Egli dovrà essere liberato da tutti gli altri impegni che gli impedirebbero di compiere pienamente il suo incarico di educatore.

Se ha dei collaboratori, essi dipendono da lui per ciò che riguarda il programma di formazione e la direzione del noviziato.

Essi hanno con lui una parte importante nel discernimento e nella decisione.18

Nei noviziati nei quali intervengono, sia per l'insegnamento, sia per il sacramento della riconciliazione, sacerdoti secolari o altri religiosi esterni, ed anche laici, essi dovranno lavorare in stretta collaborazione con il maestro dei novizi, con grande discrezione da una parte e dall'altra.

Il maestro dei novizi è l'accompagnatore spirituale chiamato a questo scopo per tutti e per ciascuno dei novizi.

Il noviziato è il luogo del suo ministero, e per conseguenza quello di una permanente disponibilità accanto a coloro che gli sono affidati.

Egli non potrà facilmente adempiere al suo compito se i novizi non danno prova nei suoi riguardi di un'apertura libera e completa.

Tuttavia, né lui né il suo aiutante, negli istituti clericali, possono ascoltare le confessioni sacramentali dei novizi, a meno che in casi particolari essi non lo chiedano spontaneamente.19

Maestri e maestre dei novizi ricordino infine che i soli mezzi psicopedagogici non potranno sostituirsi ad una autentica guida spirituale.

53. « I novizi, consapevoli della propria responsabilità, si impegnino ad una collaborazione con il proprio maestro per poter rispondere fedelmente alla grazia della vocazione divina ».20

« I membri dell'istituto si adoperino nel cooperare alla formazione dei novizi, per la parte che loro spetta, con l'esempio della vita e con la preghiera ».21

54. La professione religiosa

Durante la celebrazione liturgica, la Chiesa riceve, attraverso i legittimi superiori, i voti di coloro che emettono la professione, ed associa la loro oblazione al sacrificio eucaristico.22

L'ordo professionis23 dà lo schema della celebrazione, pur lasciando posto alle legittime tradizioni degli istituti.

Questa azione liturgica manifesta il radicamento ecclesiale della professione.

Partendo dal mistero così celebrato, si potrà sviluppare una comprensione più vitale e più profonda della consacrazione.

55. Durante il noviziato, si farà anche risaltare l'eccellenza e la possibilità di un impegno perpetuo a servizio del Signore.

« La qualità di una persona si può giudicare dalla natura dei suoi vincoli.

Perciò, si può dire con gioia che la vostra libertà si è legata liberamente a Dio per un servizio volontario, in amorosa servitù.

E, facendolo, la vostra umanità ha raggiunto la maturità.

"Umanità aperta", ho scritto nell'enciclica Redemptor hominis, significa il pieno uso del dono della libertà che noi abbiamo ottenuto dal Creatore quando egli chiama all'esistenza l'uomo, fatto a sua immagine e somiglianza.

Tale dono trova la sua piena realizzazione nella donazione senza riserva della persona tutta intera, in uno spirito di amore nuziale verso Cristo e, con Cristo, verso tutti coloro ai quali egli manda gli uomini e le donne che sono totalmente consacrati a lui secondo i consigli evangelici ».24

Non si dà la propria vita a Cristo « in prova ».

È, d'altra parte, Lui che prende l'iniziativa di chiederla a noi.

I religiosi testimoniano che ciò è possibile, grazie soprattutto alla fedeltà di Dio, e che ciò rende libero e felice, se il dono si rinnova ogni giorno.

56. La professione perpetua suppone una preparazione prolungata ed un tirocinio perseverante.

Questo giustifica che la Chiesa la faccia precedere da un periodo di professione temporanea.

« Pur conservando il carattere di prova per il fatto che è temporanea, la professione dei primi voti rende tuttavia il candidato partecipe della consacrazione propria dello stato religioso »25

Questo tempo di professione temporanea ha dunque lo scopo di confermare la fedeltà dei giovani professi e professe, quali che siano le soddisfazioni di cui la vita quotidiana « al seguito di Cristo » può gratificarli o no.

La celebrazione liturgica distingue con cura la professione perpetua della professione temporanea che deve essere celebrata « senza alcuna solennità particolare ».26

La professione perpetua si svolgerà invece « con la solennità dovuta e con il concorso dei religiosi e del popolo »27 poiché « essa è segno dell'unione indissolubile di Cristo con la Chiesa sua sposa ( cf. LG 44 ) ».

57. Si osservino con cura tutte le disposizioni di diritto concernenti le condizioni di validità e le scadenze della professione temporanea e perpetua.29

C) La formazione dei professi temporanei

58. Ciò che prescrive la Chiesa

Trattandosi della formazione dei professi temporanei, la Chiesa prescrive che « in ogni istituto, dopo la prima professione, si continui la formazione di tutti i membri perché possano condurre integralmente la vita propria dell'istituto e rendersi meglio idonei a realizzare la missione.

Pertanto, il diritto proprio deve stabilire il programma e la durata di questa formazione, tenendo presenti le necessità della Chiesa e le condizioni delle persone e dei tempi, secondo quanto esigono le finalità e l'indole dell'istituto ».30

« La formazione deve essere sistematica, adeguata alla capacità dei membri, spirituale e apostolica, dottrinale e insieme pratica, e portare anche al conseguimento dei titoli convenienti, sia ecclesiastici sia civili, secondo l'opportunità.

Durante il periodo di questa formazione non si affidino ai religiosi compiti ed opere che ne ostacolino l'attuazione ».31

59. Significato ed esigenze di questa tappa

La prima professione inaugura una nuova fase della formazione, che beneficia del dinamismo e della stabilità derivanti dalla professione.

Per il religioso, si tratta di raccogliere i frutti delle tappe precedenti e di continuare la propria crescita umana e spirituale con la pratica coraggiosa di ciò in cui si è impegnato.

Il mantenimento dello slancio spirituale dato dalla tappa precedente è tanto più necessario in quanto, negli istituti dediti all'apostolato, il passaggio ad uno stile di vita più aperto e ad attività troppo impegnative comporta spesso rischi di disorientamento e di aridità.

Negli istituti votati alla contemplazione, si tratterà piuttosto di abitudine, di stanchezza e di pigrizia spirituale.

Gesù formò i suoi discepoli attraverso le crisi che essi subirono.

Con annunci successivi alla Passione, li preparò a diventare discepoli autentici. ( Cf. Mc 8,31-39; Mc 9,31-32; Mc 10,32-34 )

La pedagogia di questa tappa deve quindi mirare a permettere al giovane religioso di camminare veramente, con tutta la sua esperienza, secondo una unità di prospettive e di vita, quella della propria vocazione in quel momento della sua esistenza, nella prospettiva della professione perpetua.

60. Contenuto e mezzi di formazione

L'istituto ha la grave responsabilità di prevedere l'organizzazione e la durata di questa fase della formazione e di fornire al giovane religioso le condizioni favorevoli per una reale crescita della donazione al Signore.

Anzitutto, offrirà una vigorosa comunità formatrice e la presenza di educatori validi.

Infatti, a questo livello della formazione, contrariamente a ciò che è stato detto a proposito del noviziato ( cf. n. 47 ), vale meglio una comunità più numerosa, ben provvista di mezzi di formazione e ben guidata, che una piccola comunità senza veri formatori.

Come durante la sua vita religiosa, il religioso deve sforzarsi

a meglio comprendere praticamente l'importanza della vita comunitaria secondo la vocazione propria del suo istituto,

ad accettare la realtà di tale vita e

ad assumere le condizioni di progresso,

a rispettare gli altri nella loro differenza ed

a sentirsi responsabile in seno alla suddetta comunità.

Per proseguire a questo livello ed in modo specifico la missione del maestro dei novizi, sarà designato dai superiori un responsabile della formazione dei professi temporanei.

Tale formazione dovrà durare almeno tre anni.

61. Le proposte di programma che seguono hanno valore indicativo e non esitano a guardare in alto, vista la necessità di formare religiose e religiosi all'altezza delle attese e dei bisogni del mondo contemporaneo.

Sarà impegno degli istituti e dei formatori e delle formatrici di procedere all'adattamento richiesto dalle persone, dai tempi e dai luoghi.

Nel programma di studi si dovrà porre in risalto la teologia biblica, dommatica, spirituale e pastorale e in particolare l'approfondimento dottrinale della vita consacrata e del carisma dell'istituto.

La formulazione di questo programma e la sua messa in opera devono tener presente l'unità interna dell'insegnamento e l'armonizzazione delle diverse discipline.

I religiosi devono aver coscienza che non sono diverse scienze, ma una sola che devono imparare: la scienza della fede e del Vangelo.

A questo proposito, bisogna evitare di mettere insieme troppe discipline e corsi.

Inoltre, per rispetto alle persone, i religiosi non devono essere introdotti prematuramente in una problematica esageratamente critica, se ancora non hanno compiuto il cammino necessario per affrontarla serenamente.

Si dovrà vegliare per dare, in maniera adatta, una formazione filosofica di base che permetta di acquisire una conoscenza di Dio e una visione cristiana del mondo in stretta connessione con le questioni agitate nel nostro tempo, che faccia risaltare l'armonia che esiste tra il sapere della ragione e quello della fede in vista della ricerca dell'unica verità.

In questo modo, i religiosi saranno preservati da tentazioni, sempre minacciose, di un razionalismo critico da una parte, del pietismo e del fondamentalismo dall'altra.

Il programma di studi teologici sarà concepito giudiziosamente e le differenti parti saranno ben articolate in modo che ne risulti la « gerarchia » delle verità della dottrina cattolica in ragione del loro rapporto con i fondamenti della fede cristiana.33

La composizione di questo programma potrà ispirarsi, adattandolo, alle indicazioni date dalla Congregazione per l'Educazione cattolica per la formazione dei candidati al ministero presbiterale,34 facendo attenzione a non omettere nulla di quanto può aiutare alla buona intelligenza della fede e della vita cristiana nella Chiesa: storia, liturgia, diritto canonico, ecc.

62. Infine, la maturazione del religioso richiede, a questo punto, un impegno apostolico ed una partecipazione progressiva ad esperienze ecclesiali e sociali, nella linea del carisma del proprio istituto e tenendo conto delle proprie attitudini e delle aspirazioni personali.

Al riguardo di queste esperienze, religiosi e religiose si ricordino che non devono esercitare la loro azione pastorale, sia nel periodo della formazione iniziale che dopo, e che il loro impegno in un servizio ecclesiale e soprattutto sociale obbedisce necessariamente a criteri di discernimento ( cf. n. 18 ).

63. Benché i superiori siano designati giustamente come « maestri di spirito in relazione al progetto evangelico del proprio istituto »,35 i religiosi devono avere a loro disposizione per il foro interno, anche non sacramentale, quello che si è convenuto di chiamare direttore o consigliere spirituale.

« Seguendo la tradizione dei primi Padri del deserto e di tutti i grandi fondatori a proposito della guida spirituale, ciascun istituto religioso disponga di membri particolarmente qualificati e designati per aiutare i fratelli in questo campo.

La loro funzione varia a seconda del grado di vita spirituale raggiunto dal religioso.

Le loro responsabilità principali sono:

discernere l'azione di Dio,

accompagnare il fratello nelle vie del Signore,

nutrire la vita di solida dottrina

e la pratica della preghiera.

In modo particolare, alle prime fasi occorre anche valutare il cammino percorso ».36

Questa direzione spirituale, che « non potrà essere sostituita da ritrovati psicopedagogici »,37 e per la quale il Concilio richiede una « giusta libertà »,38 dovrà dunque essere « favorita con la disponibilità di persone competenti e qualificate ».39

Tali disposizioni, indicate particolarmente per questa tappa della formazione dei religiosi, valgono per tutto il resto della loro vita.

Nelle comunità religiose, soprattutto in quelle che riuniscono un maggior numero di membri e specialmente in quelle dove dimorano professi temporanei, è necessario che almeno un religioso sia designato ufficialmente come guida e consigliere spirituale dei suoi fratelli.

64. Diversi istituti prevedono, prima della professione perpetua, un periodo di preparazione più intenso, escludendo le occupazioni abituali.

Quest'uso merita di essere incoraggiato ed esteso.

65. Se, come prevede il diritto, giovani professi vengono inviati dal loro superiore a compiere degli studi,40 « tali studi siano programmati non quasi fossero una male intesa realizzazione di se, per raggiungere finalità individuali, ma affinché valgano a rispondere alle esigenze di progetti apostolici della loro famiglia religiosa in armonia con le necessità della Chiesa ».41

Lo svolgimento di questi studi e il conseguimento dei diplomi siano, a giudizio dei superiori maggiori e dei responsabili di formazione, convenientemente armonizzati con il resto del programma previsto per questa tappa di formazione.

D) La formazione continua dei professi perpetui

66. « Per tutta la vita, i religiosi proseguono assiduamente la propria formazione spirituale, dottrinale e pratica; i superiori poi procurino loro i mezzi e il tempo necessari »42

« Ogni istituto religioso, quindi, ha il dovere di progettare e di realizzare un programma di formazione permanente adeguato per tutti i suoi membri.

Un programma che tenda non soltanto alla formazione dell'intelligenza, ma anche di tutta la persona, principalmente nella sua missione spirituale, affinché ogni religioso possa vivere in tutta la sua pienezza la propria consacrazione a Dio, nella missione specifica che la Chiesa gli affida ».43

67. Perché la formazione continua?

La formazione continua è motivata anzitutto dalla chiamata di Dio, il quale chiama ciascuno dei suoi in ogni momento ed in nuove circostanze.

Il carisma della vita religiosa in un determinato istituto è una grazia vivente che richiede di essere ricevuta e vissuta in condizioni di esistenza spesso inedite.

« Il carisma dei fondatori ( ET 11 ) si rivela come un'esperienza dello Spirito, trasmessa ai propri discepoli per essere da questi vissuta, custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il Corpo di Cristo in perenne crescita ( … ).

La nota caratteristica propria di qualsiasi istituto esige, sia nel fondatore che nei suoi discepoli, una continua verifica

della fedeltà verso il Signore,

della docilità verso il suo Spirito,

dell'attenzione intelligente alle circostanze e

della visione cautamente rivolta ai segni dei tempi,

della volontà d'inserimento nella Chiesa,

della disponibilità di subordinazione alla gerarchia,

dell'ardimento nelle iniziative,

della costanza nel donarsi,

dell'umiltà nel sopportare i contrattempi ( … ).

Il nostro tempo in modo particolare esige dai religiosi quella stessa genuinità carismatica, vivace e ingegnosa nelle sue inventive, che spiccatamente eccelle nei fondatori … ».44

La formazione permanente esige che si presti un'attenzione particolare ai segni dello Spirito nel nostro tempo e che ci si lasci sensibilizzare, per poter dare loro una risposta appropriata.

Inoltre, la formazione continua è un dato sociologico che, ai nostri giorni, riguarda tutti i rami dell'attività professionale.

Essa condiziona molto spesso la permanenza in una professione o il passaggio obbligato da una professione ad un'altra.

Mentre la formazione iniziale era ordinata all'acquisto da parte della persona di una sufficiente autonomia per vivere in fedeltà i propri impegni religiosi, la formazione continua aiuta il religioso ad integrare la creatività nella fedeltà, poiché la vocazione cristiana e religiosa richiede una crescita dinamica ed una fedeltà nelle circostanze concrete dell'esigenza.

Ciò esige una formazione spirituale interiormente unificante, ma duttile ed attenta agli avvenimenti quotidiani della vita personale e del mondo.

« Seguire Cristo » significa mettersi sempre in cammino, guardarsi dalla sclerosi e dall'anchilosi, per essere capace di rendere una testimonianza viva e verace del Regno di Dio in questo mondo.

Si possono ritenere in altri termini tre ragioni fondamentali che motivano la formazione permanente;

- la prima nasce dalla funzione stessa della vita religiosa in seno alla Chiesa.

Essa vi esercita un ruolo carismatico ed escatologico molto significativo che suppone nelle religiose e nei religiosi un'attenzione speciale alla vita dello spirito, tanto nella storia personale di ciascuno e di ciascuna, quanto nella speranza e angoscia dei popoli;

- la seconda deriva dalla sfida che viene dal futuro della fede cristiana in un mondo che cambia a velocità accelerata;45

- la terza concerne la vita stessa degli istituti religiosi e soprattutto il loro avvenire, che dipende in parte dalla formazione permanente dei loro membri.

68. Suo contenuto

La formazione continua è un processo globale di rinnovamento che si estende a tutti gli aspetti della persona del religioso ed all'insieme dello stesso istituto.

Essa si deve svolgere tenendo conto che i suoi diversi aspetti sono inseparabili e che si influenzano mutuamente nella vita di ogni religioso e di ogni comunità.

Possono essere ricordati i seguenti aspetti:

- la vita secondo lo Spirito o spiritualità: deve avere il primato poiché include un approfondimento della fede e del senso della professione religiosa.

Quindi, bisogna privilegiare gli esercizi spirituali annuali e i tempi di ripresa spirituale sotto forme diverse;

- la partecipazione alla vita della Chiesa secondo il carisma dell'istituto e soprattutto l'aggiornamento dei metodi e dei contenuti delle attività pastorali, in collaborazione con gli altri agenti della pastorale locale;

- il riciclaggio dottrinale e professionale, che comprende l'approfondimento biblico e teologico, lo studio dei documenti del magistero universale e particolare, una migliore conoscenza delle culture dei luoghi in cui si vive e si agisce, la riqualificazione professionale e tecnica, se c'è motivo;

- la fedeltà al proprio carisma, con una sempre migliore conoscenza del fondatore, della storia dell'istituto, del suo spirito, della sua missione, ed uno sforzo correlativo per viverli, personalmente ed in comunità.

69. Capita che buona parte della formazione permanente si svolga in centri di formazione interistituti.

In tali casi, bisogna ricordare che un istituto non può delegare ad organizzazioni esterne tutto il compito di formazione continua dei suoi membri, troppo legata, in molti dei suoi aspetti, ai valori propri del suo carisma.

Ciascuno di essi, secondo le necessità e le possibilità, deve quindi suscitare ed organizzare diverse iniziative e strutture.

70. I tempi forti della formazione continua

Bisogna comprendere queste tappe in modo molto elastico.

Conviene combinarle concretamente con quelle che può suscitare l'iniziativa imprevedibile dello Spirito Santo.

Riteniamo in particolare, come tappe significative:

- il passaggio dalla formazione iniziale alla prima esperienza di vita più autonoma, in cui il religioso deve scoprire un nuovo modo di essere fedele a Dio;

- al termine di circa dieci anni di professione perpetua, quando si presenta il rischio di una vita « abitudinaria » e la perdita di ogni slancio.

A quel punto sembra che si imponga un periodo prolungato in cui si prendono le proprie distanze in rapporto alla vita ordinaria per « rileggerla » alla luce del Vangelo e del pensiero del fondatore.

Alcuni istituti offrono ai loro membri questo tempo di approfondimento nel « terzo anno », detto a volte anche « secondo noviziato » o « seconda probazione », ecc.

È desiderabile che questo tempo si trascorra in una comunità dell'istituto; la piena maturità spesso comporta il pericolo di uno sviluppo dell'individualismo, soprattutto nei temperamenti vigorosi ed efficienti;

- al momento di forti crisi, che possono sopraggiungere ad ogni età, sotto la spinta di fattori esterni ( cambio di posto o di lavoro, insuccesso, incomprensione, sentimento di emarginazione, ecc. ) o di fattori più direttamente personali ( malattia fisica o psichica, aridità spirituale, forti tentazioni, crisi di fede o sentimentale o ambedue insieme, ecc. ).

In queste circostanze, il religioso deve essere aiutato a superare positivamente la crisi, nella fede;

- al momento del ritiro progressivo dall'azione, religiose e religiosi risentono più profondamente nel loro essere l'esperienza che Paolo descrisse in un contesto di cammino verso la risurrezione: « non ci scoraggiamo; ma se anche l'uomo esterno si corrompe, l'interno nostro si rinnova, tuttavia di giorno in giorno ». ( 2 Cor 4,16; cf. 2 Cor 5,1-10 )

Lo stesso Pietro, dopo aver ricevuto il compito immenso di pascere il gregge del Signore, si sentì dire: « quando sarai vecchio, tenderai le mani e un altro ti cingerà e ti porterà dove non vorrai ». ( Gv 21,15-19 )

Il religioso può vivere questi momenti come una fortuna unica di lasciarsi penetrare dall'esperienza pasquale del Signore Gesù fino a desiderare di morire per « essere con Cristo », in coerenza con la sua opzione di partenza: conoscere Cristo, l'efficacia della sua risurrezione, e la partecipazione ai suoi patimenti, conformandosi a lui nella morte, con la speranza di giungere anche lui alla risurrezione dai morti. ( Cf. Fil 3,10; cf. Fil 1,20-26 )48

La vita religiosa non segue altro iter.

71. In ogni istituto sarà designato dai superiori un responsabile della formazione permanente.

Ma si dovrà anche badare che i religiosi, durante tutta la loro vita, possano avere a disposizione guide o consiglieri spirituali, secondo la pedagogia già usata durante la formazione iniziale e secondo modalità adatte alla maturità acquisita ed alle circostanze che essi attraversano.

Indice

1 Cf. RC 4;
nota 7 Introduzione.
2 Cf. c. 597,2.
3 Cf. cc. 641-645.
4 Vedere sopra, nn. 90-91.
5 Cf. c. 646.
6 C. 646.
7 LG 44.
8 LG 46.
9 C. 652,2.
10 C. 648,2.
11 RC 5;
nota 7 Introduzione.
12 C. 652,5.
13 C. 650,1.
14 Cf. c. 597,1 e 2; cc. 641-645.
15 Cf. c. 134,1 e c. 1047,4.
16 Cf. cc. 647-649 e c. 653,2.
17 LG 46b.
18 Cf. cc. 650-652,1.
19 Cf c. 985.
20 C. 652,3.
21 C. 652,4
22 Cf. LG 45
23 Del 2-2-1970, Nuova edizione emendata nel 1975;
EV 3, 1237.
24 Giovanni Paolo II a Madrid, 2-11-1982.
25 RC 7;
nota 7 Introduzione.
26 OPR 5;
cf. nota 24.
27 Ibid. 6.
29 Cf. cc. 655-658.
30 C. 659,1 e 2.
31 C. 660,12.
33 UR 11.
34 RI nn. 70-81
e 90-93;
EV 3, 1103.
35 MR 13a;
cf. nota 8 Introduzione.
36 EE 11, n. 47;
cf. nota 8 Introduzione.
37 DCVR II,11;
cf. nota 9 Introduzione.
38 PC 14;
cf. anche c. 630.
39 DCVR II,11;
cf. nota 9 Introduzione.
40 Cf. c. 660,1.
41 MR 26;
cf. nota 8 Introduzione.
42 C. 661.
43 Giovanni Paolo II ai religiosi del Brasile, 11-7-1986, n. 6,
cf. nota 5 Introduzione.
44 MR 11b, n. 12b, n. 23f;
cf. nota 8 Introduzione.
45 Cf. PC 2d.
48 cf. LG 48.