Il lavoro dei monaci

Indice

24.31 - Il Vangelo non proibisce d'essere previdenti

Prendendo argomento dal vangelo si potrebbe mettere alle strette i nostri traviati e convincerli che non debbono mettersi da parte alcunché per l'avvenire.

Li sentiresti subito rispondere e, con ragione questa volta: Ma allora per qual motivo il Signore volle lui stesso esser provvisto d'una borsa in cui riporre il denaro che riceveva? ( Gv 12,6 )

Perché mai tanta premura nell'inviare in anticipo le vettovaglie ai santi della Chiesa primitiva minacciati da carestia? ( At 11,28-30 )

Perché mai gli apostoli si diedero tanto da fare per raccogliere il necessario ai fratelli che erano nelle strettezze, sicché nulla mancasse loro anche in tempo avvenire?

Come attesta san Paolo nella lettera ai Corinzi, in cui scrive: Per quanto concerne la colletta a pro dei santi, lo stesso che ho stabilito nelle chiese di Galazia fate anche voi: ogni domenica ciascuno metta da parte qualcosa, risparmiando quel che gli sembrerà opportuno, sicché la raccolta non abbia ad eseguirsi quando io sarò già arrivato.

Al mio arrivo, quelli che voi abbiate approvati io li invierò, accompagnati da lettera, a portare il vostro dono caritatevole a Gerusalemme.

Che se poi sarà conveniente che pure io parta, verranno insieme con me. ( 1 Cor 16,1-4 )

Sono testi che essi citano molto a proposito, anzi, molti e molti altri.

E allora noi replichiamo: Va bene! voi, sebbene conosciate le parole del Signore ove si prescrive di non preoccuparsi del domani, ( Mt 6,34 ) non vi sentite obbligati ad escludere, a tenore di questo precetto, ogni misura di previdenza per l'avvenire.

Come fate allora a trovare nelle stesse parole la prova per schivare la fatica?

Con che coraggio pretendete che gli uccelli dell'aria, dai quali non prendete l'esempio per evitare di rifornire le vostre dispense, abbiano ad esservi d'esempio per starvene in ozio?

25.32 - Dignità dei lavoro eseguito dal servo di Dio

Qualcheduno potrebbe obiettare: Ecco un servo di Dio che si ritira dalle attività cui si dedicava prima quando era nel mondo e si consacra alla vita di perfezione dando il nome a questa milizia spirituale.

Cosa gliene viene se egli deve ancora occuparsi di faccende e di lavori come un comune operaio?

Dare una risposta esauriente a questa obiezione non è cosa semplice: come non è cosa semplice spiegare a fondo quali e quanto grandi siano i vantaggi del suggerimento dato dal Signore al ricco che andò a chiedergli un consiglio per avere la vita eterna.

Al quale Egli diede la risposta che, se avesse voluto essere perfetto, andasse a vendere quel che possedeva, ne distribuisse il ricavato a vantaggio dei poveri e lo seguisse. ( Mt 19,21 )

Peraltro, chi mai seguì il Signore con passo più spedito di colui che ebbe a scrivere: Non ho corso invano né invano ho faticato? ( Fil 2,16 )

Eppure, costui comandò il lavoro manuale e lo eseguì egli stesso.

Istruiti ed educati alla scuola di così autorevoli maestri, dovrebbero i loro esempi bastare per convincerci a lasciare le proprietà e i possedimenti di un tempo e ad adattarci al lavoro manuale.

Non solo, ma con l'aiuto del Signore penso che anche a noi sia dato scorgere - almeno parzialmente - quali siano i vantaggi che provengono ai servi di Dio dall'avere abbandonato gli affari e le attività del secolo, anche se in seguito debbono ancora lavorare di braccia.

Ponete il caso di uno che si decida ad abbracciare questo nostro genere di vita provenendo da una condizione agiata.

Se non impedito da infermità corporali costui, dopo essersi distaccato da quelle superfluità per le quali antecedentemente il suo animo ardeva d'un fuoco mortale, si adatta ancora umilmente a lavori manuali per ovviare alle piccole necessità materiali della vita d'ogni giorno, possibile che siamo tanto ottusi nel gustare le cose di Cristo da non capire quanto ciò giovi a guarire la boria della superbia di prima?

Un altro entra nella nostra famiglia provenendo da condizione povera.

Se a costui tocca ancora lavorare, non creda che il suo lavoro sia identico a quello di prima.

Egli infatti all'amore egoistico per i beni privati, per quanto esigui, è passato all'amore soprannaturale verso la vita comune e, non più sollecito delle cose private ma di quelle di Gesù Cristo, ( Fil 2,21 ) vive nella santa famiglia di coloro che hanno un'anima sola e un sol cuore in Dio, per cui nessuno osa chiamare alcunché sua proprietà privata ma tutto è fra loro comune. ( At 4,32 )

Anche certi personaggi ragguardevoli di questo nostro Impero vennero celebrati con fulgide lodi da parte dei loro panegiristi per aver preposto il bene comune dello Stato e di tutti i cittadini agli interessi loro privati: come nel caso di colui che, insignito degli onori del trionfo per la conquista dell'Africa, non aveva poi di che dotare la sua figlia che andava a nozze e vi si dovette provvedere a spese dello Stato in forza di un particolare decreto del Senato.1

Di fronte a tali esempi, quali dovranno essere le disposizioni d'animo del cittadino della città eterna, la Gerusalemme celeste, nei riguardi di questa patria immortale, se non mettere in comune col fratello quello che ricava dal lavoro delle sue mani e, se qualcosa gli manca, riceverlo dai beni della comunità?

Così avrà modo di affermare con colui del quale segue le prescrizioni e gli esempi: Noi siamo come chi non possiede nulla ma è ricco di tutto. ( 2 Cor 6,10 )

25.33 - Le occupazioni debbono essere proporzionate alle capacità di ciascuno

Una parola anche per coloro che, abbandonate ed erogate le loro possessioni - tanto se cospicue quanto se di più modeste proporzioni - con un gesto di umiltà santa e meritoria han deliberato di farsi annoverare fra i poveri di Cristo.

Se, non impediti da malferma salute e liberi da impegni di ministero sacro, si dedicano a lavori manuali, con questa loro condotta fanno un'opera di misericordia molto più eccellente che non quando elargirono le proprie sostanze ai bisognosi.

Fu certo ben considerevole l'atto di generosità che essi compirono quando consegnarono alla comunità, ordinariamente bisognosa, i beni che possedevano - fossero stati considerevoli o comunque di entità non trascurabile -, tanto che l'organizzazione comunitaria e la carità fraterna debbono, a loro volta, mantenerli.

Tuttavia, se anche loro si mettessero a lavorare manualmente, il loro gesto gioverebbe ancora di più alla religione perché toglierebbe ogni pretesto di menare vita oziosa a quegli infingardi che, entrati in monastero da una condizione plebea, sono per ciò stesso più assuefatti al lavoro.

Se peraltro essi si rifiutassero di lavorare di braccia, chi oserebbe costringerveli?

Comunque anche a loro si debbono trovare nel monastero delle occupazioni adatte, che non esigano sforzo di muscoli ma piuttosto vigilanza e attenzione nel loro disbrigo, in modo che nemmeno costoro mangino a ufo il pane con la scusa che si tratta di roba comune.

Da notarsi che non ha importanza quale sia stato il monastero o la località in cui ciascuno ha fatto elargizione dei suoi averi a vantaggio dei fratelli bisognosi.

Una sola infatti è la famiglia di tutti i cristiani, di modo che, qualunque sia stato il luogo dove uno ha fatto dono del suo ai fratelli in Cristo, dovunque poi vada egli ha da ricevere dai beni di Cristo il necessario alla vita.

Difatti, qualunque sia stato il luogo in cui venne fatta l'elargizione, se fu fatta in pro dei fratelli in Cristo, chi se non Cristo fu che la ricevette?

Quanto poi a tutta quell'altra gente - e sono i più - che prima di entrare nella santa famiglia della religione si guadagnavano da vivere lavorando manualmente - la più parte degli uomini infatti lavora così -, costoro se non vogliono lavorare non debbono nemmeno mangiare. ( 2 Ts 3,10 )

Non è infatti per fomentare l'orgoglio dei poveri che nella sequela di Cristo i ricchi si abbassano con condiscendente indulgenza.

Ed è cosa sommamente sconveniente che in quel genere di vita dove i senatori sanno adattarsi al lavoro gli artigiani divengano sfaticati, e nelle case dove si rifugiano i padroni dei campi lasciando i loro agi e comodità, ivi i campagnoli divengano esigenti e schizzinosi.

26.34 - Curare la retta intenzione

Ma - continuano ad obiettare - c'è anche un detto del Signore che suona: Non vi affannate, riguardo alla vostra vita, su che cosa mangiare né, per il vostro corpo, con quali vesti coprirlo. ( Mt 6,25 )

Giustissimo! Esso è in relazione con quanto detto in precedenza e cioè: Voi, non potete essere al servizio di Dio e del denaro. ( Mt 6,24 )

Infatti, quando uno si mette a predicare il vangelo con la mira di procurarsi i mezzi per sfamarsi e vestirsi, potrebbe ritenere che lavori nello stesso tempo al servizio di Dio - per il fatto che sta predicando il Vangelo - e insieme del denaro, poiché predica per ricavarne il necessario alla vita.

Ora, questa combinazione dice appunto il Signore che non è possibile effettuarsi.

Ragion per cui, chi annunziasse il Vangelo per conseguire vantaggi materiali lo si deve convincere che non serve Dio ma il denaro, nonostante che Dio sappia servirsi di lui a vantaggio del prossimo in una maniera che l'interessato non conosce.

Alla citata massima faceva infatti immediatamente seguito quell'altra: Vi dico pertanto di non mettervi in angustia per quel che avrete da mangiare né per il vestito con cui coprirvi; cioè, non debbono omettere di procurarsi da dove possibile farlo onestamente il necessario alla vita, ma piuttosto non lavorare in vista di tali vantaggi e non essere mossi da queste finalità allorché, come loro ordinato, s'adoperano a predicare il vangelo.

L'intenzione con cui uno si muove ad agire, [ Cristo ] la chiama " occhio ": di cui parlava poco più sopra quando, prima di passare al nostro testo, diceva: Lume del tuo corpo è l'occhio.

Se l'occhio è sano, tutto il corpo sarà illuminato; se invece l'occhio è guasto, tutto il corpo resterà nel buio. ( Mt 6,22-23 )

E voleva dire: Le tue azioni saranno tali quale sarà stata la tua intenzione nel compierle.

Nel brano precedente a questo, parlando dell'elemosina, aveva poi detto: Non mettete da parte tesori qui in terra.

La ruggine e i tarli verrebbero a logorarveli, e verrebbero i ladri a sfondare e a portarseli via.

I vostri tesori, nascondeteli piuttosto nel cielo, dove non ci sono né tarli né ruggine che vengano a consumarli, né ci sono ladri che sfondino e rubino.

Dove infatti sarà il tuo tesoro, ivi sarà anche il tuo cuore. ( Mt 6,19-21 )

E poi soggiungeva: Lume del tuo corpo è l'occhio, per indicare come coloro che fanno l'elemosina non debbono farla con la mira di rendersi accetti agli uomini o perché del loro atto si ripromettano un compenso qui in terra.

Al riguardo, anche l'Apostolo, imponendo a Timoteo l'incarico di ammonire i ricchi, diceva: I ricchi siano larghi nel dare, comunichino i loro beni, mettano da parte un capitale intaccabile, al fine di conseguire la vera vita. ( 1 Tm 6,18-19 )

Il Signore pertanto si prefigge d'indirizzare verso la vita eterna e la ricompensa del cielo l'occhio di chi fa l'elemosina, in modo che la buona azione che si compie, compiuta appunto con occhio non viziato, possa essere un'azione luminosa.

Difatti, anche a proposito della remunerazione finale vale quello che Cristo dice altrove, e cioè: Chi accoglie voi accoglie me; e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.

Chi riceve un profeta in quanto profeta percepirà la ricompensa degna di un profeta, e chi riceve un giusto in quanto giusto percepirà una ricompensa degna di un giusto.

E chi darà da bere a uno di questi piccoli, fosse anche un solo bicchiere d'acqua fresca, in quanto è uno dei discepoli, costui - ve lo dico in verità - non sarà privato della sua ricompensa. ( Mt 10,40-42 )

In relazione a ciò, per prevenire l'inconveniente che, raddrizzato l'occhio di coloro che dànno del proprio per sostentare nelle loro necessità i bisognosi - siano essi profeti o giusti o discepoli del Signore -, non avesse poi a guastarsi l'occhio di coloro che avrebbero fruito di queste elargizioni e non pretendessero di servire Cristo per simili vantaggi, per questo motivo disse: Nessuno può servire due padroni.

E ancora: Non potete servire Dio e il denaro.

A cui fa seguito immediatamente: Per la qual cosa vi dico di non angustiarvi, quanto alla vita, di che cosa mangerete né, per quanto concerne il corpo, come vi vestirete.

26.35 - Essere in grado di lavorare è dono di Dio

Le espressioni successive, concernenti gli uccelli dell'aria e i gigli del campo, le aggiunge perché nessuno pensi che Dio non si prende cura delle necessità dei suoi, mentre al contrario la sua Provvidenza con saggezza infinita raggiunge anche questi esseri insignificanti, che ha creati e governa.

È infatti lui, e non altri, che dà il cibo e il vestito anche a coloro che se lo procurano con il lavoro delle proprie mani.

I servi di Dio però non debbono, nell'esercizio del loro ministero sacro, pervertire l'ideale propostosi mirando a questi vantaggi materiali: perciò il Signore avverte di non andare in cerca di cose terrene ma piuttosto del Regno di Dio e della sua giustizia allorché ci poniamo a servizio del mistero divino della salvezza.

Le provviste materiali ci saranno senz'altro somministrate: sia che noi lavoriamo con le nostre mani, sia che siamo impediti da salute malferma, sia che siamo talmente occupati nell'esercizio del ministero da non aver modo di badare ad altro lavoro.

27.35 - Esigere interventi indebiti è tentarlo

Il Signore aveva detto: Invocami nel giorno della tribolazione; io verrò a salvarti e tu me ne renderai gloria. ( Sal 50,15 )

A tenore di questa assicurazione, l'Apostolo non sarebbe dovuto fuggire né essere calato lungo il muro dentro una cesta per sottrarsi al persecutore, ( At 9,25 ) ma avrebbe dovuto aspettare che lo catturassero, perché poi intervenisse il Signore a liberarlo come aveva liberato dalle fiamme i tre fanciulli. ( Dn 3,50 )

Ma allora, nemmeno il Signore avrebbe dovuto dire: Se in una città vi perseguitano, fuggite in un'altra, ( Mt 10,23 ) dal momento che aveva assicurato: Qualunque cosa chiederete al Padre in mio nome Egli ve la darà. ( Gv 16,23 )

Se pertanto, dinanzi al caso di discepoli del Cristo sorpresi a fuggire la persecuzione, uno si fosse fatto avanti con la domanda perché mai non fossero restati al loro posto e, invocato il nome del Signore, non avessero atteso d'essere miracolosamente liberati da lui come un giorno Daniele dalla fossa dei leoni ( Dn 6,23; Dn 14,40 ) o come Pietro dal carcere, ( At 12,7-11 ) si sarebbe sentito rispondere che non dovevano tentare Dio.

A tali misure, se l'avesse ritenuto opportuno, ci sarebbe ricorso Dio allorché essi non avessero avuto altro espediente a loro disposizione.

Del resto, aver avuto l'opportunità di fuggire e attraverso la fuga riuscire a mettersi in salvo non era altro se non un intervento di Dio che così veniva a liberarli.

Orbene, tutto questo vale anche per i servi di Dio che, liberi da impegni, si sentono in grado di guadagnarsi il pane con il lavoro delle proprie braccia, uniformandosi in ciò all'esempio e alle norme dettate dall'Apostolo.

Se uno andasse a far loro delle obiezioni prendendo lo spunto dagli uccelli dell'aria che non seminano, non mietono e non riempiono i granai o dai gigli del campo che non lavorano né filano, essi non avrebbero gran difficoltà a rispondere in questa maniera: Se noi per un giusto motivo, ad esempio d'infermità o d'incombenze urgenti, non potessimo lavorare, certo Egli ci darebbe di che sfamarci e coprirci come fa con gli uccelli e con i gigli che non esplicano alcuno di tali lavori.

Finché al contrario noi siamo in grado di lavorare, non dobbiamo tentare il nostro Dio.

L'avere infatti questa capacità è dono di Dio, e quando viviamo del nostro lavoro, viviamo del dono che Egli ci largisce, poiché è Dio che ci accorda la possibilità di lavorare.

Ed ecco il motivo per noi perché non ci angustiamo del necessario alla vita.

Sappiamo infatti che c'è un Dio il quale, quando siamo in grado di lavorare, ci nutre e ci veste come il normale degli uomini, che da lui sono nutriti e vestiti; quando poi non possiamo più lavorare, lo stesso Dio provvede a cibarci e a vestirci come fa con gli uccelli che nutre e con i gigli che ammanta, delle quali creature noi valiamo di più.

In conclusione, quindi, nel servizio che come soldati prestiamo al Signore non ci preoccupiamo del domani.

Ci siamo infatti consacrati a Dio non per conseguire emolumenti temporali ( al tempo infatti dice relazione il " domani " ) ma piuttosto vantaggi eterni ( dove è sempre " oggi " ), " in modo da riuscire persone accette a Dio senz'essere avviluppati nelle pastoie di faccende secolaresche ". ( 2 Tm 2,4 )

28.36 - Richiamo paterno

Stando così le cose, mi permetterai, ottimo fratello ( di te infatti si serve il Signore per infondermi viva fiducia ), mi permetterai, dico, di rivolgere direttamente la parola a quegli stessi figli e fratelli nostri che - ben lo so - tu al pari di me vieni plasmando con grande amore finché non sia formata in essi la vita interiore che esige l'Apostolo. ( Gal 4,19 )

O servi di Dio e soldati di Cristo, possibile mai che non riusciate a vedere le arti ingannatrici del nemico infernale, che in tutte le maniere cerca d'annebbiare con le sue esalazioni pestilenziali il vostro buon nome - un così squisito profumo ( 2 Cor 2,14-16 ) di Gesù Cristo - allo scopo d'impedire che anime generose si risolvano a dire: Correremo dietro al profumo del tuoi unguenti ( Ct 1,4 ) e così sfuggano ai lacci tesi da lui?

Tale e non altro è il motivo per cui egli sparse un po' dovunque tanta gente ipocrita ricoperta del saio monacale: gente che gironzola per le province senza che si sappia chi li abbia mandati, gente in perpetuo movimento, mai fermi, mai stabili.

E ce ne sono di quelli che fanno commercio con le reliquie dei martiri ( seppure sono dei martiri! ); altri che vanno decantando i pregi delle loro fimbrie e filatteri; altri ancora che si ricordano d'aver sentito dire che in quella o in quell'altra parte del mondo vivono ancora i loro genitori o certi altri parenti e bugiardamente asseriscono che sono in viaggio per andarli a trovare.

E tutti chiedono, tutti pretendono: incassi d'una mendicità redditizia, prezzo d'una santità simulata.

Che se poi vengono sorpresi in qualcuna delle loro malefatte o comunque se ne spande la diceria, sotto il nome generico di monaci viene ad essere screditato lo stato religioso che voi professate: istituzione invece tanto buona e santa che desidereremmo fosse diffusa in tutta l'Africa come lo è in altre regioni.

Come dunque non accendervi di zelo per il Signore?

Come non brucia dentro di voi il vostro cuore e come, al ripensarci, non vi si accende un fuoco, ( Sal 39,4 ) in modo da impedire con le opere buone le azioni indegne di costoro e così togliere ad essi ogni pretesto per il loro sconcio mercanteggiare, da cui deriva a voi una menomazione di stima e ai deboli un motivo di scandalo?

Siate dunque animati da sentimenti di comprensione e da propositi di carità: mostrate al mondo che entrando nella quiete del monastero non siete andati a cercarvi un modo facile di tirare avanti la vita, ma avete ricercato il regno di Dio attraverso la via stretta e difficoltosa propria di questa istituzione.

Il motivo di lavorare che si presenta a voi è lo stesso che si presentava all'apostolo Paolo: togliere i pretesti a chi di pretesti va a caccia, ( 2 Cor 11,12 ) in tal modo quanti stanno lì lì per essere asfissiati dal lezzo che emana da loro si sentano rinvigoriti al profumo della vostra buona condotta.

29.37 - Le responsabilità dell'Episcopato sono più gravose che non il lavoro manuale

Non è nostra intenzione sospendervi al collo pesi gravi e caricarvi le spalle con fardelli che noi ricusiamo di toccare col dito. ( Mt 23,4 )

Fate pure le vostre ricerche, e vi renderete conto del logorio cui ci sottopongono le nostre occupazioni, congiunte in qualcuno di noi con una malferma salute fisica.

Sapete le costumanze in uso presso le chiese di cui stiamo al servizio e come siano tali da non consentirci d'attendere a quelle occupazioni che vi inculchiamo.

Vi potremmo senz'altro ripetere: Chi va a fare il soldato a proprie spese?

Chi coltiva una vigna e non si nutre dei suoi prodotti? Chi mena a pascolo un gregge e non ne prende il latte? ( 1 Cor 9,7 )

Eppure io - e di questo posso prendere a testimone contro di me nostro Signore Gesù Cristo, in nome del quale senza esitazioni vi dico queste cose -, a volermi regolare secondo quello che tornerebbe più comodo a me personalmente, preferirei di gran lunga dedicarmi ogni giorno ad ore determinate - come si trova prescritto in certi monasteri ove vige la disciplina - ad un po' di lavoro manuale e poi aver libere le altre ore per leggere, pregare o comunque occuparmi delle sacre Scritture anziché cacciarmi in mezzo alla baraonda e alle angustie delle altrui contese, ove si tratta di risolvere con una sentenza intrighi d'affari o farli cessare con un intervento di autorità.

Sono, queste, delle noie a cui ci volle dediti l'Apostolo, non per iniziativa sua personale, ma per incarico di colui che parlava per la sua bocca: noie delle quali non troviamo scritto che egli abbia voluto gravarsi.

Del resto, il suo apostolato, con il continuo mutare dei luoghi, si svolgeva in maniera diversa.

Per cui egli non diceva: Se avete dei contrasti per affari materiali, " riferitene a noi ", ovvero: " costituite noi arbitri e giudici delle vostre contese ", ma: Investitene quelli che sono meno apprezzati nella Chiesa.

Continuando poi: Ve lo dico per farvi arrossire: possibile che fra voi non ci sia nemmeno uno dotato di sapienza e quindi capace di fare da giudice tra fratelli?

Ma il fratello intenta lite al fratello, e ciò dinanzi agli infedeli. ( 1 Cor 6,4-6 )

Voleva dunque l'Apostolo che tra i fedeli e i santi delle varie Chiese certe persone più sagge, residenti sempre nello stesso luogo e non costrette a peregrinare da un luogo all'altro per predicare il vangelo, facessero da arbitri in materia di affari.

Di modo che, sebbene mai leggiamo scritto che Paolo abbia atteso a questo genere di attività, tuttavia noi non possiamo esimercene, per quanto siamo gente insignificante.

Difatti, sono tali persone che l'Apostolo voleva fossero incaricate, in mancanza di persone dotate di saggezza, ma mai che gli affari dei cristiani fossero deferiti al pubblico tribunale.

La fatica di questo incarico ce la siamo accollata - non senza consolazioni divine del resto - in vista della vita eterna che speriamo e per poter produrre qualche frutto di bene con l'esercizio della pazienza.

Siamo infatti al servizio della Chiesa del Signore e segnatamente delle sue membra più fragili, quale che sia il nostro valore di membro rispetto all'intero corpo.

Né voglio parlarvi delle altre innumerevoli preoccupazioni per la Chiesa che gravano su di noi.

Solo chi ne ha fatto l'esperienza potrebbe prestar fede alle mie parole.

Comunque, non è vero che noi imbastiamo some pesanti e le carichiamo sulle vostre spalle, mentre noi rifuggiamo dal toccarle col dito.

Se ci fosse consentito, salve sempre le esigenze del nostro ufficio, noi preferiremmo senz'altro dedicarci ai lavori che vi esortiamo a compiere ( lo sa colui che scruta il nostro cuore! ), anziché a tutti gli altri che siamo obbligati a intraprendere.

Poiché per tutti, e per noi e per voi, quando andiamo ad espletare quelle mansioni che a ciascuno impongono e la sua condizione e l'ufficio che ha ricevuto, la via è scabrosa e piena di fatiche e d'affanni.

Ma nello stesso tempo se ci anima il gaudio dell'eterna speranza, amabile è il giogo e leggero il peso ( Mt 11,30 ) di colui che ci ha chiamati al riposo, colui che prima di noi traversò la valle del pianto, nella quale neppure a lui furono risparmiate tribolazioni.

Se pertanto ci siete fratelli e figli, se siamo gli uni e gli altri servi di Cristo, se - più esattamente - noi siamo in Cristo al vostro servizio, date ascolto ai nostri inviti, chinate il capo ai nostri precetti, accogliete le nostre disposizioni.

Che se anche fossimo dei farisei, che accatastiamo pesi insopportabili e li carichiamo sulle vostre spalle, pur non approvando il nostro agire, ( Mt 23,3 ) state ugualmente alle nostre prescrizioni.

Quanto a noi, poi, è una cosa da nulla il giudizio che date sul conto nostro tanto voi quanto qualsiasi altro tribunale umano. ( 1 Cor 4,3 )

La cura che abbiamo di voi e com'essa provenga da fraterno amore sono cose che conosce colui che ci ha fatto dono di quanto siamo in grado di presentargli allo sguardo.

E poi, alla fine delle fini, giudicateci come vi pare.

Chi vi dà questi ordini è l'apostolo Paolo.

È lui che in nome di Dio vi scongiura a procurarvi il pane che mangiate lavorando in silenzio, ( 2 Ts 3,12 ) vale a dire senza tumulti e disciplinati nell'obbedienza.

Di lui - penso - non avrete a sospettar male: siete infatti persone che hanno fede in colui che vi parla per bocca dell'Apostolo.

30.38 - Invito a non turbare la disciplina ecclesiastica. E a non parteggiare per gli indisciplinati

Sono queste le cose che a proposito del lavoro dei monaci mi sono affrettato a scriverti, o mio carissimo fratello Aurelio, a cui va nel cuore di Cristo ogni mio rispetto.

Te ne ho scritto, nel modo e nella misura che mi ha donato colui che per tuo mezzo m'aveva dato l'incarico di scriverne.

Nella mia esposizione ho avuto di mira soprattutto che i buoni religiosi nell'eseguire quanto prescritto dall'Apostolo non avessero ad essere presi per contravventori delle norme del vangelo da coloro che sono pigri e indisciplinati.

In tal modo, quanti si rifiutano di lavorare non potranno almeno avanzare dubbi sul fatto che quelli che lavorano sono migliori di loro.

Veramente, chi potrebbe tollerare che uomini cocciutamente ribelli i quali resistono agli ordini più che salutari impartiti dall'Apostolo abbiano ad essere non già sopportati pazientemente come membra malate ma elogiati come più progrediti in santità?

Come si potrebbe ammettere che monasteri fondati sulla più sana dottrina abbiano ad essere fuorviati dalla duplice attrattiva, di potersi cioè abbandonare all'ozio con ogni libertà e di potersi far belli con una santità contraffatta?

Pertanto, anche quegli altri fra i nostri fratelli e figli che inconsciamente han preso l'abitudine d'appoggiare costoro e di patrocinare la causa della loro arrogante condotta sappiano che tocca a loro in primo luogo ravvedersi e mutare condotta, allo scopo di far ravvedere i traviati, non già perché loro riducano le opere buone che fanno.

È ovvio infatti che riguardo alla prontezza e allo zelo con cui forniscono il necessario ai servi di Dio, noi non solo non li rimproveriamo ma anzi ce ne congratuliamo con vivo compiacimento.

Stiano però in guardia affinché una malintesa compassione non abbia per l'avvenire a recar loro maggior danno di quanto non sia il vantaggio conseguito sul primo momento.

30.39 Si commettono infatti meno peccati se con approvazioni non si dà spago al perverso perché segua le inclinazioni del suo cuore e se non si elogia colui che commette azioni inique. ( Sal 10,3 )

31.39 - Contro certi capelloni e i loro insulsi raziocini

Ma può esserci perversione più grande che voler essere obbediti dagli inferiori e poi rifiutarsi d'obbedire ai superiori? "

Superiore " dico qui l'Apostolo, non me stesso, e mi riferisco a quei tali che si lasciano crescere un'abbondante capigliatura.

Questione, questa, sulla quale l'Apostolo non permetteva che si discutesse per niente dicendo: Se qualcuno vuol attaccar brighe, noi tale costumanza non l'abbiamo, e non l'ha nemmeno la Chiesa di Dio; ed eccovi ora i miei ordini. ( 1 Cor 11,16-17 )

Non vuole che si ricerchi l'abilità di uno che espone, ma che si rispetti l'autorità di uno che comanda.

E, di grazia, quali sarebbero mai le ragioni per lasciarsi crescere i capelli a dispetto d'un ordine tanto esplicito dell'Apostolo?

Che forse l'ozio deve spingersi al punto da impedire che anche i barbieri lavorino?

Ovvero - dato che si propongono d'imitare gli uccelli del vangelo - temono forse di non poter più volare come gli uccelli, una volta che si siano rasati la testa?

Contro questo vizio mi astengo dal dire di più per un riguardo verso certi religiosi che, pur lasciandosi lunghi i capelli, a parte questa scempiaggine, offrono tanti e tanti motivi per cui li veneriamo.

Anche a loro, peraltro, vada la nostra parola ammonitrice: la rivolgiamo ad essi con tanto maggiore preoccupazione quanto più grande è l'amore che in Cristo loro portiamo.

Né abbiamo paura che la loro umiltà respinga il nostro ammonimento.

Anche noi infatti desidereremmo ricevere ammonimenti da tali persone allorché ci capitasse di trovarci nell'incertezza o nell'errore.

Orbene, a questi uomini così avanti nella virtù noi rivolgiamo l'invito a non lasciarsi fuorviare dagli stupidi pretesti addotti dai vanitosi e a non volersi rassomigliare a costoro in tale aberrazione, dal momento che nel resto della loro condotta sono così diversi.

C'è infatti gente che va in giro mascherandosi ipocritamente a scopo di lucro e teme che una santità senza chioma faccia meno colpo di quella che ne è ricoperta.

Allo sguardo di chi li osserva questa suggerisce l'immagine degli antichi personaggi di cui si legge nella Scrittura, ad esempio, di Samuele e degli altri che non si rasavano. ( Nm 6,5 )

Essi non riflettono sulla differenza che passa tra quel " velo ", di natura profetica, e l'attuale epoca della rivelazione del vangelo, della quale l'Apostolo dice: Quando sarai passato al Cristo il velo sarà tolto. ( 2 Cor 3,16 )

Identico infatti è il valore simbolico del velo calato tra la faccia di Mosè e gli sguardi del popolo d'Israele ( Es 34,33 ) e quello della capigliatura che in quel tempo si lasciavano crescere i santi.

È anzi lo stesso Apostolo che stabilisce l'equazione tra la capigliatura e il velo: un'autorità quindi che s'impone anche a costoro.

Dice infatti espressamente: Se l'uomo si fa crescere i capelli, gliene viene un disonore. ( 1 Cor 11,14 )

Replicano costoro: Ma noi a tale disonore ci sottoponiamo in sconto dei nostri peccati.

Umiltà finta, ombra di umiltà che essi vogliono rendere tanto più ampia da poter esporre al suo riparo la loro gonfiezza e il loro affarismo.

Quasi che l'Apostolo potesse insegnare la superbia allorché diceva: L'uomo che prega o pronuncia oracoli a testa coperta getta un'onta su se stesso, e ancora: L'uomo non deve coprirsi la testa poiché è immagine e gloria di Dio. ( 1 Cor 11, 4.7 )

Quegli che dice: " Non si deve fare così e così " non sarebbe dunque in grado di insegnare l'umiltà?

Ma, se è a titolo di umiltà che nella presente economia del vangelo costoro vagheggiano quell'acconciatura indecorosa che al tempo dell'attesa profetica era un simbolo misterioso, che si taglino i capelli e si coprano la testa con un rozzo panno.

Se non che un siffatto copricapo non frutterebbe loro moneta, poiché Sansone si copriva la testa non con un berretto alla buona ma con una fluente capigliatura. ( Gdc 16,17 )

32.40 - Le vere esigenze dell'uomo nuovo: Simbolismo del velo, proibito all'uomo e prescritto alla donna

Penosamente ridicolo - se così è lecito esprimersi - è inoltre l'argomento che essi hanno inventato a difesa della loro chioma.

È vero - dicono - che l'Apostolo proibisce agli uomini di portare lunghi capelli, ma se uno si è reso eunuco per il Regno dei cieli, ( Mt 19,12 ) non è più da ritenersi uomo.

Stupidaggine senza pari. Chi parla così si corazza proprio d'una mentalità perversa ed empia per ripararsi da quanto chiaramente asserisce la Sacra Scrittura.

S'inoltra in una strada storta e si sforza di far prevalere la sua dottrina pestilenziale.

Certo non è l'uomo felice che non volge il passo verso l'assemblea degli empi e non sosta sulla via dei peccatori e non s'asside su una cattedra appestata. ( Sal 1,1 )

Se infatti meditasse giorno e notte sulla legge di Dio, si sarebbe senz'altro imbattuto nell'apostolo Paolo, il quale professava assoluta castità e rivolgeva a tutti gli uomini l'invito ad essere come lui stesso, ( 1 Cor 7,7 ) pur tuttavia e dalla vita che conduce e dalle parole che dice si palesa uomo integro.

Asserisce infatti: Quand'ero bambino, parlavo da bambino, avevo pensieri e sentimenti da bambino; ma quando divenni uomo maturo mi disfeci di quanto era bambinesco. ( 1 Cor 13,11 )

Ma perché soffermarmi a ricordare l'Apostolo, quando i sostenitori di queste teorie non sanno cosa esattamente pensare nemmeno nel riguardi del nostro Signore e Salvatore?

È infatti di lui, e non d'altri, che si afferma: Dobbiamo tutti camminare spediti verso l'unità della fede e la comprensione del Figlio di Dio, verso l'uomo perfetto, commensurato sull'età del Cristo nella sua pienezza; né dobbiamo più essere dei bambini sbatacchiati e portati in giro da ogni vento di dottrina, in mezzo agli artifizi orditi dalla gente, fra le abili manovre inventate dall'errore. ( Ef 4,13-14 )

Oh, con quali trappole sanno costoro ingannare gli inesperti!

E quale non è la loro astuzia e i raggiri diabolici nei quali sono incappati loro personalmente e nei quali, per così dire, cercano di far roteare gli animi dei più deboli che abbiano aderito a loro, fino al punto da non saper più, né gli uni né gli altri, dove siano andati a finire.

Hanno infatti sentito la massima, o fors'anche l'hanno letta, ove sta scritto: Chiunque voi siate che avete ricevuto il battesimo di Cristo, voi vi siete rivestiti di Cristo, e in lui non c'è né giudeo né greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina. ( Gal 3,27-28 )

Tuttavia non comprendono che ciò è detto in relazione alle concupiscenze della sessualità, poiché nella parte interiore dell'uomo, ove siamo spiritualmente rinnovati ( 2 Cor 4,16 ) non esistono funzioni sessuali.

Pertanto, non hanno alcun diritto di dire che non sono uomini perché non si servono degli organi della loro mascolinità.

E difatti gli sposi cristiani che hanno fra loro rapporti sessuali non sono cristiani per quanto hanno in comune con coloro che non sono cristiani e con gli stessi bruti.

Una cosa infatti è il tributo che si paga alla fragilità umana o la funzione che s'adempie per la propagazione della specie; un'altra cosa è ciò che, professando la fede, si opera a guisa di segno per conseguire la vita incorruttibile ed eterna.

Pertanto, l'ordine che Paolo imparte agli uomini di non porsi il velo sul capo riguarda sì la testa come membro del corpo ma soltanto figuratamente.

Effettivamente deve attuarsi nell'anima, dove sta l'immagine e la gloria di Dio, come indicano le parole: L'uomo non deve velarsi la testa poiché è immagine e gloria di Dio. ( 1 Cor 11,7 )

E dove precisamente debba riscontrarsi questa immagine di Dio, lo dichiara lo stesso Apostolo che dice: Non vi ingannate a vicenda; spogliatevi piuttosto dell'uomo vecchio con tutte le sue opere e rivestitevi dell'uomo nuovo, quello che si rinnova secondo l'immagine di colui che l'ha creato, per una conoscenza di Dio. ( Col 3,9-10 )

Chi potrebbe mettere in dubbio che un tale rinnovamento si effettua nello spirito?

Che se ci fosse qualcuno che ne dubiti, voglia ascoltare un passo ancora più esplicito, un passo dove, per inculcare le stesse cose, dice: Come in Cristo c'è la verità, voi vogliate deporre l'uomo vecchio secondo cui antecedentemente avete condotto una vita disordinata e che è oggetto alla corruzione a seguito di passioni ingannatrici.

Rinnovatevi nello spirito, nella vostra mente, e rivestite l'uomo nuovo creato a immagine di Dio. ( Ef 4,21-24 )

Che dire? Forse che le donne non conseguono il rinnovamento dello spirito dov'è l'immagine di Dio?

Chi oserebbe asserire una tal cosa? Eppure esse, configurate come sono nella loro sessualità, non sono in grado di simboleggiare questa immagine di Dio e per questo si prescrive loro di coprirsi con il velo.

Con quell'insieme di fattori che le costituisce donne, infatti, esse raffigurano piuttosto quella parte del composto umano che potrebbe essere chiamata concupiscibile, cioè quella su cui lo spirito esercita il suo dominio: quello spirito che, quando la vita è sommamente perfetta e ordinata, sta a sua volta soggetto a Dio.

Per tal modo, quello che in un unico individuo sono lo spirito e la concupiscenza ( lo spirito controlla, la concupiscenza viene controllata; lo spirito comanda, la concupiscenza sta soggetta ), questa duplice realtà, se la si sdoppia in due persone, viene simbolicamente rappresentata nell'uomo e nella donna, secondo l'affinità che ognuno dei due soggetti ha col sesso o maschile o femminile.

È in rapporto a questi valori simbolici che l'Apostolo comanda all'uomo di non coprirsi il capo con il velo, mentre alla donna ordina di velarsi.

Poiché lo spirito è tanto più in grado di compiere progressi verso realtà superiori quanto maggiore è la cura con cui si sottraggono gli appetiti della sensibilità al dominio delle realtà inferiori.

Fino al giorno in cui tutto l'uomo, compreso il corpo adesso mortale e fragile, sarà rivestito d'incorruzione e d'immortalità, come accadrà nella risurrezione finale, quando la morte verrà assorbita nella vittoria. ( 1 Cor 15,53-54 )

Monito a certi ingenui che inconsapevolmente favoreggiano i perversi.

33.41 - Commiato

Dopo il fin qui detto, coloro che non vogliono agire con rettitudine, almeno se la smettano dallo spargere dottrine false e nocive.

Ma coloro che intendiamo riprendere con le nostre parole sono altri, cioè coloro che hanno l'unico difetto di farsi spiovere sulle spalle i loro capelli, in contrasto con quanto prescrive l'Apostolo, e con questo danneggiano la Chiesa e vi creano del disordine.

Succede infatti che, fra quanti li osservano, alcuni, non osando sospettar male di loro, si sentano costretti a interpretare falsamente le parole dell'Apostolo, per quanto siano chiare e inequivocabili; mentre altri preferiscono sostenere una esatta interpretazione della Scrittura anziché adulare gli uomini, quali che essi siano.

Ne segue che tra i fratelli impreparati e inesperti e quelli più provetti vengano a crearsi dissensi accaniti e pericolose discordie: le quali conseguenze, se fossero da costoro conosciute, si farebbero senz'altro premura d'emendarsi, essendo gente che per il resto della loro condotta ammiriamo e riteniamo degna del nostro amore.

Costoro dunque noi non li sgridiamo ma in nome di Cristo, Dio e uomo, e per l'amore dello Spirito Santo li preghiamo e scongiuriamo affinché non vogliano più porre una tal pietra d'inciampo sulla via dei più deboli, per i quali il nostro Signore Gesù Cristo è morto; ( 1 Cor 8,11 ) né vogliano accrescere il dolore e l'angustia del nostro cuore: di noi, dico, che ben sappiamo con quanta facilità possa una tale consuetudine riprovevole essere imitata dai cattivi allo scopo di gabbare il prossimo, se riscontrano la cosa anche in coloro che per tante altre buone doti si sia costretti a onorare con i riguardi imposti dall'amore cristiano.

Che se, dopo questo nostro richiamo o, meglio, supplica, essi giudicheranno bene proseguire nella condotta di prima, noi non avremo da far altro se non dolercene e piangerne.

Che essi lo sappiano!, e ciò sarà sufficiente: se sono servi di Dio si muoveranno a compassione di noi.

Se poi una tal compassione non la sentono, io non voglio pronunziare su di loro giudizi troppo severi.

Qualora le cose che ti ho esposte ( forse con più abbondanza di parole di quel che consentissero e le mie e le tue occupazioni ) incontreranno il tuo consenso e gradimento, vedi di portarle a conoscenza dei nostri fratelli e figli, per il cui bene ti sei degnato d'impormi l'incarico dell'opera.

Se poi riterrai di dover correggere o emendare qualcosa, me lo farai sapere nella risposta che tu, beatissimo padre, vorrai inviarmi.

Indice

1 Val. Max., 4, 4, 10;
Seneca, Ad Alb. 12