83 questioni diverse

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70 - Sulle parole dell'apostolo: La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. ( 1 Cor 15,54-56 )

Si è soliti chiedere quale sia il significato delle parole: Allora avverrà quello che è stato scritto: " La morte è stata ingoiata per la vittoria ".

Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?

Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. 

n questo testo per morte ritengo che s'intenda l'impulso carnale che resiste alla buona volontà, a causa del compiacimento dei piaceri temporali.

Non si direbbe infatti: Dov'è, o morte, la tua contesa? se non vi fosse opposizione e contrasto.

La sua contesa è descritta anche in un altro testo: La carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. ( Gal 5,17 )

Pertanto con la santità perfetta si realizza la sottomissione di ogni appetito carnale al nostro spirito illuminato e vivificato, cioè alla buona volontà.

E come ora costatiamo di essere liberi da molti capricci puerili che da piccoli, se ci fossero stati negati, ci avrebbero afflitto assai aspramente, così bisogna credere che avverrà di ogni piacere carnale, quando la santità perfetta avrà riformato integralmente l'uomo.

Ora però, finché in noi c'è qualcosa che si oppone alla buona volontà, abbiamo bisogno dell'aiuto di Dio mediante uomini e angeli buoni, perché la nostra ferita, in attesa della guarigione, non ci tormenti al punto da uccidere anche la buona volontà.

Abbiamo meritato questa morte col peccato: peccato che prima si trovava totalmente nel libero arbitrio, quando, in paradiso, nessun dolore per un piacere negato resisteva alla buona volontà dell'uomo, come succede adesso.

Se uno, ad esempio, non si è mai appassionato alla caccia, è assolutamente libero di volere o non volere andare a caccia.

Chi glielo proibisse non lo angustierebbe affatto.

Ma se, abusando malamente di questa libertà, andrà a cacciare contro l'ordine che lo vieta, il piacere che s'infiltra furtivamente fa morire l'anima a poco a poco, sicché, se volesse astenersene, non potrebbe senza dispiacere e tristezza, mentre prima avrebbe agito con tutta tranquillità.

Quindi il pungiglione della morte è il peccato, perché col peccato è seguito il piacere che ora può opporsi alla buona volontà e si può reprimere solo con dolore.

Abbiamo ragione di chiamare morte questo piacere, perché è a detrimento dell'anima, divenuta peggiore.

E la forza del peccato è la legge: perché la scelleratezza e l'empietà nel commettere ciò che la legge proibisce è maggiore di ciò che non è vietato da alcuna legge.

Allora finalmente la morte sarà ingoiata per la vittoria, quando, in virtù della piena santificazione dell'uomo, il piacere carnale sarà soppiantato dal gaudio perfetto delle cose spirituali.

71 - Sulle parole della scrittura: Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo  ( Gal 6,2 )

1. Poiché l'osservanza dell'Antico Testamento si basava sul timore, non si poteva dire più chiaramente che il dono del Nuovo Testamento è la carità come in questo testo, dove l'Apostolo dice: Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo.

Si capisce bene perché egli parla di questa legge di Cristo: il Signore stesso ci ha comandato di amarci a vicenda, attribuendo così grande importanza a questa sentenza da affermare: Da questo sapranno che siete miei discepoli se vi amate gli uni gli altri. ( Gv 13,34-35 )

Questo amore impone di portare vicendevolmente i nostri pesi.

Ma questo dovere, che non è eterno, condurrà certamente alla beatitudine eterna, dove non ci saranno più quei pesi che ci è comandato di portare scambievolmente.

Ma attualmente, durante questa vita, mentre cioè siamo in via, portiamo a vicenda i nostri pesi per poter arrivare a quella vita priva di ogni peso.

Come hanno scritto alcuni studiosi di tali materie riguardo ai cervi: quando [ questi animali ] guadano un corso d'acqua verso un'isola alla ricerca di pascoli, si allineano in modo da porre gli uni sugli altri il peso delle loro teste, appesantite dalle corna, cosicché quello che segue, allungando il collo, posa la testa sul precedente.

E poiché è necessario che uno preceda gli altri, senza avere nessuno davanti a sé su cui appoggiare la testa, si dice che facciano a turno: chi precede, affaticato dal peso della testa, retrocede all'ultimo posto e gli succede quello di cui sosteneva la testa, quando esso guidava [ il branco ].

E così, portando a vicenda i loro pesi, passano il guado fino a raggiungere la terraferma.

Salomone alludeva forse alla natura dei cervi, quando diceva: L'amabile cervo e la gazzella graziosa s'intrattengano con te. ( Pr 5,19 )

Niente dimostra tanto bene l'amicizia quanto il portare il peso dell'amico.

2. Non porteremmo tuttavia vicendevolmente i nostri pesi se quelli che portano i propri pesi fossero contemporaneamente soggetti alla malattia o allo stesso genere di malattia.

Ma tempi diversi e diversi generi di infermità ci permettono di portare a vicenda i nostri pesi.

Sopporterai, ad esempio, l'ira del fratello, se non ti adiri contro di lui, e viceversa, quando tu sarai preso dall'ira, egli ti sopporterà con dolcezza e serenità.

Questo esempio fa al caso di coloro che portano vicendevolmente i pesi in tempi diversi, sebbene l'infermità sia la stessa.

Entrambi infatti sopportano l'ira vicendevole.

Consideriamo invece un altro esempio che riguarda un diverso genere d'infermità.

Se uno è riuscito a vincere la propria loquacità, ma non ancora l'ostinazione, mentre l'altro è tuttora loquace, ma non più ostinato, il primo deve sopportare con carità la loquacità del secondo e questi l'ostinazione del primo, finché il difetto dell'uno e dell'altro sia guarito in entrambi.

È certo che se l'identica infermità si riscontrasse in tutti e due contemporaneamente, essi non sarebbero capaci di sopportarsi vicendevolmente, perché si rivolgerebbe contro loro stessi.

Invece due persone adirate possono accordarsi e sopportarsi contro una terza, sebbene non si debba dire che si sopportano ma piuttosto che si consolano a vicenda.

Così anche due persone afflitte per lo stesso motivo si aiutano e in qualche modo si appoggiano l'una all'altra molto più che se una fosse afflitta e l'altra lieta; se invece fossero tristi l'una contro l'altra, non potrebbero affatto sopportarsi.

In tali situazioni è opportuno pertanto condividere alquanto la stessa infermità da cui vuoi liberare l'altro col tuo aiuto.

Bisogna condividerla per aiutare l'altro non per equiparare la miseria, come fa colui che si china a porgere la mano a chi è a terra.

Non si prosterna infatti per rimanere entrambi a terra, ma si curva soltanto per sollevare chi è a terra.

3. Nessun motivo permette di compiere tanto generosamente questo compito gravoso di portare i pesi degli altri, quanto il pensiero di ciò che ha sopportato il Signore per noi.

Per questo l'Apostolo ci ammonisce con le parole: Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. ( Fil 2,5-8 )

Più sopra aveva detto: Nessuno cerchi il proprio interesse ma quello degli altri. ( Fil 2,4 )

A questa raccomandazione ha collegato ciò che è stato detto; infatti così prosegue: Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, proprio per questo scopo: come il Verbo si è fatto carne, è venuto ad abitare in mezzo a noi ( Gv 1,14 ) e, pur essendo senza peccato, ha preso su di sé i nostri peccati e si è curato dei nostri interessi non dei suoi, così anche noi, secondo il suo esempio, portiamo vicendevolmente di buon animo i nostri pesi.

4. A questa considerazione se ne aggiunge ancora un'altra: egli ha assunto la natura umana, noi invece siamo uomini.

Dobbiamo perciò tener presente che l'infermità sia dell'anima che del corpo, riscontrata in un altro uomo, avremmo potuta averla anche noi o possiamo averla.

Mostriamo dunque a colui, di cui vogliamo alleviare l'infermità, la stessa delicatezza che desidereremmo da lui se per caso ci trovassimo in quella infermità, da cui egli fosse esente.

A questo si riferisce lo stesso Apostolo che, pensando di potersi trovare anch'egli nella medesima difficoltà da cui desiderava liberare l'altro, dice: Mi sono fatto tutto a tutti, per guadagnare tutti. ( 1 Cor 9,22 )

Egli si comportava così per compassione, non per ipocrisia, come sospettano alcuni, e soprattutto coloro che, per difendere le loro innegabili menzogne, ricercano il patrocinio di qualche esempio insigne.

5. C'è poi un'altra considerazione: non esiste uomo che non possa avere qualche bene, magari nascosto, che tu non possieda ancora e in cui potrebbe esserti certamente superiore.

Questa riflessione serve a reprimere e ad eliminare l'orgoglio.

Perché senza dubbio le tue buone qualità eccellono e sono manifeste, non penserai perciò che un altro non possa avere anch'egli buone qualità, per il motivo che sono nascoste e probabilmente di maggior pregio, per le quali è superiore a te che non lo sai.

L'Apostolo comanda di non ingannarci o meglio di non illuderci, quando dice: Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. ( Fil 2,3 )

La nostra considerazione deve essere vera e non finta; dobbiamo credere realmente che negli altri ci possa essere qualcosa di nascosto per cui ci supera, anche se la nostra qualità, per la quale sembriamo migliori di lui, non è celata.

Queste considerazioni che smussano l'orgoglio e stimolano la carità, ci permettono di portare vicendevolmente i pesi dei fratelli, non solo di buon animo ma addirittura con grandissimo piacere.

Bisogna assolutamente astenersi dal giudicare uno sconosciuto, e non si conosce nessuno se non per mezzo dell'amicizia.

Ecco il motivo per cui sopportiamo con maggior facilità le debolezze degli amici, perché le loro buone qualità ci allietano e ci attirano.

6. Non si deve quindi rifiutare l'amicizia di alcuno che entra in relazione per stringere amicizia; questo non vuol dire che bisogna accoglierlo precipitosamente, ma desiderare d'accoglierlo, trattandolo in modo da poterlo accogliere.

Possiamo dire di avere accolto in amicizia colui al quale osiamo confidare tutte le nostre intenzioni.

E se c'è qualcuno che non osa presentarsi per stringere amicizia, tenuto lontano da qualche nostra carica o dignità sociale, bisogna abbassarsi fino a lui e manifestargli con modestia e affabilità d'animo quanto non ardisce chiedere personalmente.

Certamente, anche se di rado, ma talvolta capita, quando vogliamo ricevere qualcuno in amicizia, di conoscere i suoi lati negativi prima dei buoni: offesi, e in certo modo urtati dai difetti, lo respingiamo senza preoccuparci di scoprire le sue buone qualità che sono forse più latenti.

Pertanto il Signore Gesù Cristo, che ci vuole suoi imitatori, ci ammonisce a tollerare i suoi difetti per giungere, con la pazienza della carità, a qualche dote positiva, piacevole e riposante.

Dice infatti: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma gli ammalati. ( Mt 9,12 )

Se dunque per amore di Cristo non dobbiamo respingere dal cuore neppure uno che forse è totalmente infermo, poiché può essere risanato dal Verbo di Dio, tanto meno dobbiamo respingere uno che può sembrarci del tutto infermo, perché siamo stati incapaci di tollerare alcuni suoi difetti all'inizio dell'amicizia e, ciò che è più grave, abbiamo osato per antipatia esprimere un giudizio temerario e precipitoso su tutta la persona, indifferenti al detto: Non giudicate, per non essere giudicati, e: Con la misura con la quale giudicate sarete misurati anche voi. ( Mt 7,1-2 )

Spesso appaiono prima i lati positivi: anche qui bisogna guardarci dal giudizio affrettato di benevolenza perché, prendendo tutto per buono, i lati negativi, che appaiono dopo, non ti colgano alla sprovvista e impreparato, procurando un danno più grave, sì da odiare con maggior rancore colui che hai amato sconsideratamente: il che è ingiusto!

Anche se da principio non appaia alcuna sua qualità e risaltino invece per primi i lati che poi risultano spiacevoli, bisogna tuttavia sopportarli, finché tu possa applicare con lui i rimedi adatti di solito a correggere tali difetti.

A maggior ragione le precedenti buone qualità servono da garanzia per spingerci a tollerare i difetti che si scorgono dopo.

7. È dunque la legge stessa di Cristo che ci impegna a portare vicendevolmente i nostri pesi.

Amando Cristo è facile sopportare la debolezza altrui, anche di uno che non amiamo ancora per le sue buone qualità.

Pensiamo che il Signore, che noi amiamo, è morto per lui.

L'apostolo Paolo ci ha inculcato questa carità con le parole: Ed ecco, per la tua scienza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! ( 1 Cor 8,11 )

Se dunque noi amiamo di meno il debole a causa del motivo che lo rende debole, consideriamo in lui chi è morto per lui.

Ora non amare Cristo non è debolezza: è morte! Bisogna quindi riflettere con grande attenzione e, implorando la misericordia di Dio, non trascurare Cristo a causa di un infermo, quando dobbiamo amare il debole per amore di Cristo.

72 - I tempi eterni

Si può ricercare il senso delle parole dell'apostolo Paolo: Prima dei tempi eterni. ( Tt 1,2 )

Se infatti sono tempi, in che senso sono eterni? E se eterni, in che senso sono tempi?

A meno che non abbia voluto dire: prima di tutti i tempi.

Perché se avesse detto prima dei tempi, senza aggiungere eterni, si potrebbe intendere: prima di alcuni tempi, che però erano preceduti da altri tempi.

Invece in luogo di "tutti" ha preferito dire eterni, forse perché il tempo non ha avuto inizio dal tempo.

O forse con tempi eterni ha voluto indicare l'evo, che differisce dal tempo, perché quello è stabile, mentre il tempo è mutevole?

73 - Sul testo scritturistico: Apparso in forma umana ( Fil 2,7 )

1. Noi parliamo di abito in molti sensi : o dell'abito dell'animo, come può essere l'apprendimento di qualche scienza, approfondito e consolidato dall'uso, o dell'abito del corpo: in questo senso diciamo che uno è più vigoroso e più forte di un altro, ma di solito è più appropriato parlare di costituzione; o dell'abito che si adatta esternamente alle nostre membra, per cui diciamo che uno è vestito, calzato, armato e altre cose del genere.

È chiaro che in tutti questi casi - poiché il termine deriva dal verbo avere [ habere ] - si parla di abito in rapporto a qualcosa che si aggiunge a qualcuno, sicché potrebbe anche non averlo.

Infatti anche la scienza appartiene all'animo e il vigore e la forza al corpo; non c'è dubbio che il vestito e l'armatura si aggiungono alle nostre membra: di modo che l'animo potrebbe anche essere ignaro se non vi si aggiungesse la scienza, e il corpo debole e languido senza l'umore viscerale e il vigore; e l'uomo potrebbe essere nudo senza il vestito, disarmato senza le armi e scalzo senza le scarpe.

La parola abito perciò si dice di una cosa che, per averla in noi, si aggiunge.

C'è tuttavia una differenza: alcuni accidenti diventano abiti senza venire da noi modificati, ma ci cambiano in loro, poiché rimangono integri e immutati: così la sapienza, quando si aggiunge all'uomo, non cambia se stessa ma l'uomo, che da stolto rende sapiente.

Altri accidenti invece cambiano e sono cambiati: così il cibo, perdendo la sua natura, si trasforma nel nostro corpo e noi, ristorati dal cibo, passiamo dall'anemia e dalla debolezza alla forza e alla salute.

C'è una terza classe di accidenti che si modificano per diventare abito e in un certo modo prendono forma, come il vestito, da coloro a cui fanno da abito: quando infatti è deposto o gettato via perde la forma che assume mentre si indossa e riveste le membra.

Indossato prende dunque una forma che non mantiene quando è tolto, mentre le membra, spogliate o vestite, rimangono sempre le stesse.

Ci può essere anche una quarta classe, quella degli accidenti che diventano abito senza modificare le cose a cui si adattano e senza essere cambiate da esse, come, per non sottilizzare troppo, l'anello al dito.

Però questa categoria, se fai bene attenzione, o non esiste affatto o è rarissima.

2. Quando dunque l'Apostolo parlava del Figlio unigenito di Dio in rapporto alla sua divinità, per cui è vero Dio, ha detto che è uguale al Padre: il che non è stato per lui una rapina, come se volesse appropriarsi di una cosa d'altri perché, rimanendo sempre in quell'uguaglianza, poteva rifiutare di rivestire l'umanità e di apparire uomo agli uomini.

Ma spogliò se stesso, non cambiando la propria natura, ma assumendo la condizione di servo, senza cambiarsi o trasformarsi in un uomo, perdendo la natura immutabile, ma assumendo una vera umanità.

Egli stesso, che l'ha assunta, divenendo simile agli uomini, non a se stesso ma a coloro ai quali è apparso nell'umanità, è apparso in forma umana, ( Fil 2,6-7 ) cioè, prendendo l'umanità è stato riconosciuto uomo.

Non poteva infatti essere riconosciuto da coloro che avevano il cuore impuro e non potevano vedere il Verbo presso il Padre, se non accogliendo quello che potevano vedere e per mezzo del quale venivano guidati a quella luce interiore.

Ora questo abito non appartiene alla prima classe, perché la natura umana, restando se stessa, non ha alterato la natura divina; né alla seconda, perché l'uomo non ha cambiato Dio, e non è stato cambiato da lui; né alla quarta, poiché l'umanità non è stata così assunta da mutare Dio o da essere mutata da lui.

Appartiene invece alla terza: l'umanità è stata assunta in modo da essere cambiata in meglio e da lui trasformata in una forma ineffabilmente più eccellente e più intima del vestito indossato dall'uomo.

L'Apostolo col termine abito ha dunque espresso a sufficienza il senso di ciò che ha detto: Divenendo simile agli uomini, non perché si è trasformato in un uomo ma perché, quando si è rivestito dell'umanità, ha preso la condizione umana, che egli, unendo a sé e conformandola in un certo modo, ha associato all'immortalità e all'eternità.

Ora l'abito, che consiste nell'acquisizione della sapienza e della scienza, in greco si dice έξιν; quest'altro invece, per cui diciamo che uno è vestito o armato, si dice piuttosto sch`ma.

Da qui si comprende che l'Apostolo parlava di abito in questo senso: nei testi greci è scritto: σχήμα e noi in latino abbiamo habitus.

Con questo termine si deve intendere che il Verbo non si è mutato assumendo l'umanità, come non mutano le membra quando indossano un vestito, sebbene a questa assunzione abbia unito in modo ineffabile quello che veniva assunto a colui che l'assumeva.

Ma per quanto le parole umane possano applicarsi a cose ineffabili, perché non si ritenga che Dio si sia mutato assumendo la fragilità umana, per esprimere questa assunzione si è scelto il termine greco: σχήματι e il latino: habitus.

74 - Sul testo della lettera di Paolo ai Colossesi: In lui abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati, egli è immagine di Dio invisibile  ( Col 1,14-15 )

Bisogna distinguere immagine, uguaglianza e somiglianza: dove c'è immagine c'è immediatamente somiglianza, non necessariamente uguaglianza; dove c'è uguaglianza c'è anche somiglianza, non necessariamente immagine; dove c'è somiglianza non necessariamente c'è immagine e uguaglianza.

L'immagine comporta necessariamente la somiglianza ma non l'uguaglianza: nello specchio, ad esempio, c'è l'immagine dell'uomo, perché vi si riflette; c'è anche necessariamente la somiglianza, non però l'uguaglianza, perché all'immagine mancano molti elementi che invece appartengono alla realtà da cui è prodotta.

L'uguaglianza comporta senz'altro la somiglianza, non necessariamente l'immagine; ad esempio, in due uova identiche, poiché c'è uguaglianza c'è anche somiglianza.

Tutto ciò che è in uno si trova anche nell'altro.

Non c'è però l'immagine, perché uno non è il riflesso dell'altro.

La somiglianza non comporta affatto immagine e uguaglianza; ogni uovo, infatti, in quanto uovo, è simile ad ogni altro uovo, ma l'uovo di pernice, sebbene come uovo sia simile all'uovo di gallina, non è tuttavia sua immagine, perché non è stato tratto da quello; non è uguale, perché è più piccolo e di un'altra specie animale.

Ma quando si dice: non necessariamente, si intende evidentemente che talvolta può capitare.

Ci può essere dunque un'immagine in cui c'è anche uguaglianza.

Tra genitori e figli, ad esempio, si troverebbe immagine, uguaglianza e somiglianza, se non ci fosse intervallo di tempo.

Infatti la somiglianza del figlio deriva dal genitore, sicché si può giustamente parlare di immagine e questa può essere così grande da dirsi a ragione uguaglianza, a parte la precedenza di tempo del genitore.

Da ciò si capisce che talvolta l'uguaglianza comporta non solo la somiglianza ma anche l'immagine, come risulta dall'esempio precedente.

Qualche volta ci può essere somiglianza e uguaglianza, sebbene non vi sia immagine, come si è detto di uova identiche.

Può esservi anche somiglianza e immagine, sebbene non vi sia uguaglianza, come abbiamo mostrato nel caso dello specchio.

Può esservi anche somiglianza dove c'è uguaglianza e immagine, come abbiamo notato dei figli, eccettuata la precedenza temporale dei genitori.

Così diciamo che una sillaba è uguale ad un'altra, sebbene una sia prima e l'altra dopo.

Ma, poiché in Dio si esclude la condizione temporale - non si può infatti ragionevolmente immaginare che Dio abbia generato nel tempo il Figlio, per mezzo del quale ha creato i tempi - ne consegue che egli non solo è sua immagine, perché procede da lui, e somiglianza, perché sua immagine, ( Col 1,15 ) ma anche uguaglianza così perfetta da escludere l'ostacolo dell'intervallo temporale.

75 - L'eredità di Dio

1. Come dice l'Apostolo agli Ebrei: Un testamento ha valore dopo la morte del testatore, ( Eb 9,17 ) conclude quindi che il Nuovo Testamento è entrato in vigore, quando Cristo è morto per noi.

Il Vecchio Testamento era la sua immagine; in esso la morte del testatore era prefigurata per mezzo della vittima sacrificale.

Se dunque si domanda come mai noi, a dire dello stesso Apostolo, siamo coeredi di Cristo, figli ed eredi di Dio ( Rm 8,17 ) - dal momento che anche l'eredità è resa stabile dalla morte del defunto, né l'eredità si può concepire in altro modo -, si risponderà che siamo diventati eredi con la sua morte, poiché siamo stati chiamati anche suoi figli.

Egli dice: I figli dello sposo non digiunano quando lo sposo è con loro. ( Mt 9,15 )

Siamo dunque chiamati suoi eredi perché ci ha lasciato, in virtù della fede nell'economia temporale, il possesso della pace della Chiesa, che possediamo in questa vita, come ha attestato dicendo: Vi lascio la pace, vi dò la mia pace. ( Gv 14,27 )

Diventeremo poi suoi coeredi, quando, alla fine del mondo, la morte sarà assorbita nella vittoria. ( 1 Cor 15,54 )

Allora saremo infatti simili a lui, poiché lo vedremo così come egli è. ( 1 Gv 3,2 )

Non otteniamo questa eredità con la morte del Padre suo, che non può morire; anzi egli è la nostra eredità, secondo quanto sta scritto: Il Signore è mia parte di eredità. ( Sal 16,5 )

Ma poiché, quando siamo stati chiamati ancor piccoli e inadatti a contemplare le realtà spirituali, la divina misericordia si è abbassata sino ai nostri più umili pensieri, perché ci sforzassimo in qualche modo di scorgere quanto non vedevamo con chiarezza ed evidenza: e così muore la stessa conoscenza confusa, quando inizierà la visione faccia a faccia.

È infatti opportuno dire che morirà ciò che sarà tolto: Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. ( 1 Cor 13,10 )

Così, in un certo senso, il Padre muore per noi in enigma ed egli stesso diventa l'eredità, quando lo vedremo faccia a faccia; non già che egli muoia ma perché la visione imperfetta che abbiamo di lui è abolita dalla visione perfetta.

Se però prima quella non ci alimentasse, noi non diverremmo capaci dell'altra pienissima e chiarissima.

2. Ora se il pio intelletto ammette questo anche del Signore Gesù Cristo - non in quanto Verbo, che in principio era presso Dio, ( Gv 1,1 ) ma in quanto bambino, che cresceva in età e sapienza, ( Lc 2,40.52 ) salva l'umanità che ha assunto in proprio e non ha in comune con gli altri uomini -, è chiaro che egli entra in possesso dell'eredità mediante la sua morte.

Non potremmo infatti essere coeredi, se egli stesso non fosse erede.

Se invece la fede non ammette questo, che cioè l'uomo assunto dal Signore prima abbia avuto una visione parziale e poi totale, sebbene sia stato detto che progrediva in sapienza, bisogna intendere l'erede nel suo corpo, che è la Chiesa, di cui siamo coeredi, come diciamo di essere figli di quella madre, sebbene sia composta da noi stessi.

3. Ma si può ancora domandare: con la morte di chi siamo diventati anche noi eredità di Dio, secondo il detto: Ti darò in eredità le genti? ( Sal 2,8 )

Forse con la morte di questo mondo che prima ci teneva sotto il suo dominio?

Ma dopo, quando noi diciamo: Il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo, ( Gal 6,14 ) Cristo ci possiede, una volta morto quello che ci dominava.

Quando rinunziamo al mondo, noi moriamo al mondo e il mondo a noi.

76 - Sulle parole dell'Apostolo Giacomo: ma voi sapete, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore  ( Gc 2,20 )

1. Poiché l'apostolo Paolo, affermando che l'uomo è giustificato dalla fede senza le opere, non è stato bene compreso da quanti hanno interpretato la frase in modo da ritenere che, dopo avere una volta creduto in Cristo, anche se agissero male e conducessero una vita criminosa e perversa, possono ugualmente salvarsi grazie alla fede, il passo di questa lettera ( Gc 2,20 ) espone come si deve intendere il pensiero stesso dell'apostolo Paolo.

Si serve perciò di preferenza dell'esempio di Abramo per dimostrare che la fede, se non opera il bene, è vana.

Anche l'apostolo Paolo si è servito dell'esempio di Abramo per confermare che l'uomo è giustificato dalla fede senza le opere della legge. ( Rm 4,2 )

Quando ricorda le buone opere di Abramo, che hanno accompagnato la sua fede, mostra a sufficienza che l'apostolo Paolo non ha affatto insegnato, con l'esempio di Abramo, che l'uomo è giustificato dalla fede senza le opere, sicché chi crede non si preoccupi di operare il bene.

Ma ha piuttosto insegnato che nessuno deve ritenere di essere giunto per i meriti delle opere precedenti al dono della giustificazione che dipende dalla fede.

In questo senso i Giudei si ritenevano superiori ai pagani che credevano in Cristo, in quanto dicevano di essere giunti alla grazia del Vangelo per i meriti delle buone opere prescritte dalla legge.

Inoltre molti di coloro che avevano creduto erano scandalizzati perché la grazia di Cristo veniva conferita a pagani incirconcisi.

Per questo motivo l'apostolo Paolo afferma che l'uomo può essere giustificato dalla fede senza le opere precedenti.

Infatti chi è giustificato dalla fede, come potrebbe in seguito operare diversamente se non secondo giustizia, anche se prima non ha compiuto niente di giusto, essendo pervenuto alla giustificazione della fede non in virtù delle opere buone ma per grazia di Dio, che in lui non può più essere vana, perché ormai opera il bene in forza della carità?

Se, dopo aver creduto, egli uscisse subito da questa vita, rimane in lui la giustificazione della fede, senza le buone opere precedenti, perché egli l'ha ottenuta per grazia e non per merito, e neppure le successive, perché non gli è concesso di restare in questa vita.

È chiaro perciò che quanto dice l'Apostolo: Noi riteniamo infatti che l'uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere, ( Rm 3,28 ) non deve intendersi nel senso che possa chiamarsi giusto chi, avendo ricevuto la fede e restando in vita, vivesse poi malamente.

Quindi tanto l'apostolo Paolo si vale dell'esempio di Abramo, perché è stato giustificato per la fede senza le opere della legge, che non aveva ancora ricevuto, quanto Giacomo che mostra che le buone opere sono conseguenza della fede dello stesso Abramo.

E così mostra come si debba intendere l'insegnamento di Paolo.

2. Infatti coloro che ritengono questa sentenza dell'apostolo Giacomo contraria a quella dell'apostolo Paolo, possono anche sostenere che Paolo si contraddice, perché altrove dice: Non coloro che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati. ( Rm 2,13 )

E in un altro passo: Ma la fede che opera per mezzo della carità. ( Gal 5,6 )

E ancora: Poiché se vivrete secondo la carne voi morirete; se invece con l'aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete. ( Rm 8,13 )

Quali siano poi le opere della carne, che si devono mortificare con le opere dello Spirito, lo precisa altrove, dicendo: E del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. ( Gal 5,19-21 )

E ai Corinzi: Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio.

E tali eravate voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del nostro Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio. ( 1 Cor 6,9-11 )

Con queste espressioni insegna a chiarissime lettere che essi sono arrivati alla giustificazione della fede non per qualche buona opera antecedente e che questa grazia non è stata data per i loro meriti, quando dice: E tali eravate voi.

Ma quando dice: Quelli che fanno tali cose non erediteranno il regno di Dio, mostra a sufficienza che, dopo aver creduto, devono agire bene.

Lo stesso apostolo Paolo predica insistentemente e apertamente in molti luoghi ciò che dice anche Giacomo: che tutti coloro che hanno creduto in Cristo devono vivere rettamente per non incorrere nel castigo.

Lo ricorda anche lo stesso Signore, dicendo: Non chiunque mi dice: " Signore, Signore ", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli entrerà nel regno dei cieli. ( Mt 7,21 )

E altrove: Perché mi chiamate: " Signore, Signore ", e poi non fate ciò che dico?. ( Lc 6,46 )

E ancora: Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia, ecc.

E chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica è simile ad un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia, ( Mt 7,24-27 ) ecc.

Pertanto le sentenze dei due Apostoli Paolo e Giacomo non si contraddicono, quando uno dice che l'uomo è giustificato per la fede senza le opere e l'altro dice che la fede senza le opere è vana; perché uno parla delle opere che precedono la fede, l'altro delle opere che seguono la fede, come anche lo stesso Paolo spiega in molti passi.

77 - Il timore è peccato?

Ogni turbamento è passione; ogni cupidigia è turbamento; ogni cupidigia è dunque passione.

Ora, quando una passione è in noi, soffriamo per la stessa passione e soffriamo in quanto è passione.

Perciò quando in noi c'è qualche cupidigia, soffriamo per la stessa cupidigia e soffriamo in quanto è cupidigia.

Ma nessuna passione, per il fatto che subiamo la stessa passione, è peccato; così anche se proviamo timore, il timore non è peccato.

È come se si dicesse: se è bipede, non è una bestia.

Se dunque questa affermazione non è conseguente, perché vi sono molti animali bipedi, ugualmente non consegue neppure quella, perché sono molti i peccati che subiamo.

Questo si dice infatti per opposizione: non segue pertanto che il timore, se lo subiamo, non sia peccato.

Tu invece dici che, se subiamo il timore, di conseguenza non c'è peccato: ammetti tuttavia che vi sono alcuni peccati che subiamo.

78 - La bellezza delle statue

L'arte somma di Dio onnipotente, per cui sono state create dal nulla tutte le cose e che viene chiamata anche sua sapienza, opera anche mediante gli artisti, perché producano cose belle e armoniose.

Essi però non producono dal nulla ma da una determinata materia, come il legno o il marmo o qualsiasi materiale del genere che è sottoposto alle mani dell'artista.

Costoro tuttavia non possono fare alcunché dal nulla, perché operano mediante il corpo.

È nondimeno la somma Sapienza, che ha impresso con arte ben più mirabile in tutto l'universo corporeo, che è stato creato dal nulla, le proporzioni e l'armonia, a dotare il loro spirito di quelle proporzioni e armonia di forme che essi, attraverso il corpo, imprimono nella materia.

In questo universo vi sono anche i corpi degli animali, che sono tratti dalla materia, vale a dire dagli elementi del mondo, in un modo assai più potente e perfetto delle medesime figure e forme dei corpi che gli artisti umani riproducono nelle loro opere.

Infatti nella statua non si ritrova tutta la varietà del corpo umano; ma quella che vi si trova è ricavata, mediante l'animo dell'artefice, da quella sapienza che costruisce con naturalezza lo stesso corpo umano.

Non si devono pertanto stimare eccessivamente coloro che producono o venerano tali opere, perché l'anima intenta alle cose inferiori, che fa materialmente con il corpo, aderisce meno alla somma Sapienza, da cui ha queste capacità.

Ne fa cattivo uso, quando le esplica all'esterno.

Amando infatti le cose, in cui le esercita, perde di vista la loro forma eterna e interiore e così diventa più debole e vana.

Coloro poi che addirittura venerano queste opere, quanto si siano allontanati dalla verità, si può capire da questo: se essi venerassero gli stessi corpi degli animali, fatti in modo assai più perfetto e di cui queste sono solo imitazioni, cosa diremmo di più miserabile a loro riguardo?

79 - Perché i maghi del faraone hanno operato alcuni prodigi come Mosé, servo di Dio?  ( Es 7-8 )

1. Ogni anima esercita in parte un potere personale privato, in parte è soggetta e regolata da leggi universali e pubbliche.

Poiché dunque ogni realtà visibile di questo mondo ha una potenza angelica a sé preposta, come testimonia la divina Scrittura in vari testi, sulla realtà a cui è preposta, essa a volte agisce secondo il diritto privato e a volte è tenuta ad agire secondo il diritto pubblico.

Poiché il tutto è più importante della parte, ciò che lì fa privatamente, lo compie nella misura che glielo permette la legge universale.

Ma ogni anima è tanto più pura per la pietà, quanto meno si compiace del tornaconto personale e, rivolta alla legge universale, la osserva devotamente e volentieri.

Ora la legge universale è la Sapienza divina.

Ma quanto più gode del proprio bene e, trascurando Dio che governa tutte le anime a loro utilità e salvezza, vuole mettersi al posto di Dio per se stessa e per quanti altri potrà, preferendo il potere personale su di sé e sugli altri invece di quello di Dio su tutti, tanto più è spregevole e tanto più è costretta a subire a sua condanna le leggi divine in quanto pubbliche.

Quanto più dunque l'anima umana, abbandonando Dio, si diletta degli onori e del suo potere, tanto più è dominata da tali potestà che godono della loro autonomia e ambiscono di essere onorate dagli uomini come divinità.

A queste potestà la legge divina concede spesso di prestare a coloro, che esse hanno meritamente sottomesso a sé, anche qualche prodigio, a titolo privato, da mostrare in quelle cose che esse dominano con un'infima, sebbene perfettamente ordinata, gradazione di potere.

Ma, dove la legge divina comanda come legge pubblica, elimina senza dubbio la licenza privata, sebbene anch'essa non abbia alcun valore senza l'autorizzazione della potestà divina universale.

Avviene perciò che i santi servi di Dio, quando è per loro un bene avere questo dono, comandino alle potestà inferiori di compiere alcuni prodigi visibili, in forza della legge pubblica e in qualche modo sovrana, ossia per il potere del sommo Dio.

Dio stesso infatti comanda in coloro che sono suo tempio e lo amano con grande ardore, disprezzando il proprio potere personale.

Invece negli incantesimi dei maghi, compiuti allo scopo di ingannare con i loro adescamenti al fine di dominare coloro a cui concedono tali poteri, le potestà inferiori accondiscendono alle loro preghiere e ai loro riti.

In forza del diritto privato esse offrono largamente quanto è loro permesso concedere a coloro che li onorano, li servono e osservano certe condizioni stabilite nei loro misteri.

Anche quando sembra che siano i maghi a comandare, essi spaventano le potenze inferiori con i nomi di quelle superiori e mostrano, a coloro che li ammirano, alcuni prodigi sensibili che, per l'infermità della carne, appaiono sensazionali agli uomini incapaci di contemplare le realtà eterne, che il vero Dio invece offre direttamente ai suoi che lo amano.

Tutto questo è permesso da Dio che governa con giustizia tutte le cose, distribuendo loro libertà e schiavitù a seconda delle brame e delle scelte.

E se talvolta, invocando il sommo Dio, essi ottengono qualcosa che appaga i loro cattivi desideri, non si tratta di una grazia ma di un castigo.

Infatti non per nulla dice l'Apostolo: Dio li ha abbandonati ai desideri del loro cuore. ( Rm 1,24.26 )

La facilità a commettere certi peccati è infatti la pena di altri peccati precedenti.

2. Quanto poi alle parole del Signore: Satana non può scacciare Satana, ( Mc 3,23 ) perché nessuno, per aver scacciato un demonio invocando il nome di qualche infima potestà, ritenga falsa questa massima del Signore, ma riconosca questo significato: che Satana, anche quando risparmia il corpo o i sensi del corpo, li risparmia per assicurarsi, con l'errore dell'empietà, un maggiore successo sulla volontà dell'uomo stesso.

In questo modo Satana non esce, ma penetra più intimamente per operare in lui, come dice l'Apostolo: Secondo il principe delle potenze dell'aria che ora opera nei figli della ribellione. ( Ef 2,2 )

Egli infatti non sconvolgeva né tormentava i sensi del corpo né percuoteva i loro corpi, ma regnava nella loro volontà o meglio ancora nella loro cupidigia.

3. Quando il Signore dice che i falsi profeti faranno molti segni e prodigi da indurre in errore, se fosse possibile, anche gli eletti, ( Mt 24,24 ) ci invita a comprendere che anche gli uomini scellerati compiono certi prodigi che i santi non possono fare.

Non si deve tuttavia per questo concludere che essi sono in posizione più privilegiata davanti a Dio.

Neppure i maghi degli Egiziani erano accetti a Dio più del popolo d'Israele, perché quel popolo non poteva fare ciò che essi facevano, sebbene Mosé per grazia di Dio ne facesse di maggiori. ( Es 7-12 )

Ma questi doni non sono concessi a tutti i santi, affinché i deboli non siano ingannati dall'errore assai pericoloso di credere che in tali prodigi vi siano doni più grandi che nelle opere di giustizia, con le quali si guadagna la vita eterna.

Ecco perché il Signore proibisce ai discepoli di rallegrarsi per questo, dicendo: Non rallegratevi perché gli spiriti si sottomettono a voi, ma rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli. ( Lc 10,20 )

4. Quando dunque i maghi operano tali prodigi, che talvolta fanno anche i santi, esteriormente sembrano uguali, tuttavia vengono compiuti con uno scopo diverso e una diversa motivazione.

Quelli infatti li compiono, cercando la propria gloria, questi cercando la gloria di Dio; quelli inoltre operano per alcune concessioni accordate alle potestà nel loro ordine, come in virtù di contratti privati o benefici, questi invece a pubblica utilità per comando di colui a cui ogni creatura è soggetta.

Altro è infatti costringere il padrone a cedere il cavallo a un soldato, altro venderlo a un acquirente oppure donarlo o prestarlo a qualcuno.

E come molti cattivi soldati, condannati dalla disciplina militare, atterriscono con le insegne del loro comandante non pochi proprietari ed estorcono loro anche quanto non è concesso dalla legge pubblica, così talvolta i cattivi cristiani, scismatici od eretici, si servono del nome di Cristo o di formule o di sacramenti cristiani per ottenere qualcosa dalle potestà infernali, alle quali è ordinato di arrendersi all'onore di Cristo.

Quando invece cedono agli ordini dei malvagi, lo fanno volentieri per sedurre gli uomini, rallegrandosi del loro traviamento.

Perciò in modo diverso operano prodigi i maghi, in altro i cattivi cristiani, in altro i buoni cristiani: i maghi per accordi privati, i buoni cristiani per diritto pubblico, i cattivi cristiani per le insegne del diritto pubblico.

Non c'è da meravigliarsi che queste insegne siano efficaci, quando sono usate da loro: e anche quando sono usurpate da estranei, che mai hanno dato il loro nome alla milizia cristiana, valgono però per l'onore dell'eccellentissimo Imperatore.

Tra questi c'era quel tale di cui i discepoli avevano riferito al Signore che scacciava i demoni nel suo nome, sebbene non fosse con loro al suo seguito. ( Lc 9,49 )

Quando invece queste potestà non cedono a queste insegne, è Dio stesso a vietarlo in maniera occulta, perché giudica giusto ed utile così.

Infatti in nessun modo qualsiasi spirito osa disprezzare queste insegne, perché tremano dovunque le scorgono.

Ma senza che gli uomini se ne rendano conto, altro è ciò che viene comandato da Dio, sia per confondere i cattivi, quando occorre confonderli, come leggiamo negli Atti degli Apostoli, dei figli di Sceva, ai quali uno spirito immondo disse: Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete? ( At 19,14-15 ) sia per ammonire i buoni a progredire nella fede e a usare questo potere non per vana gloria ma utilmente, sia per distribuire i carismi tra i membri della Chiesa, come afferma l'Apostolo: Tutti operatori di miracoli?

Tutti possiedono doni di far guarigioni? ( 1 Cor 12,30 )

Per questi motivi dunque, il più delle volte non avvertiti dagli uomini, come abbiamo detto, viene comandato da Dio che, nonostante il ricorso a queste insegne, le potestà di tal genere non obbediscano alla volontà umana.

5. Il fatto poi che i cattivi spesso danneggino i buoni nell'ordine temporale, deriva dal fatto che ricevono un potere su di loro a maggior vantaggio dei buoni, esercitandoli alla pazienza.

Perciò l'anima cristiana deve essere sempre vigile nelle sue tribolazioni a seguire la volontà del suo Signore, per non attirarsi, resistendo alle disposizioni divine, un più severo giudizio.

Infatti ciò che lo stesso Signore ha detto come uomo a Ponzio Pilato, avrebbe potuto dirlo anche Giobbe al diavolo: Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. ( Gv 19,11 )

Deve quindi esserci carissima non la volontà di colui alla cui malizia si dà potere sui buoni, ma la volontà di colui che concede questo potere.

Poiché la tribolazione produce pazienza, la pazienza poi una virtù provata e la virtù provata la speranza.

La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato. ( Rm 5,5 )

80 - Contro gli Apollinaristi

1. Poiché alcuni eretici, che dal loro fondatore Apollinare si chiamano Apollinaristi, affermano che nostro Signore Gesù Cristo, essendosi degnato di diventare uomo, non aveva anima umana, alcuni assidui loro ascoltatori, aderendo a loro, si sono compiaciuti di quella dottrina perversa, con la quale quell'individuo sminuiva in Dio la natura umana, negando che avesse l'intelligenza, ossia l'anima razionale, in virtù della quale l'uomo si distingue dagli animali.

Ma essi, riflettendo così con se stessi che bisognava ammettere che l'unigenito Figlio di Dio, Sapienza e Verbo del Padre, mediante il quale tutto è stato fatto, avesse assunto sotto la forma del corpo umano un animale qualsiasi, rimasero scontenti di sé, non già a correzione per tornare sulla retta via e confessare che l'uomo completo, senza alcuna diminuzione della natura, era stato assunto dalla Sapienza di Dio, ma per affermare, spinti da maggiore ardire, che aveva assunto solo il corpo umano, rifiutandogli la stessa anima e tutto quello che è vitale nell'uomo, invocando addirittura la testimonianza del Vangelo.

Anzi, non comprendendo quell'affermazione, osano opporsi perfidamente alla verità cattolica, dicendo che sta scritto: Il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi. ( Gv 1,14 )

Essi infatti pretendono che, sotto questi termini, il Verbo si è talmente unito e rappreso alla carne da non lasciare alcuno spazio non solo per l'intelligenza ma neppure per l'anima umana.

2. Innanzitutto bisogna rispondere loro che l'espressione del Vangelo suona così: Il Signore ha assunto la natura umana sino alla carne visibile e in questa completa unità dell'incarnazione il Verbo è la parte principale, mentre la carne è la più bassa e ultima.

Volendo perciò l'Evangelista raccomandarci la profonda umiltà di Dio, che si è umiliato, e volendo rimarcare sino a che punto si è umiliato, ha nominato il Verbo e la carne, senza parlare della natura dell'anima, che è inferiore al Verbo ma superiore alla carne.

Egli infatti rileva l'umiltà maggiormente con le parole: Il Verbo si è fatto carne, che con le parole: " Il Verbo si è fatto uomo ".

Infatti se queste parole si scrutano minuziosamente, qualcuno, non meno perverso, potrebbe da queste espressioni deformare a tal punto la nostra fede da dire che lo stesso Verbo si è trasformato e cambiato in carne, fino a cessare di essere Verbo, perché sta scritto: Il Verbo si è fatto carne, allo stesso modo che la carne umana, quando diventa cenere, non è carne e cenere ma cenere dalla carne.

Secondo l'usanza più comune di esprimersi, una cosa che diventa ciò che prima non era, cessa di essere ciò che era.

Ma noi non intendiamo così queste parole.

Anch'essi ammettono con noi che il Verbo, rimanendo ciò che è, dal fatto di aver preso la condizione di servo, non si è trasformato in quella natura di cui si dice: Il Verbo si è fatto carne.

Pertanto, se in ogni passo dove si nomina la carne e si tace dell'anima, si dovesse intendere che lì non c'è l'anima, allora non avrebbero l'anima neppure coloro di cui è detto: Ogni carne vedrà la salvezza di Dio; ( Is 40,5; Lc 3,6 ) e ugualmente nel Salmo: Ascolta la mia preghiera; a te verrà ogni carne; ( Sal 65,3 ) e ancora nel Vangelo: Come tu gli hai dato potere sopra ogni carne, affinché tutto ciò che gli hai dato non perisca ma abbia la vita eterna. ( Gv 17,2 )

Dal che si deduce che è consueto designare gli uomini col semplice nome carne, sicché, secondo questo modo di esprimersi, anche la frase: Il Verbo si è fatto carne si può intendere nel senso che il Verbo si è fatto uomo.

Come infatti si esprime il tutto per la parte e il più delle volte l'uomo con la sola anima, secondo il detto: Tante anime scesero in Egitto; ( Gen 46,22.27 ) così ugualmente si esprime il tutto con la parte e dal solo nome carne si intende l'uomo, come risulta dagli esempi citati.

3. Perciò come noi a questa obiezione, che essi tirano fuori dal Vangelo, rispondiamo che nessuno è così stolto da ritenere che noi siamo costretti da queste parole a credere e a confessare che il Mediatore di Dio e degli uomini, l'uomo Cristo Gesù, ( 1 Tm 2,5 ) non avesse l'anima umana, così io domando come essi rispondano alle nostre obiezioni così chiare, con le quali abbiamo dimostrato con innumerevoli passi della Scrittura evangelica ciò che gli Evangelisti hanno detto di lui a proposito di quei sentimenti che non sono possibili senza l'anima.

Io non dico infatti da me stesso cose diverse da quelle che lo stesso Signore ricorda molte volte: La mia anima è triste fino alla morte; ( Mt 26,38 ) e: Ho il potere di dare la mia anima e di riprenderla di nuovo; ( Gv 10,18 ) e: Nessuno ha un amore più grande che dare la sua anima per i propri amici. ( Gv 15,13 )

A mio parere solo un ostinato contraddittore può affermare che il Signore ha parlato in senso figurato, come risulta chiaramente dalle molte cose che ha detto in parabole.

Sebbene non sia questo il caso, non c'è tuttavia bisogno di polemizzare, quando abbiamo i racconti degli Evangelisti dai quali sappiamo che egli è nato dalla Vergine Maria, è stato preso dai Giudei, flagellato, crocifisso, ucciso e deposto nel sepolcro: tutti avvenimenti che non si possono capire senza il corpo.

E nessuno, per quanto stolto, dirà che si devono prendere in senso figurato, essendo stati redatti da coloro che hanno narrato i fatti come li ricordavano.

Come dunque questi fatti attestano che egli aveva un corpo, così quei sentimenti mostrano che egli aveva un'anima: è impossibile provare sentimenti senza l'anima.

E tuttavia li leggiamo nei racconti degli stessi Evangelisti.

Gesù si è meravigliato, ( Mt 8,10 ) adirato, ( Mt 21,12-13; Mc 11,15-17; Lc 19,45-46; Gv 2,13-16 ) rattristato, ( Mc 3,4 ) rallegrato ( Gv 11,15 ) e così via a non finire.

Leggiamo inoltre di sentimenti che richiedono l'azione congiunta dell'anima e del corpo, come aver avuto fame, ( Mt 4,2 ) aver dormito, ( Mt 8,24 ) essersi seduto stanco del cammino ( Gv 4,6 ) e altri casi del genere.

Non possono infatti dire che Dio aveva l'anima, anche se nei libri dell'Antico Testamento si parla di gioia e di ira di Dio e di altri simili sentimenti, e neppure consegue che si debba crederlo.

Quelle espressioni sono state infatti dette secondo l'immaginazione profetica non secondo l'obiettività storica.

Si parla perfino delle membra di Dio, di mani, piedi, occhi, faccia e così via; e come queste cose non stanno ad indicare che egli abbia un corpo, così quelle non indicano che abbia un'anima.

Ma come quello che è stato narrato, parlando delle mani, della testa o di altro di Cristo, indica il suo corpo, così anche quello che, nello stesso genere narrativo, è stato detto dei sentimenti dell'anima, indica la sua anima.

È stolto credere all'Evangelista quando narra che ha mangiato e non credergli quando dice che ha avuto fame.

Sebbene non consegue che chi mangia abbia fame - leggiamo infatti che anche l'angelo ha mangiato, ( Gen 18,8-9; Tb 12,19 ) ma non che ha avuto fame - e neppure che chi ha fame mangi, perché può astenersi o per qualche impegno o per mancanza di cibo o per impossibilità di nutrirsi; ma quando l'Evangelista tratta di entrambi i casi, ( Mt 4,2; Mt 9,11 ) bisogna accettarli tutti e due, perché ha descritto l'uno e l'altro a testimonianza di fatti realmente accaduti.

Come non si può pensare che egli ha mangiato senza il corpo, così non poteva avvenire che egli provasse la fame senza l'anima.

4. Non ci intimorisce neppure quella vana e stupida calunnia con cui, opponendosi con malizia, dicono: Allora era soggetto alla necessità, se ha veramente provato questi sentimenti nell'anima.

È facile la risposta: Era dunque soggetto alla necessità, perché è stato preso, flagellato, crocifisso ed è morto!

Comprendano una buona volta, senza ostinazione se vogliono, che egli ha accettato veramente le passioni dell'anima, vale a dire i sentimenti, per libera decisione, come gli è piaciuto.

Ugualmente ha accettato le passioni del corpo con la stessa disposizione d'animo, senza alcuna necessità.

Come noi non moriamo per libera volontà, così non nasciamo per libera volontà.

Egli invece liberamente, com'era opportuno, ha mostrato queste due azioni e le ha compiute in tutta verità.

Come dunque nessuno, a titolo di necessità, può allontanare noi e loro dal credere a una realissima passione, mediante la quale si rivela il suo corpo, così nessuno, allo stesso titolo di necessità, può distoglierci dal credere all'autenticità dei sentimenti per mezzo dei quali conosciamo la sua anima.

Nessuno deve distoglierli dal consentire alla fede cattolica, a meno che non li trattenga la mortale vergogna di dover cambiare una sentenza lungamente e temerariamente sostenuta, ancorché falsa.

81 - Quaresima e quinquagesima

1. Tutto l'insegnamento della sapienza, teso all'istruzione degli uomini, consiste nel riconoscere il Creatore e la creatura, venerando la sovranità del primo e confessando la dipendenza della seconda.

Ma il creatore è Dio, dal quale, per il quale e nel quale sono tutte le cose; ( Rm 11,36 ) è dunque la Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo.

La creatura, invece, parte è invisibile, come l'anima; parte visibile, come il corpo.

All'invisibile si riferisce il numero tre. Per questo ci viene comandato di amare Dio in tre modi: con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente. ( Mt 22,37 )

Al corpo [si riferisce] il numero quattro a ragione della sua composizione ben evidente, cioè caldo e freddo, umido e secco.

Alla creatura, nel suo complesso, si assegna pertanto il numero sette.

In definitiva tutta la scienza, che riconosce e distingue Creatore e creatura, è indicata dal numero dieci.

Questa scienza, in quanto viene indicata dai movimenti dei corpi nel tempo, si fonda sulla credenza e, con l'autorità degli eventi che vanno e vengono, nutre a mo' di latte i piccoli per renderli idonei alla contemplazione, che non va e viene, ma resta per sempre.

In tale condizione chiunque persevera con fede nelle cose che gli sono state narrate e realizzate nel tempo da Dio per la salvezza degli uomini o che vengono predicate come ancora da avverarsi in futuro, e spera nelle promesse e si preoccupa di compiere con infaticabile carità ciò che l'autorità divina comanda, condurrà rettamente la vita presente soggetta alla necessità e al tempo, simboleggiata col numero quaranta.

Infatti il numero dieci, che sintetizza tutta la scienza, moltiplicato per quattro, cioè per il numero attribuito al corpo - dato che il processo si svolge con i moti dei corpi ed è, come si è detto, il campo della fede - fa quaranta.

E così si ottiene la sapienza stabile e indipendente dal tempo, che è rappresentata dal numero dieci, in modo da aggiungere dieci a quaranta: poiché anche le parti uguali del numero quaranta, prese insieme, fanno cinquanta.

Il numero quaranta ha infatti parti uguali: innanzitutto quaranta volte uno, poi venti volte due, dieci volte quattro, otto volte cinque, cinque volte otto, quattro volte dieci, due volte venti.

Ora dunque la somma di uno, due, quattro, cinque, otto, dieci e venti fa cinquanta.

Pertanto come il numero quaranta, addizionando le sue parti uguali, dà una decina in più e diventa cinquanta, così il tempo della fede nelle cose avvenute e da adempiere per la nostra salvezza, vissuto rettamente, ottiene l'intelligenza della sapienza invariabile, sicché la scienza si consolida non solo con la fede ma anche con l'intelligenza.

2. Per questo motivo la Chiesa del tempo presente, sebbene siamo già figli di Dio, per quanto non appaia ancora ciò che saremo, opera in mezzo alle fatiche e alle sofferenze e in essa il giusto vive di fede: ( Rm 1,17 ) Se non crederete - è detto - non capirete. ( Is 7,9b )

È questo il tempo in cui gemiamo e sopportiamo in attesa della redenzione del nostro corpo: ( Rm 8,23 ) è il tempo celebrato dalla Quaresima.

Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è: ( 1 Gv 3,2 ) quando al quaranta si aggiunge il dieci, non solo meriteremo di credere ciò che appartiene alla fede ma anche di comprendere la piena verità.

Ecco la Chiesa futura, in cui non vi sarà più alcuna afflizione né mescolanza di uomini cattivi, nessuna malizia ma letizia, pace e gioia.

Essa è simboleggiata dalla celebrazione della Quinquagesima.

Pertanto, dopo la risurrezione di nostro Signore da morte, trascorsi quaranta giorni coi suoi discepoli - con questo numero è simboleggiata la stessa economia temporale confacente alla fede -, è asceso al cielo ( At 1,3-9 ) e, passati altri dieci giorni, ha mandato lo Spirito Santo: ( At 2,1-4 ) ossia a quaranta si è aggiunto dieci al fine di contemplare non le cose umane e temporali ma le divine ed eterne con il soffio e il fuoco dell'amore e della carità.

Ecco perché bisogna segnalare tutto l'insieme, cioè il numero di cinquanta giorni, con una celebrazione festosa.

3. Nostro Signore ha indicato questi due tempi, uno di fatica e di preoccupazione, l'altro di gioia e di sicurezza, anche con le reti gettate in mare. Prima della passione si parla infatti della rete gettata in mare: aveva preso tanti pesci che a mala pena si riusciva a trarla a riva e quasi si rompeva. ( Lc 5,6-7 )

Non era stata gettata a destra: la Chiesa attuale infatti raccoglie anche molti cattivi; però non è stata gettata neppure a sinistra: raccoglie infatti anche i buoni; ma qua e là, ad indicare la mescolanza di buoni e cattivi.

Dicendo poi che le reti si rompevano, indica che, ferita la carità, sono sorte molte eresie.

Ma dopo la risurrezione, volendo indicare la Chiesa dei tempi futuri, dove tutti saranno perfetti e santi, ha comandato di gettare le reti dalla parte destra: furono presi centocinquantatre grossi pesci con grande meraviglia dei discepoli, perché pur essendo tanto grossi, le reti non si erano rotte. ( Gv 21,6-11 )

La grossezza dei pesci indica la grandezza della sapienza e della giustizia; il numero simboleggia invece la scienza comprendente tanto la condizione temporale quanto l'eterna rigenerazione, la quale, come abbiamo detto, è simboleggiata dal numero cinquanta.

Allora, poiché non ci sarà bisogno di sostegni materiali, la fede e la sapienza saranno contenute nell'animo; poiché all'animo si attribuisce, come si è detto, il numero tre, moltiplichiamo per tre il cinquanta e abbiamo centocinquanta.

A questo numero si aggiunge la Trinità, perché tutta la perfezione è consacrata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e così si ha centocinquantatre, che è il numero dei pesci presi dalla parte destra.

82 - Sul testo della scrittura: Il Signore infatti corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio  ( Eb 12,6 )

1. Molti, mormorando contro le disposizioni di Dio, fanno obiezioni quando vedono i giusti sostenere spesso in questa vita gravi molestie, come se a loro non giovasse nulla servire Dio, perché o subiscono avversità comuni a tutti, e indifferentemente nel corpo e nei danni materiali, nelle ingiurie e in tutte le altre cose che i mortali giudicano mali, o addirittura peggiori a causa della parola di Dio e della sua giustizia, che, sgradite ai peccatori, provocano contro i suoi predicatori reazioni violente, insidie o odi.

A costoro bisogna rispondere che se la vita umana fosse solo questa, non parrebbe affatto assurdo che non fosse di alcuna utilità o anzi risultasse dannoso vivere rettamente.

Sebbene non siano mancati uomini che hanno scambiato la dolcezza della giustizia e della sua gioia interiore con tutte le fatiche e le molestie materiali, che l'umanità sopporta per la sua condizione mortale, e anche con tutto ciò che con grave offesa viene mosso a causa della stessa giustizia contro coloro che vivono rettamente, tanto da superare, anche senza la speranza della vita eterna, i tormenti per amore della verità, più gioiosamente e lietamente dei lussuriosi che gozzovigliano nell'ebbrezza dei piaceri.

2. A coloro tuttavia, che ritengono Dio ingiusto, perché vedono i giusti nei dolori e nelle sofferenze, o se forse non osano chiamare Dio ingiusto, affermano che o non si cura delle vicende umane oppure che ha stabilito una volta per sempre la fatalità del destino, contro il quale anch'egli non fa niente, perché non si creda che per incostanza venga turbato l'ordine delle cose da lui stabilito, o pensino a qualcos'altro che impedisce a Dio di risparmiare ai giusti questi mali, bisogna dire che non ci sarebbe stata per gli uomini alcuna giustizia, se Dio non si preoccupasse delle vicende umane.

Infatti tutta questa giustizia degli uomini, che l'anima umana può conservare facendo il bene e perdere con il peccato, non sarebbe impressa nell'anima se non ci fosse una giustizia immutabile, scoperta interamente dai giusti, quando a lei si convertono, e perduta totalmente dai peccatori, quando si allontanano dalla sua luce.

Questa giustizia immutabile è di sicuro quella di Dio: egli non la comunicherebbe per illuminare quanti si convertono a lui, se non si curasse delle vicende umane.

Se poi permettesse che i giusti soffrano gravi tormenti per non volere andare contro l'ordine da lui stabilito, neppure lui sarebbe giusto, non perché vuole mantenere il suo ordine ma perché ha stabilito l'ordine delle cose in modo da castigare i giusti con pene immeritate.

Chi poi ritiene che Dio non può, almeno in parte, allontanare i mali che affliggono i giusti, è tanto stolto da non comprendere che, come è blasfemo affermare che Dio è ingiusto, è altrettanto blasfemo negare che è onnipotente.

3. Stabiliti rapidamente questi punti della questione in esame, è grandissima empietà dubitare che Dio stesso sia insieme giusto e onnipotente.

Il motivo più probabile è che le prove, a cui sono sottoposti i giusti in questa vita, tornino a loro vantaggio.

Altra è infatti la giustizia attuale degli uomini per meritare la vita eterna, altra doveva essere quella dell'uomo costituito nel paradiso per conservare e non perdere la stessa salvezza eterna.

Come infatti la giustizia divina consiste nel comandare ciò che è utile e nel distribuire pene ai disobbedienti e premi agli obbedienti, così la giustizia dell'uomo consiste nell'obbedire ai precetti salutari.

Ma siccome la felicità è nell'animo come la salute nel corpo e come per lo stesso corpo altra è la medicina prescritta per mantenere la salute e altra quella per recuperare la salute perduta, così per la condizione generale dell'uomo altri sono stati i precetti dati allora per non perdere l'immortalità, altri sono quelli che ora sono dati per recuperarla.

E come per la salute fisica, se qualcuno, rifiutando le prescrizioni del medico, con le quali si mantiene la buona salute, cade malato, riceve altre prescrizioni per poter guarire.

Queste però spesso non bastano se la malattia è tale da richiedere da parte del medico certi interventi il più delle volte aspri e dolorosi, che sono tuttavia necessari per recuperare la salute, sicché accade che l'uomo, sebbene già obbedisca al medico, soffra ancora di dolori non solo a causa della malattia, non ancora guarita, ma anche dei trattamenti della medicina; così l'uomo, caduto per il peccato nella mortalità piena di malanni e di disgrazie di questa vita, perché ha rifiutato di obbedire al primo precetto, col quale avrebbe custodito e conservato la salvezza eterna, da malato ha ricevuto altri precetti, obbedendo ai quali si può dire senza dubbio che vive nella giustizia, anche se è soggetto ancora alle tribolazioni che provengono dalla stessa malattia, non ancora guarita, o dal trattamento medico.

A questo trattamento si riferisce il testo: perché il Signore corregge colui che ama e sferza chiunque riconosce come figlio. ( Eb 12,6 )

Coloro poi che, disubbidendo a precetti tanto salutari, vivono da iniqui, accrescono grandemente i propri malanni: o da essi traggono innumerevoli sofferenze, fatiche e dolori anche in questa vita, oppure vengono misericordiosamente avvertiti del male in cui si trovano anche dalle pene subite, di modo che ciò che non è sano venga toccato e colpito affinché, ricorrendo alla medicina, siano sanati dalla grazia di Dio.

Se poi avranno disprezzato tutto ciò, ossia i richiami delle parole e dei dolori, meriteranno, al termine di questa vita, la giusta dannazione eterna.

In conclusione può dire che queste cose sono ingiuste chi ritiene che esista solo questa vita mortale, che ora conduciamo, e non crede alle realtà future divinamente predicate: costui subirà i gravissimi castighi dell'ostinazione dei peccati e della sua infedeltà.

83 - Le parole del Signore sul Matrimonio: Chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, ecc  ( Mt 5,32 )

Se il Signore per ripudiare la moglie ammette come unica causa la fornicazione e non proibisce di sciogliere il matrimonio pagano, ne segue che il paganesimo è considerato una fornicazione.

È chiaro che il Signore nel Vangelo, quando parla di ripudiare la moglie, ammette come unica causa la fornicazione.

Qui in verità non si proibisce di sciogliere il matrimonio pagano, perché quando l'Apostolo dà un consiglio su questa materia, affinché il fedele non ripudi il coniuge infedele che vuole restare con lui, dice: Lo dico io, non il Signore, perché si comprenda che il Signore non comanda affatto di ripudiarlo, né sembri che l'Apostolo dia un consiglio contrario al comando del Signore, ma tuttavia lo permette, di modo che nessuno in tale situazione sia costretto dal rigore del comando ma agisca liberamente secondo la volontà del consiglio.

Se però qualcuno sostiene che il Signore ammette come unica causa per rimandare il coniuge la fornicazione, come è intesa dal volgo, consistente cioè nel rapporto illecito, può dire così: Il Signore, trattando di questa materia, parlava di due coniugi fedeli, uomo e donna, sicché, se entrambi sono fedeli, a nessuno è lecito ripudiare l'altro, eccettuato il caso di fornicazione.

Qui non si può intendere il paganesimo, perché sono entrambi credenti.

Anche l'Apostolo sembra fare la stessa distinzione, quando afferma: Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: La moglie non si separi dal marito e, qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito. ( 1 Cor 7,10-11 )

Dal che si capisce che anche se la moglie ha abbandonato il marito, per quella sola causa che permette la separazione, deve rimanere senza sposarsi o, se non sa vivere in continenza, si riconcili col marito, o rinsavito o certo da sopportare, piuttosto che sposare un altro. Poi prosegue a dire: e il marito non ripudi la moglie, ( 1 Cor 7,11 ) ingiungendo brevemente all'uomo quanto aveva ordinato alla donna.

E dopo queste indicazioni, riprese dal comando del Signore, così continua: Agli altri dico io, non il Signore: Se un fratello ha la moglie non credente, e questa consente a rimanere con lui, non la ripudi; e una donna che abbia il marito non credente, se questo consente a rimanere con lei, non lo ripudi. ( 1 Cor 7,12-13 )

Dal che fa comprendere che il Signore ha parlato di costoro: nessuno dei due deve ripudiare l'altro, se entrambi sono credenti.

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