Tentazione

IndiceA

Sommario

I. Definizione.
II. Illusioni attraenti e desideri illusori.
III. Il significato del tentatore.
IV. Aversio a Deo, conversio ad creaturam.
V. Collasso morale:
1. Idee illusorie;
2. La disperazione
VI. La via della morte:
1. La sensualità;
2. La possessività;
3. L'intellettualismo;
4. L'egocentrismo;
5. Monoteismo radicale.
VII. L'io autocreatore:
1. La volontà umana assolutizzata;
2. L'incredulità;
3. L'autoinganno;
4. Appetiti disordinati;
5. La divisione dell'uomo.
VIII. Tentazione sociale.
IX. Il superamento: le tentazioni di Gesù:
1. La prima tentazione;
2. La seconda tentazione;
3. La terza tentazione.
X. Le rinunce battesimali:
1. Esigenza della familiarità con Dio;
2. Partecipazione all'autodonazione di Cristo.

La tentazione esprime la proclività umana al grave fallimento morale e spirituale, alla disgregazione personale e sociale.

Individui e nazioni possono essere "tentati" di perseguire politiche di autodistruzione; gli uni e le altre sono soggetti alla "tentazione" di agire in modo irragionevole e irresponsabile.

Le tentazioni fanno appello al lato più oscuro dell'uomo: alle potenzialità, presenti in ciascuno di noi, di illimitato egocentrismo, di superbia e presunzione, di ambizione spietata, disonestà e inganno; potenzialità di odio, ostilità e abuso degli altri, ora suadente ora brutale.

Sono capacità latenti, nascoste sotto una varietà di atteggiamenti virtuosi alla vista, di valori apparentemente autentici, di comportamenti pretestuosamente rispettabili.

La tentazione può restare assopita, ma non è mai assente; può essere contrastata, ma non annientata.

Il cristiano ha sempre bisogno di pregare per non cadere in tentazione.

La vita cristiana è un continuo confronto ed un continuo superamento della tentazione di venir meno in maniera grave agli impegni verso Dio e verso il prossimo, senza i quali non può esistere, a nessun livello, una vita autenticamente umana.

La tentazione si affronta con lo sforzo di mettere a nudo la falsità di certe idee, di certi credi, di affetti, desideri, immagini e assunti; cercando di riconoscere tutte queste cose per quello che sono realmente di fronte a Dio.

I - Definizione

K. Rahner e H. Vorgrimler definiscono la tentazione come « l'incitamento al peccato ».

Essi spiegano che la libertà umana, per essere attivata, ha bisogno di conoscere esperienzialmente i valori, siano essi reali o apparenti.1

Nella misura in cui questa motivazione, necessaria all'attività della vita umana, prende la forma di concupiscenza, la motivazione al male morale assume il suo aspetto caratteristico di tentazione, quale si verifica dopo la caduta nel presente ordine delle cose.

La concupiscenza, infatti, persegue il proprio bene particolare indipendentemente dal bene morale universale dell'uomo e, quindi, non può mai venire interamente integrata nell'opzione fondamentale dell'uomo per il bene.

Tale tentazione continua ad esistere nell'uomo anche quando, in obbedienza a Dio, egli la respinge; coesiste con questo stesso rifiuto e, di conseguenza, rende oscura all'uomo la propria situazione.

Ne deriva che l'uomo non può presuntuosamente dare per scontata la propria salvezza.

Allo stesso tempo il persistere della tentazione non distrugge la libertà e la responsabilità dell'uomo ( Mt 26,41 ).

La fede e la speranza ( Ef 6,16 ) e l'ascetismo attivo possono vincere la tentazione.

Ciò che ci spinge al peccato è un elemento della condizione umana che preesiste alla nostra libera decisione.

Può essere inteso, tale elemento, in termini del contesto storico in cui viviamo ( i principati e le dominazioni ), oppure in termini delle nostre personali disposizioni interiori ( sarx ).

Principati e dominazioni, ossia quelle forze del mondo che ne saturano l'atmosfera con valori opposti a quelli rivelati in Cristo.

Il mondo ostile a Dio è tutto ciò che nel mondo incita al peccato e lo rende concreto nel contesto umano.

Per quanto i cristiani non possano fare a meno di essere "nel" mondo ( Gv 17,11 ), essi non possono nemmeno essere "del mondo" ( Gv 18,36 ).

Sarx è tutto ciò che nell'uomo resiste al dono dello Spirito santo ( 1 Cor 5,5; Gal 6,16ss ).

II - Illusioni attraenti e desideri illusori

Nella sua ricerca di valori autentici, l'uomo è tentato di credere che tutto il suo benessere si fondi solo su se stesso, o su una sola persona o un solo oggetto.

È la tentazione a trasferire tutte le possibili motivazioni umane su un unico oggetto creato che l'uomo debba possedere per essere felice.

L'uomo è tentato all'egoismo, alla preoccupazione esclusiva del proprio interesse e del proprio accrescimento, a concentrarsi tutto in se stesso.

È tentato di rifiutare l'autotrascendenza, di pensare che può trovare luce ed amore solo in se stesso.

Egli è tentato da desideri illusori, da un genere di vita esistente solo nella fantasia, che lo protegge contro la realtà, distorce gli eventi quotidiani, ammorbidisce l'urto della verità e lo sostiene in un mondo fittizio di sua invenzione.

L'uomo è tentato di seguire la luce crepuscolare della fantasia e dell'illusione; una vita contraffatta in cui non si sente chiamato a rispondere a valori esterni a se stesso, valori che egli dovrebbe rispettare, coltivare e favorire.

L'uomo è tentato di nascondersi agli altri, presentando un se stesso che non è il suo.

È tentato di usare gli altri per soddisfare se stesso, di manipolarli, in nome dell'amicizia e dell'amore, per indurii a servire ai propri desideri.

La paura e l'insicurezza lo tentano a nascondersi di fronte a tutto ciò che potrebbe gettare luce sul suo bisogno di aiuto; perché lo sviluppo autentico della vita dell'io è condizionato da una candida apertura verso la realtà di se stessi, degli altri e del mondo.

La tentazione vorrebbe alienare definitivamente l'uomo dal suo vero o reale se stesso, dall'unico e solo universo in cui gli è dato di godere di un'esistenza autentica.

Se il diavolo è « bugiardo e padre della menzogna » ( Gv 8,44 ), il suo programma è tra gli inganni peggiori per la vita dell'"io".

III - Il significato del tentatore

Satana, o il diavolo, appare frequentemente nella bibbia come il responsabile della tentazione, come colui che giunge perfino a tentare Cristo.

Appare come il principe di questo mondo ( Gv 12,31 ), rappresentante di tutti i falsi ideali che dominano la società.

Satana si veste da angelo della luce ( 2 Cor 11,14 ), incitando, sotto le mentite spoglie di amico dell'uomo, all'opposizione contro Dio.

Le sue tentazioni sono associate con la separazione da Dio, la padronanza del mondo secolare ( Mt 4,8ss ), il potere di manipolazione delle menti umane ( Mt 4,3 ) e la negazione [ v. Diavolo/esorcismo II ].

Satana tenta l'uomo perché si rifiuti di riconoscere ed accettare la verità della propria realtà particolare e quella della realtà generale.

Siffatto rifiuto s'innesta nel desiderio di dominare la realtà con il tentativo di distruggere la verità, quando essa appare ripugnante.

La sgradita necessità di guardare in faccia alla verità negata è alla base dell'evasione e della violenza.

Le tentazioni di satana hanno il carattere di obblighi contrattuali: « Nessuno può servire due padroni… Voi non potete servire a Dio e a mammona » ( Mt 6,24 ).

Il fatto che qui si sottintende è che ciascun uomo ha scelto di allearsi col vero Dio o col suo avversario; il fatto che ogni uomo si è posto sotto un potere più alto per ottenere ciò che reputa migliore nella vita; il fatto che ciascuno è obbligato da un contratto che lo lega al potere.

L'uomo implicitamente riconosce l'impossibilità di una sua esistenza indipendente, che sia allo stesso tempo del tutto sicura e garantita contro ogni bisogno.

L'idea che ci facciamo di satana è condizionata dal nostro modo d'intendere la tentazione.

S. Ignazio di Loyola, per es., indica satana come « il nemico del genere umano »; una definizione, questa, che allude all'ostilità della tentazione contro il benessere autentico dell'uomo quale individuo e quale membro della società.

L'esclusione di satana dal paradiso terrestre e il fatto che esso è « lasciato a se stesso » caratterizzano la tentazione come tentativo di allontanare l'uomo dalla comunione con Dio, inducendolo a cercare un'esistenza pseudo-indipendente.

Satana, come simbolo di un'esistenza personale assolutamente chiusa in se stessa ed alienata, in conflitto con ogni altra esistenza, riflette il carattere nichilistico della tentazione, che non attribuisce valore a nulla se non alla propria caparbietà.

Riflette anche la separazione tra Dio e il "proprio piccolo dio" personale.

Jacques Lacarrière, nella sua storia dei monaci del deserto della cristianità antica,2 allude al carattere interiore della tentazione allorché narra di qualche asceta che, intento ad osservare l'arrivo di un osservatore col presentimento o la certezza che si trattasse del diavolo, a volte finiva con lo scoprire che il visitatore, ormai abbastanza vicino per essere riconosciuto, altri non era che se stesso, lo sdoppiamento di sé venuto a cercarlo dal lontano orizzonte.

IV - Aversio a Deo, conversio ad creaturam

La tentazione è concepita come una seduzione cui è probabile che l'uomo ceda.

Gesù ammonisce i suoi discepoli a pregare per non cadere in tentazione.

Il motivo di tale invito è che, al di là di ogni buona disposizione dello spirito, la carne resta sempre debole ( Mt 26,41 ).

In questo medesimo senso bisogna pure intendere la preghiera del Signore, quando ci fa chiedere al Padre di non indurci in tentazione ( Mt 6,13 ).

Secondo il pensiero biblico dell'AT, implicito in questa richiesta, Dio può benissimo indurre in tentazione, come ha fatto con Giobbe ed Abramo.

La preghiera chiede che il cristiano sia liberato dalla seduzione del peccato, nel senso di una liberazione assicurata quale si riscontra nella letteratura apocalittica, dove la tentazione è una caratteristica delle tribolazioni escatologiche ( Ap 3,10; 2 Pt 2,9 ).3

Come incitamento al peccato, la tentazione implica una aversio a Deo intesa contemporaneamente come conversio ad creaturam.

Essa porta in sé il peccato fondamentale d'idolatria, la tendenza a fondare la propria vita sulle creature, forse su se stessi, a intendere la vita e a darle significato in termini di sole creature finite, con l'esclusione di quel senso e di quel valore definitivo rivelati in Gesù Cristo.

La tentazione è incitamento a dare alla creatura un'importanza che compete esclusivamente a Dio; l'unico risultato di tutto ciò non può che essere quello di una terribile distorsione della nostra esistenza.

S. Paolo, parlando della perversione della vita umana operata dal peccato, raggiunge il culmine del suo ragionamento additando l'idolatria come la sorgente del disordine: « Essi avevano permutato il vero Dio con la menzogna, reso culto e adorazione alla creatura al posto del creatore » ( Rm 1,25 ).

L'uomo è tentato d'idolatrare se stesso e i suoi poteri, e ciò lo conduce a quei peccati di superbia che, in ultima analisi, sono forse i più distruttivi e terribili nello sconvolgere i rapporti tra uomo e uomo.

L'AT ha saputo scorgere l'ampia portata che acquista tra gli uomini l'aspirazione ad essere dèi ( Gen 3,5; Gen 11,6 ).

Ma la tentazione dell'uomo ad idolatrare se stesso e ad essere dio di se stesso permane tra gli avvocati difensori di un cristianesimo "senza religione", caduti essi stessi sotto l'influsso di un eguale genere di antropolatria.

All'estremo opposto, la tentazione di idolatrare le cose conduce ai peccati di lassismo e di cupidigia.

È la tentazione tipica dell'era tecnologica e della società dei consumi, quando il moltiplicarsi degli strumenti della tecnica ha, a sua volta, accresciuto artificialmente bisogni e desideri.

Il risultato emergente è la tentazione di misurare il valore ultimo degli individui e della società in base alla loro capacità di produrre e possedere tutti quegli strumenti e quanto da essi deriva.

La conseguenza disumanizzante e spersonalizzante si avverte nel crollo dei rapporti umani ad ogni livello, basato sulla mancanza di rispetto per i poveri nella loro qualità d'individui, di classe sociale e di nazioni del terzo mondo.

Un risultato diametralmente opposto a quella carità fraterna che comunica al mondo il senso di Cristo.

La tentazione può anche essere sinonimo di un impegno mal orientato qual è quello che si traduce in atti peccaminosi.

Mal orientato, perché in definitiva esso rende l'uomo schiavo e lo estrania dal suo vero essere, dal suo prossimo e da Dio.

Nella terminologia di Paul Tillich, la tentazione possiede la capacità di trasformare qualcosa di non definitivo in un centro d'interesse definitivo.

L'impegno mal collocato diviene il punto focale d'un interesse esistenziale aberrante, che finisce col distruggere l'essere di chi è fedele a siffatto impegno.

L'adorazione del vero Dio è liberazione dalla forza seduttrice e deleteria dell'idolatria, una liberazione ottenuta mediante l'incarnazione, morte e risurrezione di Cristo, grazie al quale ci è dato il potere di diventare figli del Padre, fratelli del Figlio e possessori dello Spirito del Padre e del Figlio.

Testimone di tale liberazione è il cristiano che chiama il Padre « Abbà » e che fa del Padre il centro vitale del suo essere consapevole di Gesù.

In tal modo il Padre risponde alla richiesta presente nella preghiera del Signore di essere liberati dal male.

Egli si pone al centro della nostra amorosa consapevolezza, liberandoci dalla influenza seduttrice e deleteria dei falsi dèi.

V - Collasso morale

La tentazione è incitamento alla peccaminosità, alla privazione di un amore totale, una dimensione radicale di mancanza d'amore.

Tale dimensione, come la descrive Bernard Lonergan,4 può essere celata da una prolungata superficialità, dall'evasione degli interrogativi ultimi, dal lasciarsi assorbire da tutto ciò che il mondo offre per sfidare la nostra inventiva, rilassare il nostro corpo, distrarre la nostra mente.

Ma l'evasione non può durare per sempre, e allora l'inquietudine denuncia l'assenza di realizzazione personale, la ricerca di divertimento la mancanza di gioia, il disgusto, l'assenza di pace.

Un disgusto depressivo di se stessi o il disgusto maniaco, ostile, persino violento nei confronti del genere umano.

1. Idee illusorie

La tentazione può essere intesa anche in termini di collasso, sfacelo, dissoluzione.5

Ciò che gli individui, la società, la cultura hanno costruito lentamente, con estrema fatica, può crollare per il solo fatto di aver ceduto alla tentazione di idee illusorie.

Possono i valori autentici cosi faticosamente conquistati sostenere il peso esorbitante del piacere carnale, della ricchezza e del potere?

C'è la tentazione di considerare la religione come un conforto illusorio per le anime più deboli, una sorta di oppio elargito dai ricchi per ammansire i poveri, una proiezione mitica nel cielo della eccellenza stessa dell'uomo.

Dapprima non tutte le religioni, ma solo qualcuna viene dichiarata illusoria; non tutti i precetti morali vengono respinti come inefficaci e inutili; non ogni verità, ma solo alcuni tipi di metafisica vengono liquidati come semplici chiacchiere.

Ma a partire da quel momento, l'eliminazione di una parte genuina del tutto significa che una totalità anteriore è stata mutilata, che un certo equilibrio è stato sconvolto e che il resto sarà distorto nel tentativo di compensare ciò che manca.6

La dissoluzione crescente tenterà gli uomini verso una crescente divisione, incomprensione, sospetto, diffidenza, ostilità, odio, violenza.

Spingerà gli uomini allo scetticismo intellettuale, morale e religioso; minerà alla base l'autotrascendenza intellettuale, morale e religiosa.7

La tentazione è una spinta al fallimento in ciò che costituisce l'essenza di un'autentica spiritualità cristiana, che nella teoria come nella prassi deve comprendere una visione del mondo, la custodia gelosa dei valori propri a quella visione e una serie completa di strumenti capaci di realizzare tali valori.

Il peccato fondamentale dell'idolatria comporta uno sfaldamento in ciascuno di questi tre ordini di cose: una creatura domina la nostra visione del mondo, la nostra scala di valori e il senso del nostro servizio.

Questa stessa creatura diventa il centro costante degli atteggiamenti di fondo, degli assunti e dei modelli della nostra vita interiore; diventa il terreno definitivo su cui si basa la nostra esperienza, il nostro modo di intendere e di giudicare.

2. La disperazione

La tentazione al peccato è implicitamente una tentazione alla disperazione: ad abbandonare la speranza, nel rifiuto volontario della nostra dipendenza consapevole e riconosciuta dai nostri simili e da Dio, come pure nel rifiuto volontario del relativo dovere di ricercare la perfezione e la salvezza in armonia con loro.

La tentazione può assumere la forma dell'indifferenza morale ( accidia ), che scansa lo sforzo necessario per seguire Cristo e che preferisce la propria visione del mondo, i propri valori, a quelli rivelati in Cristo dalla grazia di Dio.

Quelli che disperano hanno ceduto alla tentazione di vivere esclusivamente per se stessi; rifiutano arbitrariamente di riporre la loro speranza in Cristo.

Si ribellano al dovere di dipendere da qualcuno per la loro realizzazione personale.

In definitiva, ogni resistenza alla grazia offerta è una forma di disperazione; è anche una forma d'idolatria in cui l'uomo si comporta come piccolo dio di se stesso, fondando in sé tutte le sue speranze.

La tentazione sprona l'uomo a riporre la propria fiducia in qualcosa d'illusorio.

Offre una falsa promessa.

L'idolatra resta abbindolato da una promessa che nessuno, tranne il vero Dio, potrà mantenere.

Il vero Dio è colui che di fatto realizza ciò che i suoi rivali sanno solo promettere a parole.

Tutti gli dèi forniscono agli individui un modello di verità, di realtà e di bontà su cui basare le decisioni quotidiane della vita ordinaria.

Chi si affida a un modello falso fa violenza alla realtà e pretende da esso ciò che non potrà mai dargli.

Il vero Dio è fedele alla propria parola.

Egli è in grado di adempiere le sue promesse, perché è il Signore di tutta la realtà; di fatto, egli è un Dio le cui promesse per gli uomini vanno di gran lunga al di là di quelle del più prodigo degli idoli.

Gli scrittori biblici richiamano gli uomini a riflettere sulle gesta potenti ( magnalia Dei ) con le quali Dio mantiene le sue promesse.

La tentazione, al contrario, spinge l'uomo a scegliere una via alla felicità che si annienta da sola.

VI - La via della morte

Gesù qualche volta ha usato le immagini di "via" e di "porta" per descrivere il cammino dell'uomo verso la perdizione o la salvezza.

Negli Atti degli Apostoli i cristiani sono definiti come seguaci di una « via ».

L'antico testo cristiano della Didaché inizia con queste parole: « Ci sono due vie: una via della vita e una via della morte, e la differenza tra queste due vie è grande » [ v. Itinerario spirituale III,1 ].

Ora, come ci sono molti generi di errori, ma la verità è una, così il numero delle possibili porte o vie aperte alla perdizione è infinito, mentre le vie della vita si fondono tutte in una: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente e con tutte le forze e amare gli altri in Dio.

Le vie della felicità definitiva ( paradiso ) e dell'infelicità definitiva ( inferno ) si riferiscono non solo allo stato finale ed eterno dell'autocoscienza dell'uomo, ma anche allo stato interiore di tale autocoscienza qui, al presente.

Il regno di Dio e il regno di satana sono realtà presenti, e le varie vie che vi conducono si riferiscono a certi modi, rispettivamente autentici o spuri, di pensare, desiderare e agire nel mondo.

In questo senso, la tentazione è una spinta verso un'esistenza non autentica, verso tutto ciò che nell'uomo si oppone a Cristo e conduce al rifiuto definitivo e duraturo delle esigenze proprie del vero io, dell'io in quanto intelligente, razionale, responsabile e capace di amare.

1. La sensualità

La tentazione può essere intesa come incitamento a quella via della morte che Bernard Tyrrell descrive come « porte dell'inferno », nella sua analisi fenomenologica dell'esistenza non autentica.8

La tentazione alla sensualità sprona l'uomo verso la ricerca del piacere e a schivare il dolore a tutti i costi, a vivere seguendo solo ciò che piace, all'autocondiscendenza e all'edonismo, a vivere dominato dal desiderio e dalla paura, anziché da ciò che costituisce un valore e un significato autentico.

2. La possessività

La tentazione alla cupidigia, possessività, offre una vasta gamma di articolazioni.

Si è dominati dal desiderio di possedere oggetti materiali, di avere personalità, séguito, fama.

Tutto ciò a cui l'avido si aggrappa fa presa su di lui e domina la sua coscienza personale come se fosse un idolo.

Essenzialmente privo di fiducia in Dio, egli non sa comprendere che l'atto fondamentale dell'uomo è quello di lasciare che sia Dio a realizzarlo, di lasciare che il regno di Dio venga in lui.

Non permettendo al regno di Dio di venire a lui, egli finisce col non possedere nulla: « A chi non ha, sarà tolto anche quello che ha » ( Mc 4,25 ).

3. L'intellettualismo

L'Intellettualismo è la tentazione che incita a cercare la propria gloria e l'autocompimento nel possesso del sapere.

Mediante il possesso del sapere l'intellettualista cerca di acquistare potere sugli altri; lo usa come arma per umiliare o abbassare gli altri e innalzare se stesso.

Non considera la verità come cosa che egli ha ricevuto gratuitamente e che, quindi, gratuitamente deve dare, ma piuttosto come il "suo" sapere, separando in tal modo se stesso dal resto degli uomini.

4. L'egocentrismo

L'egocentrismo è la tentazione di trasformare in assoluto la propria persona o quella di altri.

Le attuali correnti della psicologia, della filosofia e della religione, che insistono sul fatto che l'uomo, e non Dio, è il centro ed il signore delle cose, di fatto conducono una battaglia in favore della personolatria, il culto della persona.

La coscienza egocentrica non riesce a percepire il Fondamento dell'Essere.

La coscienza interpersonale concentra la propria attenzione sull'interazione tra l'io e gli altri.

Non riesce a scorgere quello sfondo senza il quale il primo piano non potrebbe mai apparire.

Il centro d'interesse costituito dalla interpersonalità degli individui tenta l'uomo ad ignorare la verità di ciò che egli è veramente.

L'egocentrico coglie se stesso e gli altri esseri umani quali unica sorgente di amore, di speranza e di luce nel mondo.

L'egocentrismo tenta l'uomo in direzione di un "sistema di vita" illusorio, ignaro, ottenebrato e malato, che può essere guarito solo dall'accettazione del Dio trascendente, nel quale tutte le cose hanno sussistenza ed essere.

Tutte le "porte dell'inferno" sono altrettante tentazioni verso l'idolatria.9

L'uomo sensuale si fa un idolo dei propri sensi.

Quello possessivo trasforma in idolo l'avere.

L'intellettualista ha per idoli i suoi schemi, le sue idee e le sue ipotesi.

5. Monoteismo radicale

Tutti questi idoli sono sconfitti dal monoteismo radicale: il riconoscimento esistenziale esplicito che Dio solo è assoluto e che tutte le cose create vanno valutate, giudicate e amate alla luce dell'Amore-Intelligenza in cui esse hanno la loro esistenza.

Il monoteista radicale coglie il fatto che l'amore del prossimo è inseparabilmente congiunto all'amore di Dio, ma adora Dio solo e sa che solo mediante il dono dello Spirito d'amore effuso nel proprio cuore egli può amare gli altri con fedeltà, perseveranza, abnegazione ed impegno reale.

Le beatitudini esprimono lo spirito del monoteismo radicale, quale lo ha inteso Gesù nella sua missione risanatrice ed illuminante.

Esse esprimono la potenza di Dio che libera l'uomo dalla tendenza spiritualmente fatale di rendersi assoluto, quel cercare di salvare la propria vita che, come Gesù ha ammonito, avrebbe finito per perderla.

VII - L'io autocreatore

L'etica cristiana, secondo Stanley Hauerwas, fronteggia una tentazione che rappresenta un'altra variante dell'idolatria: il concepire se stesso come proprio creatore.10

La definizione dell'uomo come artefice non ha solo condotto all'impossibilità di spiegare affermazioni fondamentali, che stanno al centro della vita cristiana; essa ha anche posto l'etica contemporanea nell'incapacità di trovare un punto d'incontro con le forme moderne assunte dalla condizione umana.

L'etica contemporanea ha riprodotto l'illusione di potenza e di grandezza degli uomini, perché non è riuscita a dare risalto a categorie capaci di offrire agli uomini la giusta valutazione della loro condizione di esseri finiti, limitati e peccatori; in tal modo essa è venuta meno al suo compito morale.

1. La volontà umana assolutizzata

Facendo della volontà umana la sorgente di ogni valore, noi ci siamo allontanati da quella intuizione classica, del cristiano non meno che del filosofo, per cui la misura ultima della bontà morale e spirituale va cercata fuori di noi stessi.

L'immagine dominante dell'uomo artefice segrega Dio entro l'universo del "completamente altro", lasciando il mondo a qualsiasi destino voglia attribuirgli l'assoluta libertà dell'uomo; anche quando lo si afferma presente o lo si definisce il Dio della storia, il suo ruolo non va oltre quello di confermare l'irreversibile marcia della creatività umana.

In una visione siffatta, qualunque attrazione capace di dirigere la vita verso l'essere creatore e redentore di Dio, diventa incomprensibile.

L'etica e la spiritualità cristiana, in un contesto del genere, diventano pelagiane; fine della vita cristiana diventa il retto agire, non già la visione di Dio ottenuta con la grazia di condividere la mente e il cuore del Cristo.

2. L'incredulità

La tentazione sprona all'incredulità, al rifiuto della visione di Dio nel senso che le dà Lonergan, di fede come "occhio dell'amore", senza la quale il mondo è troppo cattivo perché Dio sia buono, perché un Dio buono possa esistere.11

La fede è l'occhio dell'amore, la convinzione che tutte le cose concorrono al bene di coloro che amano Dio ( Rm 8,28 ); essa riconosce l'ultimo significato del compimento umano.

Questa convinzione, tuttavia, può essere minata alle radici dalla disattenzione, dalle distrazioni che dominano il centro della consapevolezza dell'uomo.

« …Si lasciano soffocare dalle preoccupazioni, dalle ricchezze e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione » ( Lc 8,14 ).

Le preoccupazioni, le ricchezze e i piaceri hanno modo di diventare fini a se stessi; possono trasformarsi in occasioni perché gli uomini guardino solo a se stessi, anziché a Dio, nella loro ricerca di compimento personale.

La tentazione trae forza dall'ansietà e dalla stupidità umana.

3. L'autoinganno

Il successo nella vita spirituale non può essere sufficientemente assicurato solo "da un buon inizio e da..un impeto vigoroso.

Esso richiede vigilanza e cura costanti per non cadere vittime del proprio autoinganno in un'atmosfera di ambiguità e di oscurità, che finisce nel peccato manifesto.

S. Ignazio di Loyola, nei suoi Esercizi spirituali, rileva come lo spirito del male attrae e tenta gli uomini con oggetti in se stessi indifferenti, che è quanto dire in nessun modo peccaminosi.

Lo spirito del male tenta di tarpare la libertà degli uomini facendo balenare ai loro occhi l'illusione di una libertà maggiore.

Sotto l'apparenza di bene, cerca di estraniare il cuore e la mente umana da Dio.

Di conseguenza, una vita, perché sia autenticamente cristiana, deve essere controllata; una vita in cui il soggetto è consapevole di ciò che si verifica all'interno dei suoi pensieri e dei suoi desideri.

4. Appetiti disordinati

Molte tentazioni prendono le mosse dal disordine dei nostri appetiti naturali: l'impulso istintivo a tendere la mano verso tutto ciò che è o pare buono per la nostra natura in termini di cibo, bevanda, amicizia, reputazione, successo, amore, rispetto, affetto e così via.

I nostri bisogni, è stato notato, sono altrettante opportunità per il diavolo.

Ciascuno di essi è una particolare espressione del nostro desiderio di accrescere o di conservare la nostra vita o, nel caso dell'appetito sessuale, del desiderio di preservare la vita della specie.

In questi stessi bisogni, tutti apportatori di vita in se stessi, esiste un'ambivalenza che li può pervertire in strumenti di morte.

Senza vigilanza, autodisciplina ed autocontrollo, i nostri bisogni fondamentali possono alienare la nostra mente e il nostro cuore da Dio.

5. La divisione dell'uomo

Il Vat II parla della « divisione dell'uomo» ( GS 10; GS 13 ): nell'uomo vi sono tendenze spontanee e insopprimibili, che contrastano con altre tendenze e con il corso inevitabile della natura.

Se il NT conosce l'impulso spontaneo suscitato dallo Spirito santo nei cuori dei fedeli verso il bene, parla anche degli impulsi spontanei verso il male esistenti nell'uomo in quanto "carnale" e "animale", cioè in quanto non è animato dallo Spirito ( Rm 1,24; Rm 13,14; Gal 5,16-17; Ef 2,3; Ef 4,22 ).

La parola epithymia è dunque ambivalente, ma per lo più designa l'inclinazione al peccato, opposta alla vita dello Spirito.

Colui che non è ancora rigenerato, è sottoposto al dominio delle "concupiscenze" ( 1 Ts 5,6; Tt 3,3 ).

L'uomo inserito in Cristo è liberato da questo dominio, ma deve continuamente lottare per mantenere la sua libertà ( Rm 6,12; Col 3,5 ).

La tensione tra l'impulso al bene e l'impulso al male pone l'uomo in una situazione di prova, da cui è liberato solamente da Cristo ( Rm 7 ).

Nell'uomo resta sempre un residuo psichico non polarizzato verso quel valore che la persona ha scelto come norma della propria vita.

La concupiscenza può essere o un impulso attivo verso un valore che non quadra con lo sviluppo e la maturazione autentica della persona, o ciò che si sottrae alla magnanimità e alla generosità, si ribella contro rischi ragionevoli e si blocca in forme infantili, puramente ricettive della socialità.

La tentazione comporta il rifiuto all'impegno personale di svilupparsi ed equivale ad una forza distruttiva.

Il Vat II, prendendo atto della lotta drammatica tra il bene e il male che caratterizza la vita umana, afferma: « Anzi, l'uomo si trova incapace di superare efficacemente da se medesimo gli assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato » ( GS 13 ).

VIII - Tentazione sociale

L'uomo viene tentato ai peccati che si commettono nell'ambiente in cui egli è collocato.

I peccati, congiunti in qualche modo tra loro, tentano l'uomo sia in quanto provocano l'imitazione, sia in quanto suscitano una reazione parimenti peccaminosa.

L'impulso alla ricerca del proprio bene individuale e terrestre, escludendo ogni norma superiore, costituisce solo un aspetto della tentazione, come una forza che inclina gli uomini a peccare e impedisce loro di costruire un'autentica vita umana.

Parlando della divisione dell'uomo, il Vat II afferma: « Pur avendo conosciuto Dio, gli uomini non gli hanno reso l'onore dovuto, … ma si è ottenebrato il loro pazzo cuore, … e preferirono servire la creatura piuttosto che il creatore » ( GS 13 ).

Ma la tentazione non può essere considerata come un fatto puramente individuale.

L'uomo è un essere sociale, e perciò, come in tutta la sua vita, anche nelle relazioni con Dio ogni sua presa di posizione è influenzata dal comportamento altrui, sia passato, sia presente, e a sua volta, influisce sugli altri, o per il bene o per il male.

La demagogia politica, in nome della grandezza della patria, è stata spesso una tentazione fatale per popoli interi.

La demagogia politica tenta un popolo con le promesse messianiche, le quali dovrebbero risolvere tutti i maggiori problemi nazionali, e finisce col condurlo alla delusione e all'esacerbazione.

Il realismo cristiano ha sempre ribadito che nemmeno le riforme sociali di maggior successo sono in grado di eliminare la croce dalla vita degli uomini e della società.

Falsi soccorritori dicono di possedere la panacea per tutti i problemi umani, solo che noi siamo disposti a seguirne i consigli; seducono il popolo promettendo una società utopistica con un linguaggio che maschera la loro sete di dominio.

Nello stato attuale dell'uomo, nessun ordine sociale è del tutto soddisfacente.

In ogni caso abbiamo il compito di lavorare per ottenere un ordine migliore di quello che prevale ora.

Gli illuminati rivoluzionari tentano le masse con un idealismo utopistico di origine emotiva, che elude la determinazione delle reali ingiustizie sofferte.

In genere rifiutano di occuparsi di ingiustizie specifiche; preferiscono partire dal presupposto che l'ordine sociale è corrotto, sfruttatore e maturo per essere rovesciato.

Posta una simile premessa, tutto ciò che l'ordine sociale cui si riferiscono ha di buono non può essere altro che male scaltramente camuffato, concepito per stornare i radicali dal loro intento rivoluzionario.

Ogni riforma o cambiamento che non sia la rivoluzione è controrivoluzionario.

Essi tentano le masse all'odio civile contro tutti coloro che non appartengono al loro movimento o al loro partito politico, creando una specie di demonologia secondo la quale i non aderenti sono demoni degni di ogni violenza e punizione ed essi sono "angeli" illuminati senza peccato, "angeli custodi" dell'autentico bene del popolo intero.

Il razzismo crea un'altra specie di demonologia, secondo la quale gli stranieri vengono concepiti come "diavoli", come simboli di una minaccia incombente alla integrità e all'esistenza della società.

La demagogia razzista tenta le masse a guardare gli stranieri con sospetto, come una minaccia ai valori dello status quo ed attribuir loro la colpa per quello che non va bene nel paese.

Il capitalismo sfrenato della società consumistica tenta le masse tramite il bombardamento della pubblicità a valori falsi, sfruttando ogni mezzo per promuovere i suoi prodotti.

La pubblicità erotica diventa seduttrice per la vendita di prodotti qualsiasi.

La pornografia, la droga e la violenza eccessive dei film vengono presentate come divertimenti per le masse, comportando una visione illusoria della beatitudine umana, seducendo le masse attraverso i mass media con false promesse.

Ingannano, mentiscono, pretendendo che una vita indisciplinata sia una vita "libera", "felice" e "autentica".

La pornografia, la droga, e la violenza, in una forma o in un'altra, vendono bene promettendo un divertimento immediato, ma prima o poi rendendo i loro clienti incapaci della felicità umana.

IX - Il superamento: le tentazioni di Gesù

L'intero sviluppo della vita cristiana può essere descritto come un processo di superamento della tentazione, teso a rendere possibile il compimento della totale restaurazione in Cristo ( Ef 1,4-10 ).

Ciò, in altre parole, significa fede che supera tutto quanto corrisponde solo a quello che gli occhi possono vedere e la ragione umana intendere; significa speranza che supera le tentazioni all'insofferenza e allo scoraggiamento nei confronti delle vie di Dio; significa superare con la carità qualsiasi compromesso nel servizio di Dio.

Un'adeguata comprensione, nella fede, della tentazione di Cristo nel deserto può aiutarci a comprendere la nostra tentazione.

Le narrazioni evangeliche fanno notare che la tentazione subita da Gesù fu uno degli eventi particolarmente significativi della sua vita.

Le narrazioni evangeliche mirano ad istruire la comunità cristiana sulla ricorrente situazione umana di tentazione.

La tentazione di Gesù non è descritta come un avvenimento isolato; è agganciata alla descrizione del battesimo di Cristo per mano di Giovanni.

Sono due fatti che formano le fasi di un unico mistero.

La tentazione è collegata anche con tutto ciò che segue nella vita pubblica di Cristo, fino alla sua conclusione con la morte e la risurrezione.

Luca fa notare questo legame con le parole che concludono la sua descrizione della scena nel deserto: « Satana si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato » ( Lc 4,13 ).

Satana tenta Gesù per fargli abbandonare quel tipo di ruolo messianico che egli aveva intenzione di svolgere come Messia sofferente.

Satana incoraggia Gesù a trovare qualche altro modo per compiere la sua missione.

Questa stessa tentazione è presente, in forme diverse, lungo tutto l'arco della sua vita pubblica.

La famiglia lo incoraggia ad operare miracoli in giorno di festa ( Gv 7,1-4 ).

Gli scribi e i farisei cercano di forzare il suo ministero per adeguarlo alle loro nozioni preconcette di salvezza per Israele ( Gv 7,10ss ).

I suoi discepoli insistono perché non vada a Gerusalemme per essere messo a morte ( Mt 16,21-23; Lc 9,22 ).

La sua stessa umanità, infine, rifugge, nel Getse mani, dalla sofferenza e dalla morte incombenti ( Lc 22,42ss ).

Nella ressa di tutte queste tentazioni, Cristo decide liberamente di aderire alla sua missione nel modo predisposto dall'infinita sapienza del Padre suo.

Cristo risponde liberamente e con decisione alla continua provocazione che vorrebbe fargli abbandonare la missione affidatagli per un suo surrogato di più agevole attuazione; era tentato di preferire il giudizio di una "sapienza" creata a quello della sapienza divina.

La risposta di Cristo a satana è parte integrante del processo di redenzione.

Sul Calvario Gesù ha sconfitto il male con la sua obbediente accettazione della morte, basata sulla libera scelta di aderire alla volontà del Padre.

Sottomettendosi volontariamente alla morte, Cristo ha opposto un rifiuto definitivo alla tentazione di trovare qualche altro mezzo per realizzare la salvezza dell'uomo.

La sua libera scelta stabilisce il modello della risposta umana all'esistenza creaturale, in opposizione alla scelta falsa di Adamo.

Il suo rifiuto alle suggestioni di satana nel deserto è parte di quella scelta continua, che costituisce l'essenza stessa dell'attività redentrice di Cristo.

Il modo con cui satana si rivolge a Cristo per tentarlo, rappresenta tanto i modi sbagliati con cui Cristo avrebbe potuto cercare di salvare gli uomini, quanto le false sorgenti di salvezza che gli uomini stessi vanno cercando nel corso della loro vita.12

1. La prima tentazione

La prima e la seconda tentazione ( nell'ordine di Mt 4,1-11; Lc 4,1-13 ) sono introdotte dall'espressione « Se sei il Figlio di Dio… ».

Ciò indica che si tratta di tentazioni messianiche, per cui vengono respinte le idee messianiche che esse rappresentano.

La prima tentazione, di mutare le pietre in pane, corrisponde alla proposta di un "vangelo sociale", mirante esclusivamente al miglioramento delle condizioni materiali di vita.

Tale prospettiva viene messa da parte come inadeguata, perché la vita che Cristo è venuto a comunicare non può essere ridotta al puro e semplice benessere del corpo, alla vita vegetativa e sensitiva; sarebbe un dimenticare che la persona vive più propriamente nel suo pensiero, nel suo amore e nella sua libertà.

Il bisogno di provvedere il sostentamento necessario alla vita tenta l'uomo a lasciarsi assorbire eccessivamente dal problema della sicurezza materiale.

Rischiare o addirittura sacrificare la salute fisica e persino la vita per salvaguardare e sviluppare il proprio livello veramente personale di vita, non è un comportamento comune; esso esige larghezza di vedute e coraggio.

Il timore di qualsiasi pericolo che possa minacciare la propria sicurezza e prosperità corporale tenta l'uomo a trascurare valori personali più veri.

La risposta di Cristo, che l'uomo vive anche di ogni parola che viene dalla bocca di Dio, afferma il primato degli interessi spirituali.

La stessa affermazione appare esplicitamente nel discorso della montagna: « Cercate anzitutto il regno dei cieli, e tutte queste cose vi saranno date in più » ( Mt 6,33 ).

La parola di vita che esce dalla bocca di Dio è la forza creatrice che governa provvidamente la nostra vita materiale fin nei suoi minimi dettagli; ma costituisce una sorgente di vita ancor più ricca quando, nella rivelazione, agisce per nutrire le profondità personali del vivere umano.

L'uomo è tentato di perdere la giusta prospettiva; la risposta di Cristo pone a nudo una falsa gerarchia di satana, dei valori umani.

2. La seconda tentazione

Nel superare la seconda tentazione, quella di gettarsi dal pinnacolo del tempio, Gesù respinge il ricorso al sensazionale come metodo per indurre a credere nella sua missione messianica; respinge la tentazione di cogliere immediati risultati tangibili.

È la tentazione di tentare Dio, di "forzare la ma-no" di Dio, di porre Dio alla prova.

Questa tentazione richiama alla mente Giobbe che chiede a Dio di giustificarsi, di dare un perché dei suoi metodi.

L'impazienza per la lentezza con cui opera la provvidenza di Dio tenta l'uomo a far passare inosservata la croce.

Satana dice a Cristo di mettere Dio alla prova per controllare se è fedele alle sue promesse.

La risposta di Cristo lascia intendere che l'amore di predilezione che il Padre nutre per lui non opererà ne si manifesterà secondo le esigenze di una pura logica umana.

Appartiene alla logica divina che l'amore del Padre per il Figlio e quello del Figlio per il Padre trovi una sua espressione nella risposta della croce, meno tangibile, meno immediata, ma, in definitiva, onnicomprensiva.

Siffatta tentazione è il punto di incontro tra la logica divina e la logica della "ragionevolezza" umana.

Per la "ragionevolezza" umana esiste, persistente, la tentazione di dare consigli a Dio e di riprenderlo a causa dei metodi che usa.

L'uomo preferisce fare a proprio modo nel realizzare il suo bene, e spesso ricerca la soluzione più spettacolare.

Ma dopo aver preferito i nostri giudizi, anteponendoli alla saggezza divina trasmessaci nella rivelazione, ricorriamo a Dio perché eserciti poteri straordinari onde porre rimedio alla nostra stoltezza.

« Gettarsi nel pericolo, solo per dare a Dio l'occasione di fare miracoli, non è fede ma presunzione ».13

3. La terza tentazione

La terza tentazione è quella di adorare satana per acquistare il dominio del mondo, e ciò naturalmente è idolatria, lo stimare il creato più del Creatore.

Gesù respinge l'idea di scegliere come suo scopo finale il potere terreno.

Il rifiuto di quest'idolo è presente lungo tutto l'arco della sua missione di obbedire solo al Padre suo.

Egli ricusa di idolatrare qualsiasi essere, il proprio essere o l'umanità.

In questa tentazione Gesù rivela la vera origine del regno quale dono del Padre al Figlio.

Il dono è rapportato all'adorazione, al servizio e all'obbedienza.14

Il "padre della menzogna" pone e dono e servizio e adorazione in riferimento a se stesso, anziché a Dio.

Qualsiasi cosa Cristo faccia, la fa perché è volontà del Padre; di conseguenza, ogni sua azione è liturgica, consacrata, sottratta al profano.

« Per essi io consacro me stesso, affinché siano anch'essi consacrati nella verità » ( Gv 17,19 ).

La morte di Gesù sulla croce è coerente con tutta la sua vita e con la sua missione di amore e di obbediente autodonazione al Padre.

Il regno che Gesù comunica resta il dono del Padre e di nessun altro; e nessuno può fare l'esperienza della sua realtà « se il Padre, che mi ha mandato, non lo abbia attratto » ( Gv 6,44 ).

Gesù comunica il dono del regno del Padre nel modo voluto da questi: « Io faccio sempre ciò che a lui piace » ( Gv 8,29 ).

La croce è il modo scelto dal Padre: « Sì, solo se sarò innalzato da terra attirerò tutti, a me » ( Gv 12,31-33 ).

La croce vince ogni asservimento, ogni distorsione e ogni alienazione di cui l'uomo cade vittima per mezzo dell'idolatria; essa vince ogni opposizione all'amore del Padre, una volta per sempre, in Cristo e per mezzo di Cristo.

È la risposta divina alla tentazione di attingere la felicità ultima attraverso l'autoaffermazione, l'autoasserzione e la ricerca di sé.

Dio Padre è il bene definitivo, e il suo regno viene fondato e comunicato seguendo la sua via.

X - Le rinunce battesimali

Le tre tentazioni sono strettamente connesse alla rinuncia che il cristiano è chiamato a fare del mondo in quanto nemico di Dio; una rinuncia fatta col battesimo.

Rinunciare al mondo vuoi dire rinunciare a quell'atteggiamento mentale che considera questo mondo come un sistema chiuso da cui il Creatore è escluso, un atteggiamento che distrugge quelle stesse cose che si amano.15

Il massimo del piacere, del successo, del dominio sugli altri diventa ideale di vita; e questo è nemico di Dio.

Per rinunciare al mondo, il cristiano deve rinunciare all'idolatria, all'adorazione di una creatura, sia essa la ricchezza, il progresso umano, il sesso o il programma del partito; cose tutte inferiori alla dignità dell'uomo, chiamato a partecipare alla vita stessa di Dio.

1. Esigenza della familiarità con Dio

Una rinuncia di tal fatta non è agevole per il cristiano.

Invero, essa è impossibile senza quella familiarità con Dio che induce un vero senso di dipendenza e di sottomissione a lui.

Senza di essa il cristiano ingannerà se stesso credendo di servire Dio, mentre in pratica non farà che servire il mondo, e sarà sordo ai suggerimenti dello Spirito santo.

Oppure potrà essere tentato di denunciare l'intrinseca malizia del mondo e ritirarsi da esso il più lontano possibile.

E quelli che adorano il mondo saluteranno con gioia la sua decisione; perché all'adorazione di Dio, nel quale tutto sussiste, essi preferiscono le tenebre e il culto di sé, dei loro desideri ed idee: « Noi saremo come Dio e non riconosceremo altri dèi che noi », è il grido del mondo.

« Tu adorerai il Signore Dio tuo, lui solo servirai » è il grido del cristiano.

Ma il suo sarà un grido vano e inefficace, a meno che egli non gli dia senso con la propria dedizione al suo lavoro, con la sua sete di giustizia e di verità in seno alla vita pubblica e privata e con il suo amore per gli uomini suoi simili, a partire dalla propria famiglia; dimostrando così che la fede in Cristo non è un ostacolo al progresso di questo mondo, ma una condizione autentica per la sua realizzazione.

Col battesimo diveniamo "altri Cristi" e condividiamo il suo sforzo, durato tutta la vita e coronato di vittoria sulla croce, per superare le tentazioni di satana.

Con il battesimo lo Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti, vive pure in noi ( Rm 8,11 ), perché siamo immessi nella vita della Trinità.

La nostra crescita nella vita divina si realizza solo in proporzione di quanto moriamo a noi stessi e diamo noi stessi completamente a Dio, perché la vita della Trinità è vita di donazione.

Non c'è nulla di quanto possiede il Padre che non sia totalmente del Figlio e dello Spirito santo, nulla che il Figlio abbia e che non sia tutto del Padre e dello Spirito santo.

Se dobbiamo vivere la vita della Trinità, ratificando il nostro battesimo, allora è necessario vincere ogni tentazione di sottrarre qualche cosa della nostra vita al Padre.

Al momento della morte egli ci chiederà ogni cosa.

Ogni momento della vita del cristiano è inteso come una prova per il momento della morte, quando liberamente e obbedientemente egli offre se stesso a Dio.

L'offerta libera denota in lui l'assenza d'idolatria; l'offerta obbediente è segno della pienezza dell'amore.

Libertà e obbedienza sono i segni salvifici della croce e dei suoi frutti nella vita del cristiano.

Sono segni della sua fedeltà al dono di Dio ricevuto nel battesimo.

La tentazione copre un periodo di tempo maggiore di quello che abitualmente chiamiamo "il momento della tentazione".

Tutte le esperienze della vita e ogni realtà presente in esse sono oggetto di giudizi secondo due opposte scale di valori: i valori contenuti nei misteri di Cristo e quelli presenti nelle « opere e vanità » di satana.

Nella nostra vita personale c'è una sfida costante contro i valori cristiani, una sfida ( tentazione ) cui rispondiamo di continuo in misura più o meno profonda, condizionando così noi stessi per quelle specifiche istanze in cui tali valori possono essere più acutamente posti in discussione.

2. Partecipazione all'autodonazione di Cristo

È essenzialmente con questo atteggiamento di risposta alla tentazione che Cristo ha salvato il genere umano nel momento culminante della redenzione, sul Calvario.

In questo contesto, ogni momento e ogni atto della nostra vita si aggiungono al contenuto della nostra autodonazione in unione con Cristo al Padre; e tale contenuto è diverso per ciascuno di noi, perché ciascuno ha un diverso ruolo nel Corpo di Cristo.

Poiché non c'è cosa al mondo che non appartenga a Cristo, non esiste nemmeno alcuna attività umana irrilevante per il regno di Cristo.

L'opera di ciascun cristiano intento a portare il suo contributo all'ordine, alla bellezza e al progresso di questo mondo, è anche un apporto dato al regno di Cristo.

Tuttavia, il cristiano si dedica al mondo ponendo la sua fiducia in Dio, non nelle proprie idee di progresso.

Può sembrare che Dio distrugga i nostri sforzi e che ci trafigga come Cristo fu trafitto sulla croce; ma è nella nostra debolezza che Dio manifesta la sua potenza ( 2 Cor 12,9 ), ed è solo quando noi abbiamo dato tutto a lui che egli ci risolleverà alla vita.

Questo è il mistero della croce, grazie al quale il Padre ci attira a sé liberandoci da noi stessi, grazie al quale il Padre ci da il potere di sconfiggere ogni tentazione che tenti di impedirci di diventare suoi figli, « onde il Figlio suo sia primogenito tra un gran numero di fratelli » ( Rm 8,29 ).

… dell'idolatria Esperienza sp. Bib. II
… nel deserto Crisi II,2
Deserto I
Deserto I,2
Deserto I,4d
Deserto III
Come affrontarla spiritualmente Mass media III

S. G. B. de La Salle

Dobbiamo essere fedeli all'obbedienza, nonostante le tentazioni più violente MD 10,1
Tre tipi di disobbedienti MD 14,2
La tentazione MD 17
Abbandonarsi a Dio nelle sofferenze e nelle aridità MD 20,2
La pace interiore e i mezzi per conservarla MD 31,2
Necessità della preghiera MD 36,1-3
Dispensarsi dalla Comunione è un errore, perché essa è il rimedio per tutte le infermità della nostra anima MD 51,3
Tentazioni contro la purezza e mezzi per vincerle MD 66,1
Mezzi per guarire dalle infermità spirituali sia volontarie che involontarie MD 71,1
Molti sono chiamati, ma pochi sono eletti a vivere in Comunità MD 72,1-3
Apparizioni di san Michele MF 125,1
San Bernardino MF 128,2
San Filippo Neri MF 129,1
Santa Maria Maddalena dei Pazzi MF 130,3
San Michele MF 169,2
Santa Teresa MF 172,2-3
Santa Teresa MF 177,2

Metodo di orazione

Liberazione dalle … 21 - 22
… violenta 80

1 K. Rahner-H. Vorgrimler, Tentazione in Dizionario di teologia, Roma-Brescia, Herder-Morcelliana 1968, 684
2 J. Lacarrière, Men Possessed by God, vers. ingl., New York, Doubleday 1964, 178-179
3 J. L. McKenzie, voce Tentazione in Dizionario biblico, Assisi, Cittadella 1973, 983
4 B. Lonergan, Il metodo in teologia, Brescia, Queriniana 1975, 259
5 Ivi
6 Id., o. c., 260
7 Id., o. c., 161
8 B. Tyrrell, Cristoterapia, o guarigione per mezzo dell'illuminazione, Alba, Edizioni Paoline 1977, 130-142
9 Id., o. c., 138
10 S. Hauerwas, Thè Significarne of Vision in Studies in Religion, 1972, 1, 36
11 Lonergan, o. c., 137
12 B. Cooke, Thè Hour of Temptatìon in Thè Way 1962, 3, 179
13 T. M. Manson, Thè Mission and Message of Jesus, 337
14 J. Sheets, Your Adversary in Thè Way, 1962, 1, 41
15 G. Hughes, Renouncing thè World in Thè Way 1962, 1, 49