La città di Dio

Indice

Passione e libidine dopo la caduta

10 - Primitivo stato di felicità

Non irragionevolmente si pone il problema se il primo uomo o meglio i primi uomini, giacché il vincolo coniugale era di due, sperimentavano prima del peccato nel corpo vivificato dall'anima i sentimenti in parola, che non si sperimenteranno nel corpo vivificato dallo spirito quando scomparirà il peccato mediante la totale purificazione.

Se li sperimentavano, non si spiega come fossero felici in quel meraviglioso luogo di felicità, cioè nel paradiso terrestre.

Nessuno infatti si può ritenere pienamente felice se è afflitto dal timore o dal dolore.

Ma era impossibile che i primi uomini temessero o fossero tristi nella sovrabbondanza di beni così grandi.

Non si temeva la morte né la cattiva salute del corpo, non v'era qualcosa che la volontà buona non potesse raggiungere né nulla che potesse affliggere l'essere fisico o spirituale dell'uomo perché viveva nella felicità.

Era senza inquietudine l'amore verso Dio e quello reciproco della coppia che viveva in un rapporto fedele e sincero e da questo amore derivava una grande gioia perché non veniva a mancare ciò che si amava come valore di cui godere.

La indipendenza dal peccato era serena perché con essa nessun male poteva assolutamente irrompere da qualche parte ad affliggerli.

Ma forse, si chiederà, desideravano toccare l'albero proibito per cibarsene ma temevano di morire, perciò desiderio e timore già allora in quel luogo agitavano i primi uomini?

No, non si può ritenere che ciò avvenisse in quello stato in cui non si aveva affatto il peccato.

Non si può dire infatti che non è peccato bramare cose che la legge di Dio proibisce e astenersene per timore della pena e non per amore della giustizia.

Non si ritenga, dico, che prima del peccato in senso assoluto già fosse stato commesso un peccato per cui i progenitori avrebbero congiunto all'albero il desiderio di cui il Signore parla nei confronti della donna: Se qualcuno guarda una donna per desiderare di averla, già ha commesso adulterio con lei nel suo cuore. ( Mt 5,28 )

Dunque essi erano felici e non erano agitati da inquietudini della coscienza né molestati da disagi del fisico.

Allo stesso modo sarebbe stata felice tutta l'umana società se essi non avessero commesso il peccato che avrebbero trasmesso ai posteri né alcuno della loro discendenza avesse compiuto per malvagità il male che si trae appresso per condanna.

Così in tale felicità indefettibile fino a che, mediante la benedizione con cui fu detto: Crescete e aumentate di numero, ( Gen 1,28 ) fosse al completo il numero degli eletti predestinati, sarebbe stata data quella più alta benedizione che fu data agli angeli immensamente felici.

Con essa si sarebbe ottenuta l'infallibile certezza che nessuno avrebbe peccato, nessuno sarebbe morto, e tale sarebbe stata la vita dei santi senza l'esperienza della fatica, del dolore e della morte, quale dopo tutti questi mali sarà restituita con la resurrezione dei morti mediante l'incorruzione dei corpi.

11.1 - Peccato, prescienza e salvezza

Dio ha avuto prescienza di tutti gli eventi e quindi non ha potuto ignorare che l'uomo avrebbe peccato.

Perciò dobbiamo farci un'idea della città santa sulla base della sua prescienza e ordinamento e non secondo una ipotesi di cui era impossibile avere conoscenza perché non rientrava nell'ordinamento di Dio.

È impossibile anche che l'uomo col suo peccato abbia sconvolto il disegno divino come se avesse costretto Dio a mutare ciò che aveva stabilito.

Dio con la sua prescienza aveva previsto l'uno e l'altro, cioè: l'uomo, che egli aveva creato buono, sarebbe diventato cattivo e il bene che egli avrebbe ottenuto da lui anche in quella condizione.

Si dice talora che Dio muta i propri progetti, per questo con discorso figurato nella sacra Scrittura si dice anche che Dio si è pentito. ( Gen 6,6; 1 Sam 15,11 )

Si dice però nel senso di ciò che l'uomo si riprometteva o di ciò che comportava il meccanismo delle cause naturali, non nel senso della prescienza che l'Onnipotente aveva della sua opera.

Dunque Dio, come è detto nella Scrittura, creò l'uomo onesto ( Qo 7,29 ) e quindi di buona volontà.

Non sarebbe stato onesto se non avesse avuto la volontà buona.

Dunque la volontà buona è opera di Dio, poiché l'uomo è stato da lui creato dotato di essa.

La primordiale volontà cattiva, poiché precedette tutte le cattive azioni nell'uomo, fu piuttosto una defezione dall'opera di Dio alle proprie anziché una vera opera.

Quindi quelle opere furono cattive perché furono secondo se stesse, non secondo Dio, così che la volontà cattiva o l'uomo stesso, in quanto di volontà cattiva, fosse come l'albero cattivo di quelle opere quasi fossero frutti cattivi. ( Mt 7,17-18 )

Inoltre la volontà cattiva, sebbene non sia secondo la natura ma contro la natura perché ne è la degenerazione, tuttavia è della medesima natura di cui è degenerazione, che può sussistere soltanto in una natura ma solo in quella che Dio ha creato dal nulla.

Pertanto non in quella che il Creatore ha generato dal proprio essere, come ha generato il Verbo per la cui mediazione tutte le cose sono state create. ( Gv 1,3 )

E sebbene Dio abbia formato l'uomo dalla polvere della terra, ( Gen 2,6 ) la terra stessa e ogni essere della terrena materia è assolutamente dal nulla, e quando egli ha creato l'uomo ha congiunto al corpo l'anima creata dal nulla.

Quantunque sia consentito al male di essere nel mondo per dimostrare come anche di esso possa usar bene la giustizia immensamente provvida del Creatore, tuttavia il male è superato dal bene al punto che è possibile l'esistenza del bene senza il male, come è lo stesso Dio vero e perfettissimo, come sopra questa fosca atmosfera ogni creatura celeste visibile e invisibile.

Non è possibile invece l'esistenza del male senza il bene, perché gli esseri, in cui esiste il male, in quanto sono esseri, formalmente sono buoni.

Inoltre il male non si elide eliminando la sostanza che era stata aggiunta ovvero una sua porzione, ma con la salute e l'emendamento dell'essere che era malato e pervertito.

Perciò l'arbitrio della volontà è libero quando non è schiavo dei vizi e dei peccati.

In tale forma ci è stato dato da Dio ma, se viene perduto per una personale mancanza, può essere restituito soltanto da chi ebbe il potere di darlo.

Perciò, dice la Verità: Se vi libererà il Figlio, allora sarete veramente liberi. ( Gv 8,36 )

Come se avesse detto: Se il Figlio vi salverà, allora sarete veramente salvi.

Egli è liberatore appunto perché salvatore.

11.2 - Diversità del peccato nei progenitori

Dunque l'uomo viveva secondo Dio nel paradiso che era insieme del corpo e dello spirito.

Non avveniva infatti che era paradiso del corpo per i beni del corpo e non dello spirito per i beni dello spirito, e viceversa che era dello spirito, perché l'uomo godesse mediante le facoltà intellettuali, e non del corpo perché godesse mediante le facoltà sensibili.

Era certamente l'uno e l'altro per l'uno e l'altro bene.

Poi l'angelo superbo e quindi invidioso, disdegnando mediante la superbia Dio per se stesso e scegliendo quasi con presunzione da tiranno di dominare su esseri a lui sottomessi anziché essere sottomesso, precipitò dal paradiso dello spirito.

Nel libro undecimo e dodicesimo di questa opera ho trattato sufficientemente, quanto conveniva, della caduta sua e dei suoi compagni che da angeli di Dio divennero angeli suoi.17

Egli con la furberia del cattivo consigliere propose di insinuarsi nella coscienza dell'uomo che invidiava perché era rimasto in piedi mentre egli era caduto.

Quindi nel paradiso del corpo, ove con i due individui umani, maschio e femmina, soggiornavano altri animali terrestri sottomessi e innocui, scelse il serpente, animale viscido che si muove con spire tortuose, perché adatto al suo intento di comunicare con l'uomo.

Avendolo sottomesso mediante la presenza angelica e la superiorità della natura, con la perversità propria di un essere spirituale e giovandosene come di uno strumento, con inganno rivolse la parola alla donna, cominciando cioè dalla parte più debole della coppia umana per giungere gradualmente all'intero.

Riteneva infatti che l'uomo non credesse facilmente e che non potesse essere tratto in inganno con un proprio errore ma soltanto nel consentire all'altrui errore.

Egualmente Aronne non accondiscese al popolo in errore costruendo l'idolo perché convinto ma si adattò perché costretto, ( Es 32,3-5 ) né si deve credere che Salomone ritenne per errore di dover prestare culto agli idoli ma fu spinto a quelle profanazioni dalle moine delle donne. ( 1 Re 11,4 )

Così si deve ammettere che nel trasgredire il comando di Dio il primo uomo, per lo stretto legame del rapporto, accondiscese alla sua donna, uno solo a una sola, una creatura umana a una creatura umana, il marito alla moglie, e non perché ingannato credette che lei dicesse il vero.

Opportunamente ha detto l'Apostolo: Adamo non fu ingannato, ma la donna. ( 1 Tm 2,14; 2 Cor 11,3 )

Essa infatti ritenne vere le parole del serpente, egli invece non volle anche nella partecipazione al peccato disgiungersi dall'unico legame che aveva, però non è meno colpevole se ha peccato con consapevolezza e discernimento.

L'Apostolo non ha detto: "Non ha peccato", ma: Non fu ingannato.

Esprime il medesimo concetto con le parole: Per colpa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e poco dopo più palesemente: Con una trasgressione simile a quella di Adamo. ( Rm 5,12-14 )

Ha voluto far capire che possono ingannarsi quelli i quali non ritengono peccato le loro azioni, ma egli lo sapeva.

Altrimenti non avrebbe senso la frase: Adamo non fu ingannato.

Ma non avendo sperimentato la severità divina poté ingannarsi nel ritenere passibile di perdono la colpa commessa.

Quindi non è stato ingannato nel senso in cui fu ingannata la donna, ma s'illuse sul modo con cui sarebbe stata giudicata la sua discolpa: Me ne ha dato la donna che mi hai posto vicino, proprio essa, e ne ho mangiato. ( Gen 3,12 )

Non c'è altro da aggiungere.

Sebbene non siano stati ingannati tutti e due nel prestar fede, nondimeno col peccare tutti e due sono stati abbindolati e accalappiati nei tranelli del diavolo.

12 - Gravità della disobbedienza

Può turbare qualcuno la ragione per cui la natura non viene degenerata dagli altri peccati come è stata degenerata dalla disobbedienza dei progenitori in modo da farli soggiacere alla grande immoralità che osserviamo e sperimentiamo e per essa anche alla morte.

Fu inoltre sconvolta e agitata da tanti e sì grandi passioni contrastanti da essere diversa da quel che fu nel paradiso terrestre prima del peccato, sebbene anche lì fosse in un corpo vivificato dall'anima.

Se qualcuno, come ho detto, è turbato da questa considerazione, non deve ritenere che fosse futile e insignificante l'azione compiuta perché è avvenuta mediante il cibo, certamente non cattivo e nocivo in sé, ma proibito.

Dio non avrebbe creato in quel luogo di grande felicità una cattiva pianta.

Però col precetto era ingiunta l'obbedienza, una virtù che è in certo senso madre e istitutrice di tutte le virtù nella creatura ragionevole.

Questa infatti è stata posta nell'esistenza appunto con l'intento che le sia giovevole esser sottomessa e dannoso compiere la propria volontà e non quella del Creatore.

Il precetto di non mangiare un solo genere di cibo, in un luogo in cui v'era grande abbondanza di altri, era tanto facile da adempiere, così recente per ricordarsene, soprattutto in quella situazione in cui l'ingordigia ancora non si opponeva alla volontà, condizione che seguì come pena della trasgressione.

Fu quindi violato con tanto maggiore disonestà quanto più facile n'era l'osservanza.

13.1 - La superbia e il volto delle due città

Cominciarono ad esser cattivi in segreto per incorrere in un'aperta disobbedienza.

Non sarebbero giunti all'azione cattiva se non precorreva la volontà cattiva.

E inizio della volontà cattiva fu senz'altro la superbia.

Inizio di ogni peccato appunto è la superbia. ( Sir 10,15 )

E la superbia è il desiderio di una superiorità a rovescio.

Si ha infatti la superiorità a rovescio quando, abbandonata l'autorità cui si deve aderire, si diviene e si è in qualche modo autorità a se stessi.

Avviene quando disordinatamente si diviene fine a se stessi.

E si è fine a se stessi quando ci si distacca dal bene immutabile, che deve esser fine più che ciascuno a se stesso.

Questa defezione è volontaria.

Se la volontà rimanesse stabile nell'amore al superiore bene immutabile, dal quale era illuminata per vedere e infiammata per amare, non se ne distaccherebbe per divenire fine a se stessa e in tal modo accecarsi e gelarsi.

Così la donna ha creduto che il serpente dicesse il vero, Adamo ha anteposto il desiderio della moglie al comando di Dio e si è illuso di essere venialmente trasgressore del comando perché anche nella comunanza del peccato non abbandonava la compagna della sua vita.

Dunque l'azione malvagia, cioè la trasgressione nel mangiare un cibo vietato, è stata compiuta da individui che già erano malvagi.

Quel frutto poteva maturare soltanto da un albero cattivo. ( Mt 7,18 )

Contro natura è avvenuto che l'albero fosse cattivo, perché poteva avvenire soltanto per depravazione della volontà, depravazione che è contro la natura.

Ma soltanto una natura creata dal nulla poteva viziarsi.

Quindi la natura ha l'essere per il fatto che è stata prodotta da Dio, ma defeziona dal suo essere per il fatto che è stata prodotta dal nulla.

Ma l'uomo non defezionò al punto da divenire un nulla ma in modo che ripiegato su se stesso fosse meno perfetto di quando era unito all'Essere sommo.

Essere in se stesso dopo avere abbandonato Dio, cioè essere fine a se stessi, non è certamente essere un nulla ma accostarsi al nulla.

Perciò nella sacra Scrittura i superbi sono designati con un secondo termine, cioè che sono fine a se stessi. ( 2 Pt 2,10 )

È bene avere il cuore in alto, però non a se stesso che è proprio della superbia, ma al Signore18 che è proprio dell'obbedienza la quale può essere soltanto degli umili.

V'è dunque in modo meraviglioso un effetto dell'umiltà che è levare il cuore in alto e un effetto della superbia che è deprimerlo al basso.

Sembra quasi una contraddizione che la superbia sia in basso e l'umiltà in alto.

Ma la devota umiltà rende sottomesso all'Essere che è più in alto, e nessuno è più in alto di Dio, e quindi l'umiltà che rende sottomessi a Dio eleva.

La superbia invece, poiché consiste nel pervertimento, per il fatto stesso rifiuta la sottomissione e decade dall'Essere che è più in alto e sarà quindi nel grado più basso, come è stato scritto: Li hai atterrati mentre si innalzavano. ( Sal 73,18; Lc 1,52 )

Non ha detto: "Quando si erano innalzati", nel senso che prima si innalzavano e poi erano gettati giù, ma: mentre s'innalzavano, in quel momento sono stati gettati giù.

L'innalzarsi è di per sé essere atterrati.

Dunque nella città di Dio e alla città di Dio esule nel tempo si raccomanda soprattutto l'umiltà e viene messa in grande rilievo nel suo Re che è il Cristo, ( Mt 11,29; Fil 2,8ss ) ed è dottrina della sacra Scrittura che nel suo rivale, che è il diavolo, domina il vizio contrario che è la superbia. ( Lc 4,6-7 )

Ne deriva la grande diversità per cui l'una e l'altra città, di cui parliamo, si differenziano, una cioè è società degli uomini devoti, l'altra dei ribelli, ognuna con gli angeli che le appartengono, in cui da una parte è superiore l'amore a Dio, dall'altra l'amore di sé.

13.2 - Superbia che sovverte i fini

Il diavolo non avrebbe reso prigioniero l'uomo a causa del peccato compiuto in piena luce, appena avvenne ciò che Dio aveva proibito, se egli non avesse cominciato a rendersi fine a se stesso.

Per questo motivo lo allettavano le parole: Sarete come dèi. ( Gen 3,5 )

Avrebbero potuto esserlo veramente unendosi mediante l'obbedienza al vero e sommo principio e non presentandosi con la superbia come principio a se stessi.

Gli dèi creati non sono dèi per una loro verità essenziale ma nella partecipazione al Dio vero. ( Sal 82,6; Gv 10,34 )

Si svuota chi nel desiderio di empirsi, mentre sceglie di essere autosufficiente, si distacca da colui che veramente può colmare il suo desiderio.

V'è un male per cui, quando l'uomo si considera fine a se stesso come se anche egli fosse luce, volta le spalle a quella luce che se considerasse come fine a sé, anche egli diverrebbe luce.

Questo male, dico, è precorso nel segreto perché seguisse il male che è compiuto palesemente.

Sono vere le parole della Scrittura: Prima della caduta il cuore si insuperbisce e prima della gloria si umilia. ( Pr 16,18 )

Certamente la caduta che avviene di nascosto precede quella che avviene all'aperto perché si pensa che non sia una caduta.

Nessuno infatti reputa la superbia una caduta, eppure già in essa v'è il distacco con cui si abbandona l'Essere più in alto.

Ed ognuno ammette che si ha una caduta quando avviene una palese e indubbia trasgressione di un comando.

Perciò Dio proibì ciò che una volta commesso non poteva essere giustificato da nessun pretesto di onestà.

Oso dire che ai superbi è opportuno cadere in qualche peccato evidente e palese per non considerarsi fine a sé giacché sono caduti considerandosi tali.

Con maggior vantaggio Pietro provò dispiacere quando pianse che soddisfazione quando presunse. ( Mt 26,75.33 )

Lo dice anche il Salmo: Riempi i loro volti di vergogna e acclameranno al tuo nome, o Signore, ( Sal 83,17 ) cioè affinché tu sia fine per coloro che acclamano il tuo nome perché si ritenevano fine a sé acclamando al proprio.

14 - Orgoglio e pretesto

Più grave e degna di condanna è la superbia con la quale si pretende l'appiglio della scusa anche nei peccati palesi.

È il caso dei progenitori.

Ella disse: Il serpente mi ha ingannata e ho mangiato ed egli: La donna che mi hai data per compagna, proprio lei mi ha dato il frutto e ho mangiato. ( Gen 3,13 )

In nessuno dei due si avvertono la richiesta di perdono, l'invocazione di aiuto.

Sebbene essi non neghino, come Caino, ( Gen 4,9 ) la colpa commessa, tuttavia la superbia presume di attribuire ad altri l'azione malvagia: la superbia della donna al serpente, quella dell'uomo alla donna.

Ma è piuttosto vera l'accusa che la scusa, quando si ha l'evidente trasgressione del comando divino.

Né si può dire che non trasgredirono perché la donna agì per istigazione del serpente e l'uomo per suggerimento della donna come se si dovesse preferire a Dio un essere a cui credere o acconsentire.

15.1 - Gravità del primo peccato e pena adeguata

Dunque dall'uomo era stato disprezzato il comando di Dio che l'aveva creato, l'aveva ideato a sua immagine, l'aveva preposto agli altri animali, l'aveva stabilito nel paradiso terrestre, gli aveva concesso l'abbondanza di tutti i beni e della salute, non l'aveva gravato di molti, onerosi e difficili comandi, ma l'aveva agevolato con un solo comando molto facile e lieve a favore del dono salutare dell'obbedienza.

Con esso ammoniva la creatura, cui conveniva una libera sottomissione, che Egli era il Signore.

Alla trasgressione quindi seguì una giusta condanna e tale che l'uomo, il quale con l'osservanza del comando sarebbe divenuto spirituale anche nella carne, divenne al contrario carnale anche nella coscienza.

Egli, che con la superbia si arrogava di esser fine a sé, fu abbandonato a sé dalla giustizia di Dio, però non in modo da essere completamente in proprio potere ma in discordia con se stesso e alle dipendenze di colui col quale si era accordato peccando.

Così invece della libertà che aveva ambito sostenne una dura e abominevole schiavitù, perché morto di propria volontà nello spirito e destinato a morire contro volontà nel corpo, disertore della vita eterna e condannato anche alla morte eterna se la grazia non lo avesse liberato.

Chi ritiene che tale condanna sia eccessiva o ingiusta certamente non sa valutare quanto grande sia stata la malvagità nel peccare in un caso in cui v'era tanta facilità di non peccare.

Infatti come non a torto viene esaltata la sublime obbedienza di Abramo perché, con l'uccisione del figlio, gli fu imposta una prova molto difficile, ( Gen 22,2; Eb 11,17; Gc 2,21; Sap 10,5; Sir 44,21 ) così nel paradiso molto più grave fu la disobbedienza perché l'osservanza del comando non presentava difficoltà.

E come l'obbedienza del secondo uomo è tanto più lodevole perché divenne obbediente fino alla morte, ( Fil 2,8 ) così la disobbedienza del primo uomo è tanto più esecrabile perché divenne disobbediente fino alla morte.

Poiché era stata prestabilita una grande pena per la disobbedienza e imposta dal Creatore una facile osservanza, non si spiega abbastanza quanto grande male sia non obbedire in un caso di facile adempienza, data l'intimazione di un'autorità così alta e la minaccia di un tormento così spaventoso.

15.2 - Disobbedienza e soggezione alla passione

Inoltre, per dirla in breve, come pena di quella disobbedienza fu data in cambio soltanto la disobbedienza.

Non v'è altra infelicità per l'uomo che la propria disobbedienza contro se stesso in modo che voglia ciò che non può perché non volle ciò che poteva.19

Nel paradiso terrestre infatti, sebbene prima del peccato non gli fosse tutto possibile, non voleva ciò che gli era impossibile e quindi gli era possibile tutto ciò che voleva.

Attualmente invece, come rileviamo nella sua discendenza e come conferma la sacra Scrittura, l'uomo è divenuto simile a un'ombra. ( Sal 143,4 )

Non si possono numerare le molte cose impossibili che egli vuole mentre egli non obbedisce a se stesso, cioè alla sua coscienza, e perciò anche la subalterna carne, alla sua volontà.

Contro la sua volontà spesso la coscienza si agita, la carne prova dolore, invecchia e muore, e tutto ciò che soffriamo non lo soffriremmo contro volontà se il nostro essere fosse completamente in ogni facoltà sottomesso alla volontà.

Ma la carne ha sempre qualche sofferenza che non le permette di essere sottomessa.

Non interessa la provenienza.

Il fatto è che per la giustizia di Dio Signore, al quale non abbiamo voluto essere sottomessi nell'obbedienza, la nostra carne, che era sottomessa, ribellandosi ci procura sofferenza, sebbene noi, ribellandoci a Dio, abbiamo potuto procurare sofferenza a noi, non a Lui.

Egli infatti non ha bisogno della nostra prestazione, come noi abbiamo bisogno di quella del corpo, quindi è pena per noi il contraccambio che riceviamo e non per Lui l'azione che abbiamo compiuto.

Inoltre le sofferenze che si considerano della carne sono dell'anima, sebbene nella carne e della carne.

La carne da sé senza l'anima non soffre e non desidera.

Quando si dice che la carne desidera o soffre, s'intende l'uomo, come abbiamo dimostrato,20 oppure una facoltà dell'anima su cui influisce lo stimolo della carne, o sgradevole per produrre dolore o dilettevole per produrre piacere.

Ma la sofferenza carnale è per l'anima soltanto un contrasto proveniente dalla carne e una forma di urto al suo stimolo, come la sofferenza spirituale, che si denomina tristezza, è urto con quei fatti che sono avvenuti sebbene noi non volessimo.

Spesso però il timore precede la tristezza perché anche esso è nell'anima e non nella carne.

Invece non v'è un qualsiasi timore che, presente nella carne prima della sofferenza, preceda la sofferenza della carne.

Una certa appetenza al contrario precede il piacere ed è avvertita nella carne come sua esigenza.

È il caso della fame e della sete e di quella che in riferimento agli organi genitali si denomina libidine, sebbene il termine sia in genere di ogni desiderio sfrenato.

Difatti gli autori classici hanno stabilito che l'ira non sia altro che la libidine di vendicarsi,21 sebbene l'uomo, anche se non si ha alcun sentimento di vendetta, si arrabbia con oggetti inanimati e spazientito spezza lo stilo che non scrive o la penna.

Però anche questa, sebbene più irragionevole, è una determinata libidine di vendicarsi e da essa deriva in base a non saprei quale parvenza di contraccambio, per così dire, che chi fa il male sopporta il male.

V'è dunque la libidine di vendicarsi che si denomina ira, v'è la libidine di possedere ricchezze che è l'avarizia, v'è la libidine di spuntarla a tutti i costi che è la caparbietà, c'è la libidine di vantarsi che si denomina ostentazione.22

Vi sono molte e svariate libidini, di cui alcune hanno un proprio nome, altre non l'hanno.

Infatti non si può stabilire con esattezza come si denomina la libidine del dominare.

Eppure anche le guerre civili attestano che influisce moltissimo sulle coscienze dei tiranni.

16 - La libidine e i suoi impulsi

Sebbene dunque la libidine sia relativa a molti impulsi, quando si usa il termine, se non si aggiunge il tipo d'impulso, di solito si offre alla mente quello con cui sono eccitate le parti che esigono pudore.

Essa non solo si aggiudica tutto il corpo e non solo nella zona periferica ma anche nel profondo, ed eccita tutto l'uomo mediante la passione dell'animo in stretta commischianza con l'impulso della carne in modo che ne deriva quel piacere che è il più stimolante dei piaceri sensibili.

Così nell'attimo stesso in cui si giunge all'acme vengono quasi travolte l'attenzione e la presenza della coscienza a se stessa.

Supponiamo un amico della saggezza e delle gioie sante che tira avanti la vita da marito ma, come ha notato l'Apostolo sa conservare il proprio corpo nella onestà e nel decoro, non nella dissolutezza del piacere, come i pagani che non conoscono Dio. ( 1 Ts 4,4-5 )

Non preferirebbe egli, se fosse possibile, procreare figli senza la libidine?

Avverrebbe che anche in questo obbligo di generare la prole gli organi creati allo scopo si conformerebbero alla coscienza, come tutti gli altri assegnati alle rispettive funzioni, perché mossi dal consenso della volontà e non dall'ardore della libidine.

Ma neanche coloro che si dilettano di questo piacere sono eccitati, quando vogliono, agli accoppiamenti coniugali o agli atti disonesti della lussuria.

Talora l'impulso reca disagio perché non desiderato, talora delude chi spasima e mentre la sensualità ribolle nella coscienza rimane fredda nel corpo.

In tal modo con strano risultato la libidine non solo non è in funzione del desiderio di aver figli ma neanche della libidine di soddisfare i sensi.

Inoltre, mentre indivisa il più delle volte resiste alla coscienza che la inibisce, talora essa stessa si scinde in sé e dopo avere eccitato la coscienza, essa stessa si inibisce dall'eccitare il corpo.

17 - Libidine e nudità

Giustamente si prova pudore soprattutto di questa libidine e giustamente si considerano oggetto di pudore quegli organi che essa stimola o inibisce con una propria prerogativa, per così dire, e non del tutto in base a una nostra autodeterminazione.

Non furono così prima del peccato dell'uomo.

Si dice infatti nella Scrittura: Erano nudi e non si vergognavano23 e non perché la propria nudità fosse loro sconosciuta ma non era ancora invereconda.

Non ancora la libidine stimolava quegli organi al di là di un'autodeterminazione, non ancora la carne con la sua disobbedienza forniva una testimonianza a rimproverare la disobbedienza dell'uomo.

Certamente non furono creati ciechi, come suppone la massa ignorante.

Infatti l'uomo vedeva gli animali ai quali impose il nome, ( Gen 2,20 ) e della donna si legge: Vide che il frutto dell'albero era buono come cibo e gradevole alla vista. ( Gen 3,6 )

Dunque i loro occhi erano dischiusi, ma non erano aperti a riguardo, cioè non attenti a conoscere che cosa si accordava loro con l'abito della grazia finché non seppero che i loro organi reagivano alla volontà.

Venuto a mancare lo stato di grazia, affinché la disobbedienza fosse colpita da una pena corrispondente si realizzò negli stimoli del corpo una vergognosa novità per cui la nudità divenne sconveniente.

Il fatto li fece attenti e li rese vergognosi.

Ecco perché, dopo che violarono il comando di Dio con una palese trasgressione, si dice di loro nella Scrittura: Si aprirono gli occhi di entrambi, si accorsero di esser nudi, intrecciarono foglie di fico e se ne fecero delle fasce da campo.24

Dice: Si aprirono gli occhi di entrambi, non per vedere perché vedevano anche prima, ma per distinguere fra il bene che avevano perduto e il male in cui erano caduti.

Perciò anche l'albero, posto per operare tale discernimento se veniva toccato per mangiarne contro il comando, da questa evenienza ricevette l'appellativo di albero della scienza del bene e del male.

Se si prova il fastidio della malattia diviene più manifesto il godimento della salute.

Si accorsero dunque di essere nudi, denudati di quella grazia per cui avveniva che la nudità del corpo non li facesse vergognare perché non c'era la soggezione al peccato che resistesse alla loro coscienza.

Conobbero dunque uno stato che con un destino migliore avrebbero ignorato se, prestando fede e obbedienza a Dio, non avessero compiuto un'azione che li costringeva a sperimentare quale danno arrecano la mancanza di fede e la disobbedienza.

Quindi vergognosi a causa della disobbedienza della propria carne, castigo quasi testimone della loro disobbedienza, intrecciarono foglie di fico e se ne fecero delle fasce da campo, cioè dei grembiuli con cinto per i genitali.

Alcuni traduttori infatti hanno interpretato grembiuli con cinto.

Fasce da campo è certamente una parola latina e si usava perché i giovani, che si addestravano nudi nei campi di Marte, coprivano le parti che esigono pudore.

L'opinione pubblica chiama appunto fasciati da campo quelli che portano grembiuli con cinto.

Quindi la verecondia copriva per vergogna l'organo che la libidine per disobbedienza stimolava contro la volontà punita per la colpa della disobbedienza.

Da ciò tutti i popoli, giacché provengono da quel ceppo, hanno l'istinto ingenito di coprire le parti che esigono pudore al punto che alcuni stranieri neanche ai bagni le denudano ma le lavano assieme agli indumenti che le coprono.

Perfino nei brulli deserti dell'India, sebbene alcuni attendono a filosofare nudi e sono perciò denominati i sofisti del nudo, per i genitali usano tuttavia indumenti di cui sono privi per il resto del corpo.

18 - Vergogna nel lecito e nell'illecito piacere

C'è dunque un'azione che si compie con l'impulso di tale libidine.

Ebbene, non solo negli atti di violenza carnale, per i quali si cercano luoghi nascosti onde sfuggire alle sentenze dell'umana giustizia, ma anche nella relazione con le meretrici, indecenza che la città terrena permette, sebbene si commetta un atto che nessuna legge civile vieta, eppure la libidine, anche se impunita perché liberalizzata, evita di mostrarsi in pubblico.

Le stesse case di prostituzione poi per naturale riserbo hanno assicurato la segretezza, e l'impudicizia ha potuto eludere i limiti della interdizione legale più facilmente di quanto la mancanza di pudore può non tener conto della esigenza di celare la prostituzione.

Però anche i disonesti la considerano disonestà e sebbene la pratichino non osano mostrarla in pubblico.

Ma come? L'accoppiamento coniugale che, secondo le regole dei contratti matrimoniali, si compie per procreare i figli, anche esso, sebbene lecito e onesto, richiede un letto non visto da testimoni oculari.

E il marito, prima che cominci ad accarezzare la moglie, fa uscire i servi, gli stessi pronubi e tutti coloro che una qualsiasi occorrenza aveva autorizzato ad entrare.

Il più grande scrittore della lingua latina25 dice che tutte le azioni oneste vogliono esser poste in mostra,26 cioè tendono ad esser conosciute, eppure questa onesta azione tende tanto a esser conosciuta che, se è veduta, provoca rossore.

Tutti sanno quale rapporto si abbia tra gli sposi per procreare figli perché, per compiere quell'atto, si prende moglie con tanta pubblicità.

Tuttavia quando si compie l'atto per generare figli, neanche ai figli, se vi sono già i nati da quella coppia, è permesso di esser presenti.

Questa buona azione dunque a tal punto richiede il lume dell'intelligenza da schivare quello della vista.

Avviene perché si compie un atto che è conveniente secondo natura ma in modo che è anche concomitante il vergognarsene per castigo.

19 - Ira, concupiscenza e ragione

Quindi anche i filosofi che si accostarono di più alla verità hanno sostenuto che l'ira e la concupiscenza sono inclinazioni viziose perché si muovono con disordinata agitazione anche a quegli atti che la saggezza proibisce e perciò hanno bisogno di coscienza e ragione che le freni.

Presentano questa terza attività dell'anima come situata in un grado più alto per moderare le altre affinché, dietro il suo imperativo e con la loro sottomissione, nell'uomo si possa mantenere l'onestà in ogni attività.

Essi ammettono che anche nell'uomo saggio e sobrio queste attività sono traviate, sicché la coscienza dominando e contenendo le freni e le distolga da quegli oggetti a cui sono portate per disonestà e le riconduca a quegli oggetti che sono consentiti dalla norma della saggezza.

Ad esempio, richiami l'ira all'esercizio della giusta repressione, la concupiscenza al dovere di prolificare.

Queste inclinazioni, dico, nel paradiso terrestre prima del peccato non erano traviate.

Non si muovevano a qualche atto contro la retta volontà sicché fosse necessario guidarle, per così dire, con le briglie della ragione.

Perciò il fatto che ora sono disordinate e regolate da coloro che vogliono vivere sobriamente, onestamente e religiosamente reprimendole e contrastandole, alcune più facilmente, altre più difficilmente, non è normalità proveniente dalla natura ma debolezza dalla colpa.

Inoltre il pudore non occulta i moti dell'ira e degli altri impulsi che si compiono con parole e gesti, come occulta quelli della concupiscenza che si compiono con gli organi genitali.

Ciò è dovuto esclusivamente al motivo che nei primi non sono gli impulsi a eccitare le parti del corpo, ma la volontà quando si accorda con gli impulsi perché essa domina nel loro porsi in atto.

Se un individuo parla adirato o anche picchia qualcuno, non potrebbe farlo se la lingua e la mano non fossero in qualche modo mosse dalla volontà e queste membra, anche senza l'impulso dell'ira, sono mosse dalla volontà.

Al contrario la concupiscenza ha in certo senso talmente asservito a un suo diritto gli organi genitali che non possono eccitarsi se essa manca e se non si manifesta spontaneamente o perché stimolata.

Per questo esige il pudore, per questo, suscitando la vergogna, schiva lo sguardo dei presenti.

Un individuo sopporta più volentieri una moltitudine di persone che osservano se egli si adira ingiustamente con un altro, che un colpo d'occhio di uno solo anche quando legittimamente si unisce alla moglie.

20 - I Cinici e la concupiscenza

I filosofi denominati dai cani, cioè i cinici, non la videro così perché proferirono contro l'umano pudore non altro che un parere da cani, cioè sudicio e sfacciato.

Dicono cioè che poiché è onesto l'atto che si compie con la moglie, non ci si deve vergognare di farlo in pubblico e non schivare l'accoppiamento coniugale in qualsiasi strada o piazza.

Tuttavia il naturale pudore ha superato il pregiudizio di questo errore.

Riferiscono che qualche volta l'ha fatto il vanaglorioso Diogene perché s'illudeva di rendere più famosa la sua scuola se nel ricordo degli uomini fosse inchiodata questa sorprendente sua spudoratezza.

In seguito tuttavia dai cinici si smise questo uso e fu più efficiente il pudore di far vergognare gli uomini dei propri simili che l'imbroglio di pretendere che gli uomini si comportino come i cani.

Quindi io suppongo che colui o coloro, ai quali si attribuiscono gli episodi, abbiano piuttosto simulato agli occhi degli uomini, i quali non sapevano che cosa avveniva sotto le coperte, i movimenti dell'atto coniugale anziché riuscire a provare il diletto, dato l'imbarazzo per la presenza di altri.

In questo caso i filosofi non si vergognavano di apparire come vogliosi dell'atto carnale, mentre la concupiscenza si vergognerebbe di esternarsi.

Sappiamo che anche adesso ci sono i filosofi cinici.

Sono quelli che non solo indossano il pallio ma portano anche la clava.

Però nessuno di loro osa farlo perché, se alcuni lo osassero, non dico che sarebbero seppelliti dalle pietre scagliate da lapidatori ma certamente sarebbero coperti dagli sputi di coloro che scaracchiano loro addosso.

Dunque la natura prova vergogna di questa forma di concupiscenza e giustamente se ne vergogna.

Nella sua disobbedienza che ha asservito gli organi genitali soltanto ai suoi impulsi e li ha sottratti al potere della volontà si rivela abbastanza che cosa sia stato corrisposto alla prima disobbedienza dell'uomo.

Era conveniente che la pena apparisse soprattutto in quell'organo con cui si propaga la specie umana perché da quel primo grande peccato fu mutata in peggio.

Nessuno può svincolarsi dalla sua stretta salvo che con la grazia di Dio si espia personalmente la colpa che, siccome tutti erano in uno solo, fu commessa a danno di tutti e punita dalla giustizia di Dio.

21 - Libidine e prolificazione

Non dobbiamo credere dunque che quegli sposi, collocati nel paradiso terrestre, avrebbero adempiuto l'ordine che Dio benedicendoli rivolse loro: Prolificate, aumentate di numero e riempite la terra ( Gen 1,28 ) mediante la libidine perché, vergognandosi di essa, si coprirono i genitali.

Questa forma di libidine è sorta dopo il peccato.

La specie umana innocente, perduto dopo il peccato il controllo a cui obbediva tutto il corpo, la sperimentò, la controllò, se ne vergognò, la coprì.

La benedizione, impartita alla coppia, che gli sposi prolificassero, aumentassero di numero e riempissero la terra, sebbene sia rimasta anche dopo che trasgredirono, fu data prima che trasgredissero affinché fosse noto che la procreazione dei figli spetta all'onore del connubio, non al castigo del peccato.

Ma ora uomini, certamente ignari della felicità del paradiso terrestre, ritengono che non fosse possibile generare se non mediante l'impulso che hanno sperimentato, cioè la libidine, sebbene si può osservare che ne arrossisce perfino l'onestà del matrimonio.

Alcuni lo affermano perché non ammettono affatto e per mancanza di fede scherniscono la sacra Scrittura, il passo cioè, in cui si dice che dopo il peccato i progenitori arrossirono della nudità e che furono coperti i genitali.

Altri invece, sebbene l'accettino e la onorino, interpretano la frase: Prolificate e aumentate di numero, non secondo la fecondità fisica, perché si usa tale espressione anche in senso allegorico nel passo: Mi hai fatto aumentare in virtù nella mia anima. ( Sal 138,4 )

Anche nella frase della Genesi che segue: E riempite la terra e dominatela, ( Gen 1,28 ) per terra intendono la carne che l'anima riempie con la sua presenza e su cui domina quando aumenta in virtù.

Soggiungono anche che senza la libidine, la quale dopo il peccato si manifestò, se ne ebbe coscienza e vergogna e fu coperta, neanche allora sarebbero nati i bimbi, come non lo possono attualmente, e che non sarebbero nati nel paradiso terrestre ma fuori, come difatti avvenne.

Quindi, dopo che ne furono scacciati, si congiunsero per aver figli e li ebbero.

22 - La prima coppia e l'incremento della specie

Noi non dubitiamo affatto che il prolificare, l'aumentare di numero e il riempire la terra secondo la benedizione di Dio è un dono del matrimonio che Dio istituì dal principio, prima del peccato dell'uomo, creando il maschio e la femmina.

La diversità del sesso si manifesta anche nel fisico.

All'atto creativo di Dio seguì la sua benedizione.

Infatti la Scrittura dopo le parole: Li creò maschio e femmina, soggiunge immediatamente: E Dio li benedisse dicendo: Prolificate e aumentate di numero e riempite la terra e dominatela, ( Gen 1,27-28 ) e il resto.

Queste parole si possono interpretare non impropriamente in senso allegorico.

Tuttavia i sessi maschile e femminile non si possono intendere come qualcosa di analogicamente affine in un solo individuo, perché in lui altro è la coscienza che regola e altro il fisico che è regolato.

Ma come molto chiaramente appare nei corpi di sesso diverso, è una grande assurdità negare che il maschio e la femmina sono stati creati affinché, generando i figli, incrementino la specie, aumentino di numero e riempiano la terra.

Il Signore non fu interrogato sullo spirito che domina e sul fisico che obbedisce, o sulla coscienza che regola e sulla passione che è regolata, o sulla energia contemplativa che si eleva e sull'attiva che è sottoposta, o sul puro pensiero e sulla facoltà sensitiva, ma esplicitamente sul vincolo matrimoniale, con cui l'uno e l'altro sesso sono in intimo rapporto, e precisamente se è lecito per un qualche motivo ripudiare la moglie.

Poiché a causa della insensibilità del cuore degli Israeliti Mosè permise che si consegnasse la denuncia di divorzio, egli rispose con le parole: Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e saranno due in una carne sola?

Così che non sono più due, ma una carne sola.

Quello dunque che Dio ha congiunto l'uomo non lo separi. ( Mt 19,3-9 )

È stabilito dunque che maschio e femmina sono stati ordinati in principio come al presente, e cioè che si vedono e si riconoscono due individui di sesso diverso e che si considerano uno solo o a causa dell'accoppiamento o dell'origine della femmina che è stata tratta dal fianco del marito.

Anche l'Apostolo, in riferimento a questo primo modello che per divina istituzione ha preceduto gli altri, ammonisce tutti singolarmente affinché i mariti amino le mogli. ( Ef 5,25; Col 3,19 )

23.1 - Procreazione anche senza il peccato

Chi afferma che i progenitori non si sarebbero accoppiati e non avrebbero generato se non avessero peccato, in definitiva afferma che fu indispensabile il peccato dell'uomo per ottenere un gran numero di eletti.

Se non peccando rimanevano soli - giacché, come alcuni sostengono, se non peccavano, non potevano generare -, il peccato fu necessario affinché di onesti non rimanessero soltanto due ma un gran numero.

È assurdo pensarlo.

Si deve piuttosto ritenere che il numero degli eletti richiesto per costituire la città santa, anche se nessuno peccava, sarebbe stato eguale a quello che ora, per la grazia di Dio, si seleziona dalla moltitudine dei peccatori fino a che le creature esistenti nel tempo generano e sono generate. ( Lc 20,34 )

23.2 - Libidine e coscienza

Quindi quell'accoppiamento, degno della felicità del paradiso terrestre, se non vi fosse stato il peccato, avrebbe generato figli da amare senza la libidine di cui vergognarsi.

Ma attualmente non v'è un caso somigliante con cui far comprendere quel che poteva verificarsi allora.

Tuttavia non deve sembrare incredibile che quel solo organo potesse senza la libidine esser sottomesso alla volontà giacché attualmente molti le sono sottomessi.

Ora, quando vogliamo, muoviamo senza resistenza mani e piedi ai gesti che con tali arti si devono compiere e con la scioltezza che costatiamo in noi e negli altri, soprattutto negli artigiani di qualsiasi lavoro manuale, per il quale un più disinvolto allenamento si è aggiunto ad addestrare un'indole più debole e lenta.

Dobbiamo dunque ammettere che quegli organi avrebbero potuto prestarsi, come gli altri, con sottomissione agli uomini ad un cenno della volontà per la procreazione dei figli, anche se fosse mancata la libidine che è stata corrisposta al peccato della disobbedienza.

Cicerone nei libri sullo Stato, trattando dei poteri e notando una corrispondenza dell'argomento con la natura dell'uomo, ha affermato che, in considerazione della facilità nell'obbedire, si comanda alle membra del corpo come a figli, invece le funzioni pervertite della coscienza vanno represse, come schiave, con un comando più rigido.27

E sì che per natura la coscienza è considerata superiore al corpo, eppure comanda al corpo più facilmente che a se stessa.

Tuttavia ci si deve tanto più vergognare di questa forma di libidine, della quale stiamo parlando, perché la coscienza incagliata in essa non riesce più ad imporre a se stessa di non provare piacere e tanto meno al corpo in modo che la volontà e non la libidine stimoli gli organi che suscitano pudore.

Se così fosse, neanche lo susciterebbero.

Attualmente la coscienza si vergogna che le opponga resistenza il corpo, il quale per inferiore costituzione le è subordinato.

Nelle altre inclinazioni, quando la coscienza resiste a se stessa, prova minor vergogna perché quando è vinta da se stessa, è essa che si vince.

Avviene però con danno del dovere e dell'onestà perché è vinta da impulsi che devono essere subordinati alla ragione e quindi da impulsi che sono anche suoi, perciò, come è stato detto, è vinta da se stessa.

Quando la coscienza si vince ordinatamente perché i suoi movimenti irrazionali sono sottomessi al giudizio della ragione, se anche essa è sottomessa a Dio, è di una encomiabile virtù.

Si ha tuttavia minor motivo di pudore quando la coscienza non si obbedisce perché impedita dai suoi impulsi disordinati che quando il corpo, il quale è altro da essa e le è sottoposto e la cui costituzione non vive senza di essa, non cede al suo volere e al suo comando.

23.3 - Discorso sulla libidine e oscenità

Alcune membra sono moderate dal dominio della volontà perché senza di esse quelle che sentono lo stimolo indipendentemente dalla volontà non possono compiere il gesto che le placa.

Invece la pudicizia si conserva non col perdere ma con l'inibire il diletto peccaminoso.

Se la colpa della disobbedienza non fosse stata punita col castigo della disobbedienza, certamente nel paradiso terrestre i rapporti matrimoniali non avrebbero subito, ovviamente a favore della volontà e disfavore della libidine, questa resistenza, questo contrasto, questo conflitto di volontà e libidine, ma con gli altri organi sarebbero stati sottomessi alla volontà.

Così l'organo genitale avrebbe sparso il seme sul campo creato a tal fine come attualmente la mano lo sparge sul terreno.28

Ora il pudore ci contrasta se intendiamo trattare più diffusamente l'argomento e ci spinge in nome del suddetto decoro a chiedere scusa alle caste orecchie.

Allora non v'era ragione per farlo.

Un libero linguaggio poteva esprimersi, senza il timore di oscenità, in tutti i significati che sono oggetto di pensiero in relazione agli organi genitali.

Non vi sarebbero state parole da considerare oscene ma qualsiasi cosa si dicesse sull'argomento sarebbe stata decorosa come ciò che si dice quando parliamo delle altre parti del corpo.

Chi dunque con intenzioni licenziose intraprende la lettura di questo libro cerchi di evitare una cattiva azione e non la natura delle cose, accusi gli atteggiamenti della propria immoralità e non le parole suggerite da una esigenza.

In esse un lettore o uditore morigerato e pio troverà un motivo per scusarmi perché ribatto la miscredenza che discute non della fede in fatti non avvenuti ma della conoscenza di fatti avvenuti.

Legge senza adontarsi queste mie parole chi non freme contro l'Apostolo che rimprovera le orribili turpitudini delle donne perché esse hanno cambiato il rapporto naturale in un rapporto che è contro natura. ( Rm 1,26 )

Questo si dice soprattutto perché io non alludo, come egli fa, a una biasimevole indecenza attuale ma evito, come lui, parole oscene nell'esporre, quanto è possibile, gli atti relativi all'umana generazione.

24.1 - Libidine e volontà

Dunque con gli organi genitali, mossi dalla volontà e non eccitati dalla libidine, l'uomo avrebbe fornito il seme per la prole, la donna l'avrebbe ricevuto tutte le volte e nella misura che occorreva.

Infatti non muoviamo ad arbitrio soltanto le membra che si articolano con ossa poste in connessione, come le mani, i piedi, le dita, ma anche quelle che si snodano con muscoli flessibili.

Quando vogliamo, le muoviamo scuotendole, le allunghiamo stendendole, le pieghiamo voltandole, le induriamo stringendo, come sono quelle che nella bocca e nel viso la volontà muove nei limiti del possibile.

Inoltre pure i polmoni, i più flessibili di tutti gli organi interni, esclusi i midolli, e per questo protetti dalla cavità del torace per ispirare ed espirare, per emettere e modulare la voce, come i mantici dei fabbri e degli organi, secondano il volere di chi soffia, respira, parla, grida, canta.

Tralascio che è connaturato ad alcuni animali che, se in un punto qualsiasi del pelame di cui tutto il corpo è coperto avvertono qualcosa che si deve scacciare, soltanto in quel punto scuotono con un fremito della pelle non solo le mosche che vi si posano ma anche i dardi che vi si conficcano.

Il Creatore ha avuto il potere di accordare agli animali che volle un atto che all'uomo è impossibile.

Dunque anche l'uomo ha potuto esigere dagli organi inferiori l'obbedienza che ha perduto con la propria disobbedienza.

A Dio non è stato difficile foggiarlo in maniera che nel suo fisico soltanto dalla volontà avesse l'impulso anche quella parte che attualmente lo ha soltanto dalla libidine.

24.2 - Eccezionale dominio sul corpo

Sentiamo parlare della costituzione di alcuni individui molto differente dalle altre e che desta stupore anche per la eccezionalità perché essi riescono a ottenere dal corpo gli effetti che vogliono e che gli altri non riescono assolutamente a ottenere e a stento li credono quando ne sentono parlare.

Vi sono alcuni che muovono le orecchie, una o tutte e due.

Altri, malgrado la testa immobile, fanno scivolare sulla fronte tutta la capigliatura per tutta l'estensione della massa dei capelli e la respingono indietro a piacimento.

Altri, dopo aver palpato un po' il diaframma, traggono fuori come da un sacchetto la porzione intatta che preferiscono dei cibi incredibilmente numerosi e vari che hanno trangugiato.

Altri ancora imitano e modulano la voce degli uccelli, degli animali e di parecchi altri uomini, in modo tale che se non si scorgono, non è possibile distinguerli.

Alcuni dall'intestino emettono senza cattivo odore a piacimento numerosi suoni al punto che sembrano cantare anche con quell'apparato.

Io stesso ho conosciuto personalmente un tale che era solito sudare quando voleva.

È noto che alcuni piangono quando vogliono e versano lacrime a profusione.

Molto più incredibile è l'esperienza che parecchi colleghi nel sacerdozio hanno fatto recentemente.

V'è stato nella diocesi di Calama un prete di nome Restituto.

Era frequentemente pregato di fare una certa esperienza da coloro che desideravano conoscere di presenza un avvenimento straordinario.

Quando acconsentiva, all'udire le parole d'un uomo che sembrava lamentarsi, si estraniava dai sensi e giaceva molto simile a un morto, al punto da non sentire minimamente se alcuni lo pizzicavano o pungevano.

Talora veniva scottato col fuoco accostato alla pelle senza alcuna sensazione di dolore se non in seguito a causa della bruciatura.

Dal fatto che, come se fosse morto, non respirava più, si poteva dedurre che il corpo era immobile non perché reagiva ma perché non aveva sensazioni.

Confessava poi che udiva come di lontano le voci degli uomini se parlavano distintamente.

Quindi anche ora in alcuni individui, sebbene conducano questa vita travagliata nella carne soggetta a morire, il corpo in maniera eccezionale è sottomesso in parecchi movimenti e disposizioni fuori del normale corso della natura.

Non v'è ragione dunque per non credere che, prima del peccato della disobbedienza e della condanna a dover morire, le membra dell'uomo fossero sottomesse senza libidine alla volontà dell'uomo per la procreazione dei figli.

L'uomo fu lasciato a se stesso perché ha abbandonato Dio per essere fine a sé e non obbedendo a Dio non ha potuto obbedire neanche a se stesso.

Ne deriva la più palese infelicità, perché con essa l'uomo non vive come vuole.

Se vivesse come vuole, si riterrebbe felice, ma non lo sarebbe neanche così se vivesse disonestamente.

25 - Felicità tra volere e potere

Se riflettiamo più attentamente, soltanto l'uomo felice vive come vuole ed è felice soltanto l'uomo onesto.

Ma anche l'uomo onesto non vive come vuole se non giunge a quello stato in cui non possa più morire, errare, soffrire e sappia con certezza che sarà così per sempre.

Lo ambisce la natura e non sarà pienamente e completamente felice se non avrà raggiunto ciò che ambisce.

Ora però l'uomo non può vivere come vuole, poiché perfino il vivere non è in suo potere.

Vuol vivere ma è condizionato a morire.

Dunque l'uomo non vive come vuole perché non vive quanto vuole.

E se vorrà morire, non può vivere come vuole perché vuol morire.

E se volesse morire, non perché non vuol vivere ma per vivere nella felicità dopo la morte, non ancora vive come vuole ma soltanto quando con la morte giungerà alla felicità che vuole.

Ma supponiamo che un tale vive come vuole perché si è imposto e si è ingiunto di non volere ciò che non può e di volere ciò che può secondo la massima di Terenzio: Poiché non è possibile che avvenga ciò che vuoi, devi volere ciò che puoi.29

Costui non è felice per il fatto che sopporta di essere infelice.

La felicità non si possiede se non se n'è innamorati.

Inoltre se si ama e si possiede, è indispensabile che sia amata in modo più eminente di tutti gli altri beni, perché in riferimento ad essa si deve amare ogni altro bene che si ama.

Ma se è amata quanto merita - perché non è felice colui dal quale la felicità non è amata quanto merita -, è impossibile che non la desideri eterna chi la ama veramente.

Sarà felicità se sarà eterna.

26 - Felicità senza libidine nel paradiso terrestre

Viveva dunque l'uomo nel paradiso terrestre come voleva finché volle ciò che Dio aveva comandato.

Viveva beandosi in Dio perché da lui buono anche egli era buono.

Viveva senza indigenza perché aveva il potere di vivere sempre in quello stato.

C'era il cibo per saziare la fame, la bevanda per smorzare la sete, l'albero della vita perché la vecchiaia non lo stroncasse.

Nessun fattore di soggezione alla morte nel corpo o dal corpo recava inquietudine alle sue facoltà.

Non si temevano malattie nell'organismo, insidie dall'ambiente.

V'erano piena salute nel fisico, sicura serenità nella coscienza.

Come nel paradiso terrestre non v'erano caldo e freddo così in chi lo abitava non avveniva lo scontro della volontà buona con l'ambizione o il timore.

Non v'erano assolutamente né tristezza né frivola allegria.

Una gioia schietta era resa stabile da Dio perché per lui ardeva l'amore che proviene da un cuore puro, da una coscienza buona e da una fede sincera. ( 1 Tm 1,5 )

Vigevano tra gli sposi un reciproco rapporto di fedeltà proveniente da un amore onesto, la concorde applicazione della mente e del corpo e l'osservanza senza difficoltà del comandamento.

La svogliatezza non infiacchiva l'uomo nell'inazione, il sonno non lo molestava contro voglia.

Non dobbiamo quindi ritenere che in condizioni così favorevoli e da individui così felici non si potesse procreare la prole senza la morbosità della libidine.

Riteniamo al contrario che gli organi genitali, come le altre parti, ricevevano l'impulso ad arbitrio della volontà e che il marito poteva unirsi alla moglie senza lo stimolo sensuale della vampa lussuriosa nella serenità dell'anima e senza la perdita dell'integrità del corpo.30

È una esperienza che oggi non si può verificare.

Però si deve ritenere che se non un turbolento ardore agitava quegli organi ma li usava, come converrebbe, un volontario dominio, anche così il seme virile poté esser calato nell'utero della moglie, salva l'integrità dell'organo femminile.

Anche oggi, salva l'integrità dell'utero di una ragazza, viene emesso il flusso mestruale di sangue.

Identico è il percorso con cui il seme viene immesso, il flusso emesso.

Come infatti per il parto non il gemito di dolore ma il pieno sviluppo del feto avrebbe allargato l'utero della donna, così per la fecondazione e il concepimento non lo stimolo libidinoso ma un atto della volontà avrebbe congiunto i due sessi.

Stiamo parlando di atti che ora esigono pudore e perciò sebbene congetturiamo, quanto è possibile, quali potessero essere prima che esigessero pudore, tuttavia è indispensabile che la nostra argomentazione sia piuttosto moderata dal riserbo che ci rimprovera anziché agevolata dalla competenza nel dire che ci è di poco aiuto.

Intanto neanche coloro che potevano hanno sperimentato quel che sto dicendo.

Infatti, essendo stato già compiuto il peccato, subirono la cacciata dal paradiso terrestre prima che si unissero con serena decisione nell'atto di procreare.

Non si comprende quindi come attualmente, quando si rammentano questi fatti, si offre alle facoltà dell'uomo soltanto l'esperienza di una inquieta libidine e non l'ipotesi di un sereno atto di volontà.

Ne consegue che il pudore trattiene dal parlare sebbene non manchi l'assunto cui pensare.

Tuttavia a Dio onnipotente, creatore sommo e sommamente buono di tutti gli esseri che aiuta e ricompensa la volontà buona, abbandona e condanna la cattiva, che dispone al fine l'una e l'altra, non mancò certamente il disegno di completare, anche dal genere umano soggetto alla condanna, il numero esatto, prestabilito nella sua sapienza, dei cittadini della sua città.

Li ha prescelti con la grazia e non per i loro meriti poiché il genere umano in massa era stato condannato nella sua origine viziata e ha mostrato ai riscattati che cosa loro accordava la grandezza della sua clemenza non solo riguardo a se stessi ma anche ai non riscattati.

L'uomo infatti riconosce di essere stato sottratto al male non per una bontà dovuta ma gratuita, quando diviene esente dalla sorte in comune con quegli uomini con cui avrebbe avuto in comune la condanna.

Perciò Dio ha creato gli uomini, anche se previde che avrebbero peccato perché poteva mostrare in loro e da loro che cosa meritava la loro colpa, che cosa era donato dalla sua grazia e che sotto di Lui, creatore e ordinatore ai fini, il pervertito disordine dei colpevoli non pervertiva l'ordine universale.

27 - Uomo e tentatore nella prescienza di Dio

Quindi i peccatori, angeli e uomini, non riescono a impedire le grandi opere del Signore eccellenti in tutte le sue determinazioni ( Sal 111,2 ) perché Colui, che con onnipotente provvidenza assegna le competenze a ogni essere, sa ordinare ai fini non solo i buoni ma anche i cattivi.

Dio poteva far rientrare nei fini l'angelo cattivo, condannato impenitente a causa del peccato dovuto al primo atto della volontà cattiva, in modo che perdette definitivamente la volontà buona.

Ha permesso perciò che da lui fosse tentato il primo uomo creato retto, cioè di volontà buona.

L'uomo buono era così conformato che affidandosi all'aiuto di Dio poteva vincere l'angelo cattivo.

Sarebbe stato vinto invece se, considerandosi fine a sé, avesse con orgoglio abbandonato Dio creatore che era suo aiuto.

Avrebbe compiuto quindi una buona azione con la volontà retta aiutata da Dio e una cattiva azione con la volontà pervertita che abbandonava Dio.

Anche l'affidarsi all'aiuto di Dio non gli era possibile senza l'aiuto di Dio, ma non per questo l'uomo non aveva la possibilità di declinare questi benefici della grazia rendendosi fine a sé.

In senso analogico non è possibile vivere in questo corpo senza il contributo degli alimenti, ma ciascuno ha la possibilità di non vivere nel corpo, come fanno i suicidi.

Così anche nel paradiso terrestre non era possibile viver bene senza l'aiuto di Dio ma era possibile viver male, però con la scomparsa della felicità e la conseguenza di una giusta condanna.

Essendo dunque Dio consapevole della futura caduta dell'uomo, perché non avrebbe dovuto lasciarlo tentare dalla malvagità di un angelo cattivo?

Sapeva certamente che sarebbe stato sconfitto, nondimeno prevedeva che il diavolo a sua volta sarebbe stato sconfitto dall'umana discendenza con il soccorso della sua grazia a maggior gloria degli eletti.

Quindi a Dio non era occulto il futuro e con la prescienza non costrinse alcuno a peccare.

L'esperienza fece conoscere alla creatura intelligente, angelica e umana, che venne più tardi, la differenza che esiste fra la propria presunzione e la protezione di Dio.

È temerario credere o pensare che Dio non avesse la possibilità d'impedire che l'angelo e l'uomo cadessero nel peccato, ma ha preferito non sottrarre la decisione alla loro possibilità e così mostrare quanto male comportasse la loro superbia, quanto bene la sua grazia.

28 - Prerogative delle due città

Due amori dunque diedero origine a due città, alla terrena l'amor di sé fino all'indifferenza per Iddio, alla celeste l'amore a Dio fino all'indifferenza per sé.

Inoltre quella si gloria in sé, questa nel Signore.

Quella infatti esige la gloria dagli uomini, per questa la più grande gloria è Dio testimone della coscienza.

Quella leva in alto la testa nella sua gloria, questa dice a Dio: Tu sei la mia gloria anche perché levi in alto la mia testa. ( Sal 3,4 )

In quella domina la passione del dominio nei suoi capi e nei popoli che assoggetta, in questa si scambiano servizi nella carità i capi col deliberare e i sudditi con l'obbedire.

Quella ama la propria forza nei propri eroi, questa dice al suo Dio: Ti amerò, Signore, mia forza. ( Sal 18,2 )

Quindi nella città terrena i suoi filosofi, che vivevano secondo l'uomo, hanno dato rilievo al bene o del corpo o dell'anima o di tutti e due.

Coloro poi che poterono conoscere Dio, non lo adorarono e ringraziarono come Dio, si smarrirono nei propri pensieri e fu lasciato nell'ombra il loro cuore stolto perché credevano di esser sapienti, cioè perché dominava in loro la superbia in quanto si esaltavano nella propria sapienza.

Perciò divennero sciocchi e sostituirono alla gloria di Dio non soggetto a morire l'immagine dell'uomo soggetto a morire e di uccelli e di quadrupedi e di serpenti e in tali forme di idolatria furono guide o partigiani della massa.

Così si asservirono nel culto alla creatura anziché al Creatore che è benedetto per sempre. ( Rm 1,21-23.25 )

Nella città celeste invece l'unica filosofia dell'uomo è la religione con cui Dio si adora convenientemente, perché essa attende il premio nella società degli eletti, non solo uomini ma anche angeli, affinché Dio sia tutto in tutti. ( 1 Cor 15,28 )

Indice

17 Vedi sopra 11,13s.33;
Sopra 12,6.9
18 Praef. Missae
19 Terenzio, Andria 2, 1, 305-306
20 Vedi sopra 14,2
21 Cicerone, Tuscul. 3, 5, 11; 4, 9, 21
22 Ibid. 4, 9, 20
23 Gen 2,25;
Agostino, De Gen. ad litt. 11, 1, 3
24 Gen 3,7;
Agostino, De Gen. ad litt. 11, 34, 46
25 Lucano, Phars. 7, 62-63
26 Cicerone, Tuscul. 2, 26, 64
27 Cicerone, De rep. 3, 37
28 Virgilio, Georg. 3, 136
29 Terenzio, Andria 2, 1, 305s
30 Virgilio, Aen. 8, 406