Contro l'avversario della Legge e dei Profeti

Indice

Libro II

6.21 - Il sangue e l'anima

" Ma Mosè ", aggiunge costui, " estinse negli uomini tutta la speranza nella resurrezione futura poiché assicurò che l'anima è mortale in quanto disse che essa è sangue ".

Poi, scervellandosi, vuole dimostrare che " l'anima non è sangue " e, per non aver capito la Legge, si affatica su una cosa manifesta.

In effetti, sta scritto: il sangue è l'anima di ogni carne, ( Lv 17,14 ) così come sta scritto: Quella roccia era il Cristo ( 1 Cor 10,4 ) non perché Cristo fosse una roccia, ma perché egli era significato da essa.

D'altra parte la Legge non vuole significare invano l'anima mediante il sangue, ovvero una cosa invisibile mediante una visibile, ma perché il sangue che dallo stesso cuore viene diffuso in tutte le vene, tra tutti gli umori nel nostro corpo è il principale, cosicché, ovunque venga inflitta una ferita, non esce un altro umore, ma proprio questo. Così è dell'anima.

Siccome invisibilmente esercita il potere su tutti gli elementi di cui siamo formati, viene significata nel modo migliore dal sangue che ha la preminenza su tutti gli elementi visibili di cui siamo composti.

6.22 - La resurrezione del corpo

Quanto a ciò che dice l'Apostolo ( costui infatti cita anche questa testimonianza ): la carne e il sangue non possono ereditare il Regno di Cristo, ( 1 Cor 15,50 ) egli non pone il problema della resurrezione dell'anima, ma del corpo.

E in verità questo problema si risolve in due modi: o perché ha chiamato con il nome di carne e sangue la corruzione della carne e del sangue, che non esisterà al momento della resurrezione, o carne e sangue designano gli uomini che non possederanno il regno di Dio, gli uomini cioè dediti ad ogni lusinga delle voluttà secolari della carne e del sangue.

Ma tutto questo passo del testo apostolico in cui sta scritto: La carne e il sangue non possono ereditare il Regno di Cristo, ( 1 Cor 15,50 ) se lo si considera in modo più diligente, ci si persuaderà ancor di più del fatto che l'Apostolo voleva chiamare con queste parole la corruzione della carne così come ora è e, per esporre ciò che voleva dire, aggiunse: né ciò che è corruttibile può ereditare l'incorruttibilità. ( 1 Cor 15,50 )

Infatti quando sarà compiuta quella mutazione che, come speriamo, avverrà nella resurrezione, certamente non resterà alcuna corruzione. ( 1 Cor 15,51-53 )

Sebbene anche dopo la resurrezione il Signore abbia detto ai suoi discepoli: toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne ed ossa come vedete che ho io, ( Lc 24,39 ) quella senza dubbio sarà una carne quanto alla sostanza, non quanto alla corruzione come quella che ora dà alla carne questo nome.

Ragion per cui il profeta dice: tutta la carne è come erba. ( Is 40, 6.7 )

E allora anche quella del Signore che è asceso al cielo?

Il profeta ha parlato di carne quando ha detto: tutta la carne è come erba, per poi aggiungere che l'erba si seccò. ( Is 40, 6.7 )

Nello stesso modo anche l'Apostolo dice: la carne e il sangue non possono ereditare il Regno di Cristo, perché lì non vi sarà corruzione a causa della quale ora la natura della carne si secca come il fieno.

Infatti non è diversa la sentenza: Né ciò che è corruttibile può ereditare l'incorruttibilità, ma si tratta di una ripetizione che espone la tesi precedente.

Carne e sangue qui significa corruzione e non sta a indicare la sostanza della carne.

E ciò che là veniva chiamato Regno di Dio, dobbiamo intenderlo come incorruttibilità.

Non penso dunque che affermando che la carne e il sangue non possono ereditare il Regno di Dio venga detto qualche cosa di diverso rispetto a: né ciò che è corruttibile può possedere l'incorruttibilità. ( 1 Cor 15,50 )

La corruzione della carne e del sangue nella incorruttibilità di quel regno non vi sarà, e ciò a causa di quella trasformazione su cui più avanti ha ancora detto: È necessario infatti che questo corpo corruttibile si rivesta di incorruttibilità. ( 1 Cor 15,53 )

Così la corruzione, espressa dai nomi della carne e del sangue, nella incorruttibilità di quel regno non vi sarà, perché la carne, che ora è corruttibile, sarà trasformata e resa incorruttibile.

6.23 - Il lavacro della rigenerazione

Se invece Mosè, che era un uomo di Dio, avesse creduto che l'anima fosse mortale, la qual cosa certamente avrebbe creduto se l'avesse chiamata sangue in modo non figurato ma proprio, non avrebbe detto in un altro passo: Chiunque avrà toccato un cadavere, cioè il corpo di una persona morta e non si sarà purificato, avrà profanato la Dimora del Signore e sarà sterminato da Israele; siccome l'acqua di purificazione non è stata spruzzata su di lui, egli è in stato di immondezza; ha ancora addosso l'immondezza. ( Nm 19,13 )

Ha detto " ancora ", cioè anche dopo la morte, poiché non è purificato: e in ciò s'intravvede una prefigurazione del lavacro della rigenerazione ( Tt 3,5 ) che ora ricevono quanti vengono battezzati in Cristo.

La riconosce ogni [ esegeta ] che ascolta con fede [ le parole ]: Se credeste a Mosè, credereste anche a me, perché di me egli ha scritto. ( Gv 5,46 )

7.24 - Antica e nuova alleanza

D'altra parte di che stupirsi se questo infelice, allontanatosi dalla luce della verità e per questo divenuto avversario della luce della verità, oppone al Vecchio Testamento ciò che non intende nel Nuovo?

Così fa, ad esempio, con le affermazioni dell'apostolo Paolo quando dice ai Corinzi: Se il ministero della morte inciso con lettere su pietre fu circonfuso di gloria al punto che i figli d'Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore pure effimero del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito?

Se già il ministero della condanna fu glorioso, molto di più abbonda di gloria il ministero della giustizia.

Anzi sotto quest'aspetto, quello che era glorioso non lo è più a confronto della sovraeminente gloria [ della Nuova Alleanza ].

Se dunque ciò che era effimero fu glorioso, molto più lo sarà ciò che è duraturo. ( 2 Cor 3,7-11 )

In questo modo costui ha citato le parole apostoliche, né è molto lontano dall'interpretazione più accettabile.

Poiché dunque sta scritto: il ministero della morte inciso con lettere su pietre, ( 2 Cor 3,7 ) deduce da qui che Mosè è stato il servitore della morte, cioè che ha servito l'autore della morte ovvero lo spirito maligno, che costui crede essere l'autore di questo mondo, ignorando così che la Legge è chiamata ministero della morte, in base a quanto l'Apostolo dice in un altro passo: La lettera uccide, lo spirito invece vivifica. ( 2 Cor 3,6 )

Infatti la Legge, per quanto giusta, santa e buona, provocò la morte di quei trasgressori ( Rm 5,14 ) in aiuto dei quali non venne la grazia di Dio affinché compissero la giustizia della Legge.

Era necessario che ai superbi e a coloro che confidavano nella forza della loro volontà fosse imposta ad opera del Vecchio Testamento una Legge che non dava la giustizia ma solo ordini.

In questo modo, stretti dai lacci della morte della trasgressione, si sarebbero rifugiati nella grazia che fu rivelata mediante il Nuovo Testamento: la quale non solo ordina ma anche aiuta.

Questi bestemmiatori della parola divina credono qui che la Legge data a Mosè sia cattiva perché fu chiamata il ministero della morte inciso con lettere su pietre, ( 2 Cor 3,7 ) non capendo che ciò fu detto per coloro che credevano che al libero arbitrio bastasse la Legge e così, privi dell'aiuto dello Spirito della grazia, erano tenuti, in quanto colpevoli di trasgressione, sotto la lettera della stessa Legge.

Per questo dice altrove: La Legge provoca l'ira.

Siccome però dove non vi è Legge non vi è neppure trasgressione, ( Rm 4,15 ) mostra in che senso ha detto: La Legge provoca l'ira.

Infatti la trasgressione della Legge non sarebbe cosa cattiva se la Legge non fosse buona.

7.25 - La legge della grazia

Sarebbe molto lungo raccogliere tutti i passi in cui il beato Apostolo ( Gv 1,17 ) si pronuncia contro questa tesi [ secondo cui la Legge è cattiva ] distinguendo la Legge dalla grazia perché sotto quella vengono abbattuti gli orgogliosi e sotto questa vengono innalzati gli umili. ( Sal 145,14; Sal 146,8 )

Inoltre quella è buona in quanto comanda il bene e questa lo è in quanto conferisce i beni.

Quella mette in condizione di ascoltare la giustizia, questa di compierla. ( Rm 2,13 )

E per questo il peccatore, che non può più addurre come scusa l'ignoranza, giace a terra, convinto d'essere diventato anche trasgressore.

Sotto la grazia invece, che è allo stesso tempo perdonante e aiutante, non solo colui che ha fatto del male non viene punito, ma viene anche infiammato per le opere di bene.

E cosa c'è di strano se quella è detta il ministero della morte ( 2 Cor 3,7 ) visto che la lettera uccide nel proibire il male che si fa e nel comandare il bene che non si fa?

Questa invece è chiamata ministero dello spirito, ( 2 Cor 3,8 ) senz'altro vivificante, affinché risorgiamo dalla morte della trasgressione, e la nostra giustizia non la leggiamo da colpevoli nelle tavole ma la possediamo da figli nei cuori e nei costumi.

Questo è ciò che distingue il Nuovo Testamento dal Vecchio, perché là l'uomo è schiacciato dall'angustia del terrore, qui l'uomo nuovo gode dell'ampiezza della carità. ( Ef 3,18-19 )

7.26 - La realtà del Nuovo Testamento

Quanto a ciò che sta scritto su Mosè, ministro del Vecchio Testamento, cioè che: I figli di Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore del suo volto, ( 2 Cor 3,7 ) ciò era un segno del fatto che essi mediante la Legge non avrebbero conosciuto Cristo.

E per questo un velo si interponeva tra il volto di Mosè e loro, perché i figli di Israele fino alla fine, così sta scritto, non intendessero. ( 2 Cor 3,13-15; Es 34,29-35 )

Ma chi è il fine della Legge? Che risponda l'Apostolo, e non io.

Ora l'Apostolo dice della Legge che il suo fine è Cristo, perché sia data la giustizia a chiunque crede: ( Rm 10,4 ) un fine che perfeziona, non che uccide.

Si chiama in effetti fine perché è in vista di esso che tutte le cose vengono fatte al modo di un servizio.

Perché tra il servizio e il fine vi è questa differenza, che il servizio è nelle cose che dobbiamo fare, il fine invece è ciò in vista di cui facciamo ciò che facciamo.

Ora, siccome tutte le cose [ del Vecchio Testamento ] avvenivano in ordine a Cristo, che i figli di Israele non riconoscevano in ciò che accadeva, questo stava ad indicare quel velo che non permetteva che essi intendessero fino alla fine, cioè fino al volto di Mosè che significava Cristo.

E per questo è stato detto che quella gloria sarebbe sparita, ( 2 Cor 3,7 ) come scompaiono tutte le ombre che erano prefigurazioni, nel momento in cui sarebbe giunta la cosa che era significata.

Allo stesso modo la scienza presente sparirà, come dice lo stesso Apostolo, quando giungerà la conoscenza che egli definisce a faccia a faccia. ( 1 Cor 13,10-12 )

Allo stesso modo anche queste cose che furono date sotto forma di ombre ai Giudei nel Vecchio Testamento, era necessario che sparissero nella rivelazione del Nuovo Testamento.

7.27 - La testimonianza dei Salmi

Né è proprio esatto che nessuno di quel popolo riuscì a capire che Cristo fosse prefigurato in quelle ombre del Vecchio Testamento.

Infatti sia lo stesso Mosè sia tutti gli altri Profeti che preannunciavano Cristo ai posteri capirono tutto ciò.

Infatti nella stessa Lettera ai Corinzi in cui sono dette quelle cose che costui, non capendole, ritiene avverse e contrarie al Nuovo Testamento, l'Apostolo dice: animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo. ( 2 Cor 4,13; Sal 116,10 )

Perché lo dice? E dove stava scritto: ho creduto e perciò ho parlato? ( Sal 116,10 )

Certamente nei Salmi, che fan parte delle parole di Dio che sono state date ai Giudei.

Dice inoltre: Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede. ( 2 Cor 4,13 )

Che significa da quello stesso se non che lo avevano anche quelli mediante i quali queste cose furono profetizzate?

E perché, sempre nella stessa lettera, l'Apostolo aveva citato la testimonianza della Legge quando aveva esordito dicendo: per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza e vi sia uguaglianza, per poi proseguire dicendo: come sta scritto: colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno? ( 2 Cor 8,14-15; Es 16,18 )

Perché estende su di loro l'autorità della Legge che chiama ministero di morte ( 2 Cor 3,6 ) se ha inteso ciò nello stesso modo in cui l'intende questa peste?

7.28 - La Legge, ministero di morte e di condanna

Per togliere poi ogni dubbio sul perché la Legge sia chiamata a ragione ministero di morte pur essendo tuttavia santa e giusta e buona, ricordiamo ciò che è scritto nella Lettera ai Romani.

Infatti, dopo aver detto: affinché serviamo nel regime nuovo dello Spirito e non nel regime vecchio della lettera ( Rm 7,6 ) - che è un'affermazione molto simile a quella che costui ha citato senza intendere -, l'Apostolo previde subito questi futuri ciarlatani e bestemmiatori che avrebbero ritenuto che con questa affermazione si voleva attaccare la Legge, e subito aggiunse: Che diremo dunque?

Che la Legge è peccato? No certamente!

Però io non ho conosciuto il peccato se non per la Legge, né avrei conosciuto la concupiscenza, se la Legge non avesse detto: non desiderare.

Prendendo pertanto occasione da questo comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri.

Senza la Legge infatti il peccato è morto e io un tempo vivevo senza Legge.

Ma, sopraggiunto il comandamento, il peccato ha preso vita e io sono morto; la Legge, che doveva servire per la vita, è divenuta per me motivo di morte.

Il peccato infatti, prendendo occasione dal comandamento, mi ha sedotto e per mezzo di esso mi ha dato la morte.

Così la Legge è santa, e santo e giusto e buono è il comandamento.

Ciò che è bene è allora diventato morte per me? No davvero!

È invece il peccato: esso per rivelarsi peccato mi ha dato la morte servendosi di ciò che è bene. ( Rm 7,7-13 )

Ecco che cosa è il ministero della morte, ( 2 Cor 3,7 ) ecco cosa significa che la lettera uccide; ( 2 Cor 3,6 ) ecco in che modo la Legge non è peccato e il comandamento doveva servire per la vita, e in che modo la Legge è santa, e santo e giusto e buono è il comandamento.

E poiché l'anima disobbediente è uccisa dallo stesso bene laddove la grazia di Dio non corre in suo aiuto, la Legge è divenuta ministero di morte nel Vecchio Testamento per via della lettera che uccide, mentre la grazia è diventata ministero di vita nel Nuovo Testamento in virtù dello Spirito che vivifica.

Cosa significa infatti ministero di morte e ministero di condanna? ( 2 Cor 3,7; 2 Cor 3,9 )

Significa che prendendo occasione dal comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri; che sopraggiunto il comandamento, il peccato ha preso vita; che la Legge, che doveva servire per la vita, è divenuta per me motivo di morte; ( Rm 7,8-10 ) che prendendo occasione dal comandamento, il peccato mi ha sedotto e per mezzo di esso mi ha dato la morte; ( Rm 7,12 ) che la Legge sopraggiunse perché abbondasse il peccato; ( Rm 5,20 ) che la Legge provoca l'ira; ( Rm 4,15 ) che la forza del peccato è la Legge. ( 1 Cor 15,56 )

La proibizione del peccato - in ciò consiste appunto la Legge - aumenta in realtà il desiderio di peccare: il quale non si estingue se non per il desiderio contrario, cioè quello di operare rettamente, che si ha quando la fede opera per mezzo della carità. ( Gal 5,6 )

Ma ciò non avviene grazie alla lettera che comanda, ma grazie allo Spirito che aiuta. ( 2 Cor 3,6 )

Dunque non mediante la Legge, ma mediante la grazia; non mediante il Vecchio Testamento che genera nella schiavitù, rappresentata da Agar, ma mediante il Nuovo Testamento: nel quale non vi sono i figli della schiava, ma quelli di una donna libera, ( Gal 4, 24.31; Gal 5,1 ) dotata di quella libertà con cui Cristo ci ha liberati.

E tuttavia la Legge è santa, e il comandamento è santo e giusto e buono.

Mediante questo comandamento santo e giusto e buono il peccato opera, in coloro che non hanno lo Spirito di Cristo, ogni desiderio cattivo.

E volendo mostrare quale fosse stato lui stesso mentre era nel Vecchio Testamento, dice anche: prendendo pertanto occasione da questo comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri.

Quale comandamento, se non quello che dice: Né avrei conosciuto la concupiscenza, se la Legge non avesse detto: non desiderare?

Forse che è male non desiderare? Al contrario, è sommamente buono.

Buona è dunque la Legge che dice questo, ma dove non vi è lo Spirito che vivifica, ( 2 Cor 3,6 ) questa stessa Legge che dice il bene uccide perché diventa la forza del peccato, quando questo per mezzo suo provoca ogni genere di concupiscenza, infiammando [ gli animi ] mediante la proibizione.

La concupiscenza infatti non la si placa con il timore della pena incusso dalla lettera che comanda, ma con l'amore per la giustizia infuso dallo Spirito che aiuta.

Per questo dice: Il peccato per rivelarsi peccato mi ha dato la morte per mezzo di ciò che è bene. ( Rm 7,13 )

Non dice infatti " per mezzo del male ", ma per mezzo di ciò che è bene.

Qui si sveglino, se possono, coloro che si accaniscono con cuore cieco e furioso contro la Legge di Dio e contro il suo ministro Mosè.

Per questo senza dubbio è ministro di morte, ( 2 Cor 3,7 ) perché il peccato ha causato la morte per mezzo di ciò che è bene. ( Rm 7,17 )

Per questo è ministro di dannazione ( 2 Cor 3,9 ) perché il peccato ha causato la condanna per mezzo del bene.

7.29 - La cecità degli increduli

Non tutti quelli che si definiscono Cristiani giungono a Cristo, ma solo coloro per i quali viene tolto il velo che copre la lettura del Vecchio Testamento.

Coloro che sono nel Vecchio Testamento, a causa del velo che loro lo impedisce, non comprendono né il Vecchio né il Nuovo Testamento; coloro invece che giungono a Cristo, rimosso quel velo grazie al Nuovo Testamento, comprendono sia il Vecchio che il Nuovo.

Che anche questi ciechi avversari della Legge e dei Profeti giungano a Cristo in modo tale che non siano più tra quelli a cui è velato lo stesso Vangelo! ( 2 Cor 3,14-16 )

L'Apostolo dice che esso resta velato per coloro che si perdono: Dei quali infedeli il Dio di questo mondo ha accecato le menti, onde non rifulga per essi la luce del Vangelo della gloria di Cristo, il quale è immagine di Dio. ( 2 Cor 4,4 )

E qui questo miserabile vuole che come Dio di questo mondo, si intenda un dio cattivo, quasi che Mosè nel Vecchio Testamento avesse servito questo Dio, quasi che l'Apostolo affermi proprio questo.

Se fosse proprio necessario, con Dio di questo mondo si potrebbe intendere il dio degli empi, ovvero il diavolo, perché: Tutti gli dèi delle nazioni sono demoni ( Sal 96,5 ) e certo, ancor molto di più, il principe dei demoni.

Tutto questo non sarebbe strano, poiché di alcuni si dice che il loro dio è il ventre.

Infatti l'Apostolo dice: Hanno come dio il loro ventre, ( Fil 3,19 ) ma non perciò il ventre è dio.

Allo stesso modo se si può definir dio di questo mondo il diavolo, non per questo il diavolo è dio; poiché i demoni non sono dèi quand'anche gli dèi dei pagani sono demoni.

Allo stesso modo si può intendere il " secolo " come sinonimo di male, per cui l'apostolo Pietro dice: sfuggite alla corruzione che è nel secolo presente. ( Gal 1,4; Rm 12,2;. 2 Pt 1,4 )

Ma, siccome l'altra interpretazione è più che chiara, non c'è necessità di credere che qui sia significato il diavolo e non piuttosto il Dio vero, giusto e buono, che ha accecato le menti degli infedeli di questo secolo: ciò qualora qui non si divida così la frase: Il Dio di questo secolo, per poi continuare: Accecò la mente degli increduli; ma piuttosto così: Nei quali Dio, per poi proseguire: Accecò la mente degli increduli di questo secolo, ( 2 Cor 4,4 ) cioè accecò le menti degli increduli di questo secolo.

8.30 - I giudizi di Dio sono imperscrutabili

Però a costoro non garba che Dio, se è buono, accechi le menti di qualcuno.

E infatti non badano alle parole del Salvatore che dice: io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi. ( Gv 9,39 )

Colui dunque che, secondo l'affermazione dell'Apostolo, usa misericordia con chi vuole e indurisce chi vuole, ( Rm 9,18; Es 33,19 ) senza dubbio dona la luce a chi vuole e chi vuole acceca.

Ma non vi è iniquità alcuna in Dio, ( Rm 9,14 ) a cui la Chiesa dice: Canterò a te, Signore, amore e giustizia. ( Sal 101,1 )

Egli dunque illumina mediante l'amore e acceca mediante il giudizio, che certo è giustissimo e occultissimo.

Infatti imperscrutabili sono i suoi giudizi. ( Rm 11,33 ) A lui si dice anche: siedi in trono, giudice giusto. ( Sal 9,5 )

8.31 - Le promesse fatte ad Abramo

Mosè e gli altri Profeti, di cui lo stesso Signore senza alcun dubbio afferma che sono giusti, servirono questo Dio.

Ad essi costruivano mausolei, adornandone i monumenti, i Giudei cui il Signore dice: Innalzate i sepolcri ai Profeti e adornate le tombe dei giusti. ( Mt 23,29 )

Tutti costoro, sebbene amministravano solo figure in conformità con l'economia del Vecchio Testamento, tuttavia, senza dubbio, appartenevano anche, per la grazia di Dio, al Nuovo Testamento, che pure non era stato rivelato, a cui apparteneva già Abramo.

Se infatti costoro leggessero [ i fatti ] senza alcun velo, comprenderebbero che il Vangelo non è nemico della Legge che fu data per mezzo Mosè, così come non sono nemici tra di loro Abramo e lo stesso Mosè, sul conto dei quali anche costoro ammettono che tributarono il culto allo stesso Dio, sebbene neghino in modo blasfemo che quello fosse veramente Dio.

E tuttavia l'Apostolo oppone alla Legge data da Mosè le promesse che furono fatte ad Abramo, perché queste significavano il Nuovo Testamento; e lo fa in modo che le due realtà sembrerebbero in contrasto fra loro.

Che cosa è infatti ciò che dice ai Romani? Non infatti in virtù della Legge fu data ad Abramo o alla sua discendenza la promessa di diventare erede del mondo, ( Rm 4,13-15 ) ma in virtù della giustizia che viene dalla fede; poiché se diventassero eredi coloro che provengono dalla Legge, sarebbe resa vana la fede e nulla la promessa.

La Legge infatti provoca l'ira; al contrario, dove non c'è Legge, non c'è nemmeno trasgressione. ( Gen 12,7 )

Facciano attenzione a come l'Apostolo argomenta - come se fosse contro la Legge - affinché, partendo dalla promessa che era stata fatta in precedenza ad Abramo, li convinca che, se sono eredi di Dio, non lo sono per la Legge, ma per la promessa.

Allo stesso modo dice ai Galati: Fratelli, ecco, vi faccio un esempio comune: un testamento legittimo, pur essendo solo un atto umano, nessuno lo dichiara nullo o vi aggiunge qualche cosa.

Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse.

Non dice la Scrittura: " e ai tuoi discendenti ", come se si trattasse di molti, ma " e alla tua discendenza ", come a uno solo, cioè a Cristo.

Ora io dico: un testamento stabilito in precedenza da Dio stesso non può dichiararlo nullo una Legge che è venuta quattrocentotrenta anni dopo, annullando così la promessa.

Se infatti l'eredità si ottenesse in base alla Legge, non sarebbe più in base alla promessa; Dio invece concesse il suo favore ad Abramo mediante la promessa.

Perché allora la Legge? Essa fu aggiunta per le trasgressioni, fino alla venuta della discendenza per la quale era stata fatta la promessa. ( Gal 3,15-19 )

Non so se costoro, che calunniano la Legge senza intenderla, trovino qualche cosa nel Vangelo o nelle Lettere apostoliche che sembri essere così avverso e contrario alla stessa Legge quanto sembrerebbe esserlo ciò che l'Apostolo contrappone ad essa in base alle promesse che furono fatte ad Abramo.

Se dunque hanno in odio la Legge, almeno che amino Abramo.

9.32 - L'esempio di Abramo

Ma non vogliono neppure questo. Infatti rimproverano il crimine di fornicazione allo stesso padre delle Genti, a cui furono fatte le promesse che ora vediamo realizzate in tutte le Genti.

In verità costui a cui rispondiamo, senza dubbio rende manifesto che egli è di quelli di cui l'Apostolo dice profetizzando: Lo Spirito dichiara apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, sedotti dall'ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza, e vieteranno il matrimonio. ( 1 Tm 4,1-3 )

In effetti non è attestato che Abramo si sia macchiato in qualche modo di adulterio perché non si unì alla sua schiava per il gusto della libidine; ma la ricevette da sua moglie, la quale fece del suo diritto ciò che voleva e chiese di aver figli da suo marito quantunque da un seno estraneo. ( Gen 16,2-4 )

Comunque, l'unica ragione dell'unione fu la generazione e in nessun modo la lascivia.

Ma costui attribuisce " ad Abramo, fino alla sua decrepita vecchiaia, la colpa della fornicazione, sicuramente perché prese un'altra moglie dopo la morte di Sara ". ( Gen 25,1 )

Anche ammesso che non si debba intendere nel suo operato nessun simbolo di qualche cosa più profondo, Abramo dovette farlo solo per questo: cioè affinché gli eretici, ai quali finì per aderire lo stesso Tertulliano, non ritenessero, contro l'Apostolo, che dopo la morte della propria sposa è un crimine volersi risposare.

Ma siccome a costui sembra di trovare negli scritti apostolici qualche cosa che suoni contrario alla Legge data per mezzo di Mosè o qualche cosa contro il Vecchio Testamento, che cerchi contro Abramo qualche cosa che sembri risuonare dai libri evangelici: non lo troverà affatto.

Abramo, in ogni passo in cui è nominato nei libri del Nuovo Testamento, lo è con il debito onore, cosicché lo stesso Signore dice ai Giudei: Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo. ( Gv 8,39 )

E per questo costui che bestemmia Abramo, in realtà bestemmia Cristo, che rende tale testimonianza a favore di Abramo.

9.33 - Il quinto genere

Ma che dica costui, se può, a quale di quei cinque tipi di persone si riferiva l'Apostolo quando predicava così di Abramo.

Se infatti si rivolgeva a coloro che non avevano la Legge come se egli stesso fosse senza Legge, costoro non avevano assolutamente conosciuto Abramo.

Dovette quindi trovare un qualche principe, o dei Romani o dei Greci, o un qualche filosofo, a cui potesse rivolgersi con tali parole, e così mettersi sullo stesso piano, come pretende costui, fingendo di essere come erano costoro.

Né doveva immaginare un non so quale Abramo, padre straniero del popolo ebreo lontano dai loro costumi, dai loro riti, dal loro parentado.

Ma se per i Giudei si era fatto giudeo e per quelli che stavano sotto la Legge ( 1 Cor 9,2 ) come uno che stava sotto la Legge, perché diceva loro che non sono eredi secondo la Legge? ( Gal 3,18 )

Perché diceva: la Legge provoca l'ira? ( Rm 4,15 )

Perché diceva: la Legge fu aggiunta per la trasgressione? ( Gal 3,19; Rm 4,15 )

La qual cosa certo non avrebbero potuto accettare con animo sereno coloro che si gloriavano della Legge. ( Rm 2,23 )

Se parlava come debole ai deboli ( 1 Cor 9,22 ) e li alimentava ingannando, come piace agli ingannatori, perché li scacciava dalle ombre antiche nelle quali costoro giacevano infermi dicendo: Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla? ( Gal 5,2 )

Ma se l'Apostolo comunicava la sapienza a quel quinto genere, ai perfetti che soltanto, secondo costui, sono degni che l'Apostolo non inganni, perché allora egli stesso si ritiene perfetto e poi bestemmia Abramo, che però l'Apostolo stesso unisce così ai perfetti, soprattutto per i suoi due figli, l'uno dalla schiava e l'altro dalla donna libera? ( Gal 4,22-28 )

Se il Vecchio Testamento non gli aggrada per via di Ismaele, che gli piaccia il Nuovo Testamento in virtù di Isacco.

9.34 - La cattedra della pestilenza

Intende forse ricorrere anche contro l'Apostolo alla cattedra della pestilenza ( Sal 1, 1 ) e disputare sul genere delle metafore e dire che non doveva prendere dalle cose turpi le figure delle cose nobili?

A costui sembra infatti una cosa turpe anche la relazione coniugale con la stessa Sara, della quale il Dottore delle Genti afferma che significa la nostra madre libera, la Gerusalemme eterna. ( Gal 4,26-28 )

Che dunque questo maestro dei pestilenti arricci le narici e aggrotti la fronte e col volto accigliato aborrisca questa parola e in modo ancor maggiore e severo quando ode che lo stesso Dottore delle Genti dell'uomo e della donna ha scritto: i due formeranno una sola carne per poi aggiungere: questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa. ( Ef 5,31-32 )

Ma che davvero questo omiciattolo conosceva, a differenza dell'Apostolo che non l'avrebbe conosciuto, dove si debbano riconoscere i sacramenti, cioè i segni sacri, di una realtà così importante, che però non si debbono vedere in cose di cui ci si vergogna né pronunciare con parole di cui ci si deve arrossire?

Che costui se ne vada semplicemente lontano insieme ai suoi compagni che gli sono simili e che dissero: questo linguaggio è duro, chi può intenderlo? ( Gv 6,60 )

Noi invece ascoltiamo e intendiamo i due Testamenti nei due figli di Abramo e nelle due mogli fecondate dall'unione con lui, così come conosciamo che Cristo e la Chiesa, che costui lo voglia o no, sono due in una sola carne senza alcun comportamento disonesto.

Allo stesso modo accettiamo con fedeltà di cuore e di bocca l'uomo Cristo Gesù, mediatore tra Dio e gli uomini, ( 1 Tm 2,5 ) che ci ha dato la sua carne da mangiare e il suo sangue da bere, ( Gv 6,53-58 ) quantunque sembri più orribile mangiare la carne umana che non l'ucciderla e bere il sangue umano che non lo spargerlo.

Così in tutte le sacre Scritture: quando un fatto o un detto viene esposto in senso figurato ma in conformità con la regola della retta fede, qualunque sia l'oggetto trattato nelle sacre pagine e quali che siano le parole usate, da cui si attinge per l'esposizione, noi la ascoltiamo non con disprezzo ma da sapienti.

Abbandoniamo dunque costui, che garrisce sciocchezze e che, senza sapere ciò che dice, sentenzia, se così si può dire, con dotta ignoranza, sulla qualità delle figure.

Costui, siccome dice che ogni cosa dev'essere rappresentata non con cose contrarie ma affini, può anche affermare vanitosamente che Dio deve sempre esser scritto con oro fiammeggiante e mai con inchiostro nero ( 2 Cor 3,3 ) perché Dio è luce e in lui non vi sono tenebre. ( 1 Gv 1,5 )

Costui è un uomo che pensa che l'Apostolo per ingraziarsi i deboli e gli imperfetti abbia detto molte cose false e riprovevoli; eppure dalle sue lettere si vede, nelle testimonianze che trae dalla Legge e dai Profeti, con quanta venerazione recepisce le Scritture.

Né con un ragionamento tanto perverso pensa che nel Vecchio Testamento si possano giustificare pure le cose di cui inorridisce anche l'immondo e l'empio, come se fosse pio e mondo.

Certo che se qualcuno che gli è simile gli dicesse: queste cose che ti disturbano nella Legge e nei Profeti sono false, però lo Spirito Santo ha voluto che si esponessero così per i deboli e gli imperfetti, non saprà che rispondere al suo compare impostore.

Sarà allora convinto da una regola fasulla, che però è la sua.

Così si sgozza con la propria spada, non per mano di qualcuno saggio e dotto, ma di un uno stolto come lui.

10.35 - La serie delle questioni esposte

Questi sono i vaniloqui sacrileghi di quest'uomo sacrilego e impostore che mi sembra di aver ribattuto in modo sufficiente.

Ho esaminato quanto egli dice sull'inizio della Genesi, ( Gen 1, 1. 3.5 )

sulla creazione della luce, sul giorno o il sole, sulla questione della formazione dell'uomo, sul peccato di Adamo, sulla creazione dell'uomo, ( Gen 1, 14.28; Gen 2,15; Gen 3, 1ss )

sulla seduzione del serpente, sul castigo dell'uomo e sull'albero della vita, ( Gen 3, 5.14 )

sul pentimento di Dio, sul diluvio, sull'arcobaleno, ( Gen 3,22-23; Gen 6, 5.7 )

sull'indurimento del cuore del faraone, ( Gen 9,13; Es 4,21 )

sullo spirito mendace secondo il profeta Michea, ( 1 Re 22,22 )

sulla testimonianza del profeta Isaia, quanto a ciò che dice: ho generato e fatto crescere figli ai quali poi di nuovo dice: figli malvagi, razza scellerata, ( Is 1, 2.4 )

e inoltre su quanto, secondo costui, starebbe scritto in Isaia: io sono il Dio che fa i beni e crea i mali, ( Is 45,7 )

sulla perdizione del popolo ordinata a Mosè, sulla maledizione che costui ritiene turpe, ( Es 32,27 )

su quella che giudica aperta crudeltà di Dio, ( 1 Sam 2,25; Dt 32,41-42 )

sullo zelo che ritiene suggerito da cattiveria nei confronti del re Davide in quanto di esso sta scritto: mi pento di aver costituito Saul re, ( 1 Sam 15, 11 )

sullo spirito di Mosè le cui Scritture costui crede che l'Apostolo abbia chiamate favole per vecchierelle, ( 1 Tm 4,7 )

sulla qualità delle figure, su Abramo, ( Gen 12,2-5 )

sui figli del sacerdote Eli, ( 1 Sam 2 )

sui sacrifici che costui crede vengano offerti solo ai demoni, ( Dt 32,17 )

sui Profeti di Dio che costui crede che non esistessero prima della venuta di Cristo, ( Rm 1,1-3 )

sul fatto che la Legge identifica il sangue con l'anima, ( Lv 17,11 )

sul Dio servito da Mosè e che costui non crede che sia il vero Dio, sulla diversità delle persone a cui costui crede che l'Apostolo abbia insegnato mentendo. ( 1 Cor 9,19-22 )

Tutto ciò l'ho esposto non secondo l'ordine seguito nel suo libro, ma così come richiedeva l'ordine coerente della nostra trattazione.

11.36 - Il discernimento degli spiriti

Dopo tutte queste cose dunque ha posto un titolo che dice così: " Il discernimento degli spiriti del male e del bene ".

Ed ha cominciato a lodare Cristo con brevi frasi, numerose e contraddittorie, e ad accusare il Dio della Legge in questo modo, come esortando colui al quale scriveva: " Per la qual cosa dunque, fratello ", dice, " separandoci dalla iniquità dell'errore passato, cerchiamo il Cristo vero e sommo Dio, e non il principe di questo secolo e il creatore del mondo nel quale noi siamo soltanto pellegrini come spessissimo è stato dichiarato.

Cerchiamo, ripeto, quel Dio pio e mite che, per dimostrare che siamo della sua stirpe, ci ha chiamati luce del mondo.

Non quel Dio che secondo le Scritture ebraiche dandoci un inizio terreno ci ha posto anche una fine in terra.

Cerchiamo colui che nel chiamarci fratelli ci ha invitati a stare all'erta e a gustare le cose divine, non quello che ci impedì d'avere anche il senso del riconoscimento [ del bene e del male ] ".

E in questo modo ha collezionato molte altre cose.

11.37 - Apostrofe finale

A questo passo del suo libro ho creduto bene dover rispondere in modo da rivolgervi anch'io una esortazione: Cerchiamo il Cristo vero e sommo Dio, Figlio unico del vero e sommo Dio, che non è il principe cattivo di questo secolo, ma piuttosto il creatore di questo mondo, ovvero del cielo e della terra, il quale ci ha comandato di vivere da pellegrini la presente vita nella nostra condizione di mortali. ( Eb 11,13 )

Cerchiamo, ripeto, lui, il misericordioso e mansueto che ci ha fatto suoi fratelli mediante la grazia ( Eb 2,11 ) e non nella natura.

È lui infatti e non un altro, come crede costui, che ci ha dato secondo le Scritture un corpo terreno ma un'anima spirituale, ( Gen 2,7 ) creando entrambi e non generando nessuno dei due.

Egli ci ha comandato di vegliare e di gustare le cose divine e lo ha fatto.

È veramente lui e non un altro, come ritiene costui, che ci ha avvisato affinché non sperimentassimo peccando il discernimento del bene e del male. ( Gen 2,16-17 )

Egli, chiamandoci all'immortalità, ci ha promesso il regno celeste. ( 1 Cor 15,47-49 )

Ed è anche lui e non altri, contrariamente a quanto crede costui, che dopo il peccato ci ha espulsi, in quanto rei, dalla felicità della vita eterna e ci ha castigati con il lavoro terreno. ( Gen 3, 17.22-23 )

Egli non ci ha ordinato di ignorare qualche cosa, come ritiene costui, ma di conoscere le cose utili; ( Is 48,17 ) né lui, come ritiene costui distaccandosi dalla verità, ha condannato in noi la scienza che si acquisisce assaporando la giustizia, ma quella che si acquisisce facendo l'esperienza del peccato.

Egli ha avuto compassione di noi perché eravamo morti a causa dell'errore [ commesso ].

È infatti lui e non qualcun altro, ( Ef 2,4 ) come ritiene costui, che ci ha condannati a morire e non dal momento in cui cominciammo a conoscere, come dice costui, ma dal momento in cui siamo caduti in fallo. ( 1 Cor 4,9 )

Egli ci esorta a disprezzare le nostre ricchezze, meglio ancora a nasconderle in un luogo più sicuro.

Era lui e non un altro, come costui ritiene, che, manifestandosi Signore non solo delle cose celesti ma anche di quelle terrene, ( Mt 11,25 ) comandò o permise ai suoi, ai quali secondo le circostanze del tempo la cosa risultava opportuna, di portar via e far proprie le cose che possedevano gli empi, che dovevano venir castigati con l'espropriazione dei beni. ( Mt 21,43 )

È lui che perdona i delitti ai peccatori convertiti, poiché è lui, e non un altro, come sostiene costui, colui che ripaga i peccatori con ciò che si meritano fino alla terza e alla quarta generazione. ( Es 20,5 )

È lui che rimette le colpe, non a tutti indistintamente, come ritiene costui, ma a quelli che da sempre conosceva e che sono predestinati. ( Rm 8,29-30 )

Infatti è lui, e non altri, come ritiene costui, il Dio che puniva con la morte fisica e non spirituale i delitti di alcuni per provocare un dolore espiatorio e un terrore più forte anche in coloro che non li avevano commessi.

In tal modo la loro condizione di mortali, per la quale poco dopo sarebbero dovuti morire, sarebbe servita, anche per questo motivo, alla provvidenza di Dio e avrebbe incrementato la pratica della disciplina.

È lui che non ci ha proibito in assoluto di adirarci, dal momento che egli stesso si è adirato quando era opportuno, ma ha ordinato di adirarci ma non peccare. ( Sal 4,5; Ef 4,26 )

È lui inoltre, e non un altro, che non cerca motivi per punire come costui afferma, ma che conoscendole dice quali siano le cose che vanno punite.

Egli è colui che ci ha raccomandato di non giurare mai, poiché, dato che possiamo sbagliare, non giurando siamo lontani dallo spergiuro. ( Mt 5,33-34; Sir 23,9 )

Ed è ancora lui e non un altro, come ritiene costui, che ha confermato anche con giuramento la verità della sua parola per rimproverare gli increduli quando ha creduto che fosse necessario. ( Eb 3,18 )

E come l'uomo quando giura chiama Dio a testimone, così Dio chiama a testimone se stesso. ( Ger 29,23 )

È lui che ci ha ordinato di tener fede alla parola vera. ( Gv 8,31-32 )

È infatti lui stesso e non qualcun altro, come costui ritiene, colui che ha cambiato non la sua volontà, come costui bestemmia, ma che ha mutato le cose che ha voluto senza mutare la sua volontà. ( Dn 2,21 )

È lui che ci ha insegnato la via della verità. ( Gv 14,6-7 )

Egli infatti è il Dio dei Profeti, che mai inganna i suoi, contrariamente alle calunnie di costui, con false promesse.

Egli ci ha comandato di essere irreprensibili. ( Col 1,22 )

È infatti anche il Dio dei Profeti che mai, come costui accusa, ha da rimproverarsi qualche cosa o deve pentirsi di qualche cosa come l'uomo: ( 1 Sam 15,29; Nm 23,19 ) ma prediceva agli uomini, come con linguaggio umano, il mutarsi delle cose future, che egli conosceva fin dall'eternità di voler cambiare senza alcuna mutazione di se stesso. ( 1 Cor 15,50-52 )

È lui che anche nel Vangelo ci ha raccomandato di temere l'ira di Dio.

È lui infatti il Dio anche dei Profeti, che con il nome di ira o indignazione ha designato non un moto della sua anima, ma la punizione giusta e severa. ( Sal 48,4-9 )

Egli non vuole che ci si ferisca reciprocamente non in alcun modo, ma con l'ingiuria. ( Sal 103,6 )

Egli è anche il Dio dei Profeti che ha castigato o ha atterrito coloro che voleva, in vista di un bene maggiore, mediante gli uomini o gli angeli santi con la morte temporale dei corpi. ( Es 12,23 )

È lui che ha insegnato che non si deve guardare ad una donna per desiderarla. ( Mt 5,28 )

Ed è lui che nella Legge aveva detto: non desiderare; ( Es 20,17 ) e non ha comandato a nessuno, come accusa costui, di sposarsi fino a sette volte, ma permise un'unione casta per moltiplicarsi. ( Eb 13,4 )

E non solo non volle che i padri fossero mariti delle figlie, ma proibì che lo divenissero, così come anche altri incesti. ( Lv 18, 6ss; Gen 19, 31ss )

Egli è colui che ci ha insegnato che noi, per il rinnovamento interiore della mente nello spirito non saremo più né uomini né donne, ( Gal 3,28 ) e ci ha promesso che saremo con lui in eterno come gli angeli. ( Mt 22,30; Mc 12,25; Lc 20,36 )

Egli è infatti anche il Dio dei Profeti che ha unito il maschio e la femmina nella castità nuziale per diffondere il genere umano ( Gen 1,28 ) ed ha dichiarato che le seconde nozze, che nel Nuovo Testamento sono permesse, sono lecite. ( 1 Cor 7,39 )

Ha ordinato che le mogli dei fratelli morti senza figli si uniscano in matrimonio per procurare una discendenza al defunto, non per un sentimento di libidine, ma di pietà; ( Dt 25,5-6; Mc 12,19 ) invece ha proibito del tutto che i padri si sposino con le proprie figlie. ( Lv 18,6 )

È lui che ci ha ordinato di schiacciare spiritualmente ogni genere di serpi. ( Lc 10,19 )

Egli stesso infatti è anche il Dio dei Profeti che per manifestare al popolo incredulo i peccati per il veleno dei quali morivano invisibilmente, inviò serpenti visibili affinché fossero ammoniti ( Nm 21,6-7 ) e con quella piaga punitiva rappresentava attraverso la morte dei corpi la morte delle anime.

Egli disse: fate l'elemosina ed ecco, tutto per voi sarà mondo. ( Lc 11,41 )

Egli è infatti il Dio dei Profeti che ci ha comandato le stesse cose anche per mezzo della voce dei Profeti.

Né volle che i primogeniti degli uomini venissero immolati a lui, ( Es 13,13; Nm 18,15 ) ma che gli venissero consacrati, per significare il primogenito tra i morti ( Col 1,18 ) in cui tutti dovevano essere liberati dalla morte perpetua. ( Rm 8,2 )

È lui che ha anteposto gli alimenti incorruttibili a quelli corruttibili. ( Gv 6,48 )

Egli stesso in verità è anche il Dio dei Profeti che voleva che i sacrifici, dei quali non aveva bisogno, venissero offerti antecedentemente come figure delle cose future per significare il vero sacrificio; ( Col 2,17; Eb 10,1 ) e puniva i sacrilegi che si commettevano con la severità della disciplina, cioè mediante la morte dei corpi, che è pena molto più leggera dei supplizi eterni della Geenna.

Egli non ha comandato che si condannassero le ricchezze terrene, come dice costui, ma che ad esse venissero anteposte quelle spirituali e celesti. ( Mt 6,19-20 )

Egli è in verità anche il Dio dei Profeti che rende alcuni ricchi donando molto benignamente ed altri poveri in modo giustissimo o non donando o togliendo. ( 1 Sam 2,7 )

Egli è colui che ci ha ordinato di pregare per i nemici. ( Mt 5,44 )

Egli è anche il Dio dei Profeti il quale non solo non volle che i figli fossero immolati per mano dei loro padri, come costui accusa, che anzi nella Legge ha prescritto che ciò non avvenisse. ( Lv 18,21; Nm 18,15 )

Egli è colui che ha stabilito che si facesse del bene a tutti senza eccezione per nessuna persona. ( 2 Cr 19,7 )

Egli stesso infatti è il Dio dei Profeti che talora comandò che fossero uccise delle persone senza distinzione di età o di sesso, ( Nm 25,8 ) ma come fa costui o qualcun altro a sapere quale grande ricompensa abbia egli concesso dopo la morte a quelli con la cui morte o corresse o intimorì i viventi?

Egli è colui che ci ha ordinato di sopportare con animo sereno le ingiurie e di perdonare. ( Ef 4,2 )

Egli stesso è infatti il Dio dei Profeti che ha stabilito la misura della pena nell'occhio per occhio e dente per dente, ( Es 21,24 ) affinché nessuno credesse che poteva esigere una punizione maggiore dell'offesa che aveva ricevuto.

E ciò perché della sapienza di Dio sta scritto che porta nella lingua la Legge e la misericordia. ( Gc 3,17 )

Come infatti potremmo rimettere i debiti ai nostri debitori con cognizione di causa per mezzo della misericordia se noi stessi non riconoscessimo questi debiti per mezzo della Legge?

Egli è colui che, umiliandosi nella sua immensa potestà, si è fatto uomo per convertirci ed ha parlato agli uomini. ( Fil 2,8-9 )

Egli stesso infatti è il Dio dei Profeti che ha parlato ai primi padri: e poteva dire che non vi è altro Dio all'infuori di sé, ( Es 20,2-3 ) poiché anche la somma Trinità, pur conservando la distinzione delle persone, è un solo Dio.

Egli è colui che ordinò ai suoi Apostoli di dare gratis ciò che gratis avevano ricevuto e che stabilì che per il loro sostentamento non dovevano portar con sé una seconda tunica perché, aggiunse: ( Mt 10,8-10 ) l'operaio ha diritto al suo nutrimento, ( Mt 10,10 ) affinché coloro che annunciavano il Vangelo vivessero anche attraverso il Vangelo. ( 1 Cor 9,14 )

Mostrò che si dovevano comunque offrire a Dio tributi, sebbene Dio non necessiti di nulla e accettando le offerte dia più di quanto non riceva.

Egli è in verità il Dio dei Profeti che ha proibito ai suoi di accettare doni con i quali sono accecati gli occhi dei giudici ( Es 23,8; Dt 16,19 ) ed egli stesso accetta i doni, sebbene non ne abbia bisogno, affinché con la sua pietà renda ricche le anime di coloro che fanno le offerte.

Egli è colui che ha curato l'uomo di sabato mostrando che era già tempo che, secondo la profezia del Cantico dei Cantici, apparisse il giorno e fossero dissipate le tenebre. ( Ct 2,17; Ct 4,6 )

Egli è in verità il Dio dei Profeti che, quanto all'uomo che raccoglieva legna il sabato, poiché non distingueva ancora i tempi dei due Testamenti, ma soprattutto perché aveva violato la Legge di Dio con cuore arrogante ed empio, comandò che fosse lapidato e con la sua morte corporea ( chi dubita che la morte avrebbe colto dopo poco la totalità dell'uomo? ) sanciva mediante il timore e l'obbedienza che avrebbe giovato agli altri. ( Nm 15,32-36 )

Egli è colui che disse che era venuto per salvare gli uomini. ( Gv 3,17 )

Egli è anche il Dio dei Profeti che con giudizio giusto rende ostinati quelli che vuole, com'è detto nel Vangelo: È venuto in questo mondo per giudicare; non solo perché coloro che non vedono vedano ma anche perché quelli che vedono diventino ciechi. ( Gv 9,39 )

Egli è colui che ci ha dato i comandamenti della vita eterna. ( Gv 12, 49.50 )

Egli è infatti il Dio dei Profeti che ci diede comandamenti santi, giusti e buoni ( Rm 7,12 ) e li diede ai superbi che confidavano nelle proprie forze e non nella grazia per convincerli che con tali precetti non sarebbero vissuti, ma morti.

Così gli Apostoli - lo diceva uno di loro - erano il profumo di Cristo fra quelli che si salvavano e fra quelli che si perdevano; per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita. ( 2 Cor 2,15-16 )

È colui che si rivelò come salute degli infermi, dando la facoltà di camminare agli zoppi, la favella ai muti, l'udito ai sordi e la vista ai ciechi. ( Is 35,5-6 )

Egli stesso però è il Dio dei Profeti che non solo guarisce in modo molto misericordioso le infermità, ma che anche giustissimamente le impartisce.

E nessuno deve credere in alcun modo con vanità empia che egli sia contrario a Cristo, né che Dio è buono mentre Cristo è cattivo per il fatto che Dio ha fatto sì che il bastone di Aronne, legno secco e sprovvisto di radici, producesse fiori e portasse frutti, ( Nm 17,16-25 ) Cristo invece seccò l'albero con la sua maledizione perché non vi erano frutti quando ancora non era il tempo. ( Mt 21,19 )

12.38 - Il Dio dei Profeti e degli apostoli è lo stesso

Egli però dice che " l'uno è il padre della pace e della carità, l'altro l'autore della guerra e del furore, e con il primo " vuol intendere " Cristo, con questo il Dio della Legge e dei Profeti ".

Vuoto com'è di cervello, egli può allora anche affermare che lo stesso Cristo è contrario a se stesso o che non c'è stato un solo Cristo ma due in contrasto tra loro: uno sarebbe quello che diceva: Vi do la pace ( Gv 14,27 ) e l'altro quello che diceva: Non sono venuto a portare la pace sulla terra, ma la spada. ( Mt 10,34 )

E ciò soprattutto perché gli dà noia il fatto che alcune realtà buone siano rappresentate con i nomi di cose cattive.

Se però giunge a dire che l'uno sia " complice dell'incesto e dell'adulterio " mentre l'altro " il Signore della castità e della purezza ", il primo lo deve identificare con il demonio.

Quanto invece al Dio dei Profeti non meno di Cristo egli è signore della castità e della purezza: e infatti il Dio degli Apostoli è al tempo stesso anche il Dio dei Profeti.

Questi hanno preceduto gli altri nel tempo ma sono loro compagni nella fede; e in entrambi i Testamenti l'unico Dio è l'autore delle azioni giuste e delle pie orazioni, come in entrambi è l'autore dei sacrifici religiosi.

12.39 - Il potere di Dio sui demoni

Guardate in base a che cosa ha voluto provare che le infermità dei corpi umani non hanno Dio per autore, ma piuttosto il diavolo: in base al fatto che il Signore nel Vangelo dice, della donna da lui guarita, che Satana teneva legata da diciotto anni: per questo era curva e non poteva alzarsi. ( Lc 13,11-16 )

Quasi che Satana, che la volontà di fare il male l'ha sempre, potesse nuocere a qualcuno se non avesse ricevuto questo potere dall'Onnipotente!

Cos'altro infatti sta scritto nel libro di Giobbe ( Gb 1,6 ) ( che costui, in verità, non accetta ) e, anche più chiaramente, nello stesso Vangelo?

Che gli spiriti immondi non avrebbero potuto entrare nei porci se lo stesso Salvatore benigno, da loro richiesto, mentre avrebbe potuto benissimo relegarli all'inferno, non l'avesse loro accordato, ( Mt 8,31-32; Mc 5,12-13; Lc 8,32-33 ) volendoci insegnare con ciò una cosa fondamentale: che cioè capissimo che questi spiriti, se in virtù delle proprie forze non erano in grado d'arrecar danno neppure a delle bestie, tanto meno avrebbero potuto nuocere agli uomini.

Quanto poi a Dio, che è buono, egli può dare quella potestà per una giustizia a noi occulta, mai però ingiustamente.

12.40 - Gli anticristi

Inoltre quanto l'Apostolo ha detto ( 1 Gv 2, 18.22; 1 Gv 4,3 ) " sulla venuta e sull'arroganza empia dell'anticristo ", costui vuole stravolgerlo a tal segno che noi " riconosciamo in esso il Dio dei Profeti ".

Da ciò ci si convince piuttosto che esso sia il tempio di Dio dove l'Apostolo disse che si sarebbe seduto l'uomo del peccato, il figlio della perdizione, innalzandosi sopra tutto ciò che è Dio e che è venerato. ( 2 Ts 2,3-4 )

Dio vero, invece, è colui nel tempio del quale si sederà quel falso dio a cui appartiene anche costui.

Il quale, infatti, portando il nome di Cristo, che è il nome di Dio, ovvero volendo apparire cristiano, si insuperbisce contro Cristo e si rivela essere un anticristo: non quell'uno che è superiore agli altri, ma uno di quelli di cui l'evangelista Giovanni dice: ora molti anticristi sono apparsi. ( 1 Gv 2,18 )

Così infatti Giovanni chiamava gli eretici che avevano cominciato ad esistere già ai tempi degli Apostoli.

Questi invece cominciarono ad apparire solo dopo l'ascensione in cielo del Signore Gesù Cristo, a partire da quel Simon Mago di cui leggiamo negli Atti degli Apostoli che fu battezzato. ( At 8,13 )

Dopo di lui infatti vi furono suoi discepoli che seguirono i precedenti nella stessa empietà.

Nella successione di costoro il quarto fu Basilide, il primo che osò dire apertamente che il Dio adorato dal popolo ebreo non era il Dio vero.

Dopo di questi venne un certo Carpocrate, che negava che questo mondo visibile fosse stato creato dal sommo Dio, e riteneva che fosse piuttosto stato fatto dai demoni con qualche loro potere particolare.

Egli negava anche che fu Dio a dare la Legge per mezzo di Mosè.

Poi venne Cerdone, il primo - a quanto risulta - che disse che vi sono due dèi, uno buono e l'altro malvagio, molto prima che sorgesse l'eresia dei manichei, l'errore dei quali, nel loro furioso delirio, è più noto.

Discepolo di questo Cerdone fu Marcione. Anche Apelle insegnò tali cose.

Vi furono poi, e vi sono ancora, alcuni patriziani, discepoli di un certo Patrizio, i quali, pure, contestano il Vecchio Testamento.

Tutti costoro apertissimamente insegnano dottrine contrarie al Dio della Legge e dei Profeti, cioè contro il Dio vero dal quale il mondo è stato creato.

In una di queste eresie rientra costui, che io non ritengo un manicheo.

12.41 - La refutazione dello scritto

Ma che sia costui l'autore di questa eresia, o non so quale Fabrizio di cui quello si gloria di esser discepolo, per quanto riguarda il libro che mi hai inviato, credo di aver risposto sufficientemente.

Sono sradicate le midolla del suo furore da cui sono germogliate le bestemmie - espresse in forma di maledizioni e ingiurie molto empie contro Dio, per quanto ricoperte da cangiante loquacità -, che costui ha scritto in quel volume.

Di tali espressioni blasfeme tagliare tutti i rami ad uno ad uno sarebbe stato troppo lungo, ma si dovevano tagliare le radici.

E se ricordate quanto ho scritto contro il manicheo Fausto e contro Adimanto che si vanta di essere stato discepolo di Mani quando ancora viveva, troverete molti argomenti che valgono ugualmente contro costui.

E, forse, se quegli scritti fossero stati letti, non sarebbe stato molto necessario, o forse non lo sarebbe stato affatto, scrivere questo libro.

12.42 - Conclusione e nuova promessa

Ma c'è qualcosa dopo la fine del libro, nella quale costui si compiace dello scarso numero di uomini che seguono il suo errore, perché secondo lui la sapienza è dei pochi.

La qual cosa, nella loro vanità chiacchierona, è comune a tutte le eresie che sono avversarie della chiesa cattolica diffusa su tutta la terra con fertilità abbondante, e tutte si gloriano di aver pochi adepti, ma, allo stesso tempo, cercano come poter sedurre le moltitudini.

Dunque, dopo la fine del libro, ecco, viene fuori l'inizio di un altro, forse dello stesso autore e senza dubbio viziato dallo stesso errore.

Costui comincia ad argomentare che la carne ha un altro autore distinto da Dio: ma, dopo aver detto pochissime cose, tutto termina lì all'esordio.

Ignoro se sia stato lo stesso autore o lo scrittore del codice colui che non ha potuto completare ciò che aveva cominciato.

Ma quanto ai vaneggiamenti di questi uomini che non pensano a ciò che dicono, abbiamo già scritto molte cose nei libri contro i Manichei.

Così, anche all'inizio di questa opera, a quanto credo, sono state poste le fondamenta idonee con le quali il lettore prudente e pio può comprendere che la carne non deve esser sottratta alle opere di Dio per il fatto che lo spirito risulta essere migliore per natura, né è necessario che le cose temporali siano cattive perché ad esse, com'è giusto, sono anteposte le cose eterne, né che i beni terreni debbono essere detestati perché i beni celesti sono migliori.

Tutte le cose infatti sono state create buone da Dio, che è grande nelle cose grandi, ma non è piccolo in quelle piccole.

Quanto all'altro testo il cui inizio sta nello stesso codice, esso è opera di Adimanto, il discepolo di Mani il cui nome proprio è Adda.

Lì si adducono testimonianze desunte da tutt'e due i Testamenti, le quali con inganno molteplice vengono presentate come contrarie fra loro e così dimostrare che essi non possono venire dallo stesso Dio, ma ciascuno da un Dio diverso.

Contro una simile perversa macchinazione ho già scritto molto tempo fa, come poco prima ricordavo, e credo che voi abbiate già questa mia opera.

Ora resterebbero alcuni punti alla fine della stessa opera di Adimanto, ai quali non ho risposto e che sono rimasti in sospeso per il sopraggiungere di alcune cose ( non ricordo quali ) che mi sembravano più urgenti.

Ma, come ho detto, sono tanto pochi, e, se il Signore lo consentirà, vedrò di spiegarli quanto prima.

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