Peccato

IndiceA

… e penitenza in odierna acculturazione

Sommario

I. Peccato nel contesto umanistico odierno.
II. Peccato in odierna acculturazione teologica.
III. Mistica del peccato.
IV. Peccato del mondo e chiesa penitente.
V. Chiesa educatrice alla penitenza.

L'attività peccaminosa si esprime all'interno dell'ordinaria vita umana personale e comunitaria.

Essa si enuclea non qual comportamento indipendente dai sentimenti, dalle preoccupazioni e dalle ambizioni proprie di un'epoca; non in base a regolamenti tecnici estranei alla vita quotidiana.

Anche nell'azione peccaminosa l'uomo riversa tutta la sua aspirazione interiore; vi riflette la sua operosità creativa; vi imprime le sue realizzazioni culturali; vi comunica le recondite aspirazioni personali e comunitarie.

Nel peccato rivela se stesso e le caratteristiche di pensare-amare del suo tempo.

Si comprende allora come possa esistere un proprio stile caratteristico di peccare in ogni epoca e presso ogni civiltà.

Si potrebbe tracciare una storia circa le espressioni concrete di peccare.

Se l'uomo si è riscontrato sempre peccatore, si è caratterizzato tale non in maniera uniforme.

Al presente, nell'atto stesso di peccare, testimonia modi di bontà e di cattiveria, che quelli di ieri ignoravano.

Interessa ora fare un cenno, non sul senso profondo del peccato, neppure sul suo significato perenne di offesa a Dio o di adesione disordinata verso le realtà create [ per tutto ciò: v. Peccatore/Peccato ], bensì sulle maniere specificamente attuali in cui esso può manifestarsi.

I - Peccato nel contesto umanistico odierno

Se nel peccato si riflette in modo disordinato l'assillo umanistico del tempo, quale potrebbe essere quello presente?

Quale ambizione antropologico-culturale è diffusa e soggiacente all'esperienza peccaminosa dei moderni?

Esaminando il modo odierno di peccare, vi si scorge come in filigrana la prepotente rivendicazione dell'autonomia laica.

Non si ritiene grande chi affida il proprio destino terrestre a Dio; ne chi vede il proprio operare dipendente da un aiuto trascendente; ne chi valuta lodevolmente mirabile il contesto cosmico, giacché permeato dalla provvidenza divina.

Quando il moderno sente la necessità di regolare la propria esistenza su una norma, non la ricerca come presente in modo indelebile nel creato, ma la ricava dall'umanismo culturale da lui stesso elaborato.

La mentalità odierna ritiene peccaminoso un comportamento, non tanto perché trascuri il dettame regolatore di Dio, ma perché non si testimonia qual responsabile rifacimento umanistico del mondo e delle istituzioni pubbliche; perché non appare impegnato a ricreare la comunità in modalità sempre più profondamente libere.

Il peccato, se offende Dio, è perché si delinea qual atto che non valorizza l'uomo; perché non apprezza l'umano nella sua autonomia responsabile creativa.

Si è instaurato un senso di peccato meno religioso e meno sacro, ma più concreto nelle sue esigenze umane; meno raffrontato sulla grandezza di Dio, ma più predisposto a raffigurarsi in rapporto all'umanità del Cristo.

Per cogliere gli influssi e gli aspetti reconditi, presenti nell'azione peccaminosa, si è fatto ricorso alle odierne scienze antropologiche.

Una penetrazione approfondita, certamente sconosciuta in passato.

Si giunge a registrare le costanti dell'agire peccaminoso, il senso infraumano del proprio comportamento, le cause inconsce che vi influiscono, le dinamiche strutturali presenti nell'atto morale.

Tutto questo sforzo, penetrativo della realtà soggettiva del peccato, inclina inavvertitamente a ritenere scusato il peccatore, a giudicare il peccato qual espressione umanamente comprensibile, a diminuire la sua portata di male.

Riflettendo sul modo maggiormente religioso, con cui ieri si guardava al peccato, taluno pensa che ci si stia avviando verso una visione prettamente umanistica, senza rapporto con Dio.

Per altri, la tendenza odierna è una inconscia sfiducia sull'umano, concepito come tutto permeato di limite, senza uno sguardo di fede sulla grazia salvifica operante nell'umanità.

Proprio perché la cultura odierna porta a considerare il peccato su una misura antropologica, esso è anche pensato e vissuto in una dimensione altamente politicizzata.

Ci si sente colpevoli, non tanto perché non s'intende realizzare un doveroso riordinamento del proprio intimo, ne perché non ci si costata impegnati a progredire asceticamente, ma perché ci si giudica neghittosi verso le strutture sociali ingiuste; perché si ha coscienza di vivere in una società, che ancora emargina i fratelli; perché popoli e nazioni si trovano nella sofferenza del sottosviluppo.

È vero che ci si sente impotenti di fronte a situazioni così vaste e quasi irreparabili, ma tutto questo non toglie di essere membra responsabili di una comunità corrotta.

L'aspetto antropologico-politico, che caratterizza il peccato moderno, non necessariamente deve essere ritenuto riprovevole.

Anzi esso può e deve essere assunto come esigenza di un valore umano cristianizzabile.

Si richiede che l'autonomìa personale sia purificata dalle sue manifestazioni esasperanti; sia vissuta come un'esperienza della presenza dello Spirito di Cristo nel profondo dell'anima; sia un voler essere liberi secondo il divenire proprio del mistero pasquale.

Similmente la dimensione politica della propria responsabilità deve potersi integrare entro un ambito ecclesiale caritativo, così da vivere il senso di impegno pubblico come un'espressione della comune figliolanza verso il Padre celeste, come una fraternità d'amore in Cristo.

La dimensione antropologico-politica può aiutarci sia a comprendere più profondamente la malizia diffusa nei nostri comportamenti peccaminosi; sia a cogliere i risvolti dei nostri egoismi interiori; sia a renderci coscienti delle responsabilità che vanno oltre gli ambiti del nostro ambiente ristretto; sia a percepire i nostri rapporti con Dio in Cristo da testimoniare e da vivere nelle concrete relazioni fra noi e i fratelli.

II - Peccato in odierna acculturazione teologica

Il discorso teologico moderno per lo più non presenta il peccato qual trasgressione della legge morale: lo tratteggia come rottura del divenire storico salvifico, come rifiuto dell'evento pasquale di Cristo, come rinnegamento della grazia dello Spirito.

Questa costante nella concezione del peccato, colta all'interno del dato biblico cristologico, viene ulteriormente letta e integrata nella pre-comprensione di tre antropologie attuali: idealismo, esistenzialismo e marxismo.

La teologia odierna acculturata in senso idealistico-evoluzionista considera il peccato qual momento inevitabile del cammino dell'uomo verso il suo sviluppo totale; qual espressione dell'incapacità della persona a situarsi in modo integrale, il peccato è quel male destinato ad essere superato e risolto dialetticamente in una successiva raggiunta umanità completa.

Al dire di Teilhard de Chardin, il peccato è il prezzo umano, che dobbiamo pagare, perché incamminati e non ancora arrivati al "punto Omega" ultimo e definitivo; perché non ancora immessi nella comunione di tutti in Cristo.

Anche per Paul Tillich il peccato è l'espressione dello stato attuale imperfetto della creatura, uno stato alienante, proteso verso il Cristo qual "Nuova Creazione".

La teologia odierna acculturata in senso esistenzialista ritiene che il peccato affiori nell'uomo perché, gettato nel mondo, vi accetta il modo comune di vedere e giudicare le cose.

Secondo R. Bultmann l'uomo nel mondo si trova relegato in uno stato di inautenticità.

Inautentico è l'essere che non è se stesso, che non sa essere corrispondente al progetto che fa di se stesso, che si trova caduto nell'impersonale.

E poiché l'uomo per vocazione è un dono vivente di Dio, egli è in peccato quando non sa situarsi in totale dipendenza dal Signore; quando vuoi cercare una sicurezza con le proprie mani; quando non vuol attuarsi nella storia con Dio e per Iddio.

Solo accettandosi, attraverso la fede, come dono del tutto dipendente da Dio in Cristo, può uscire dall'inautenticità.

Secondo K. Rahner, Dio in Cristo si dona all'uomo mediante la grazia e lo rende capace di un intimo incontro immediato con se stesso.

L'uomo, dal lato spirituale, deve essere valutato in base alla sua decisione fondamentale nei confronti della grazia di Dio.

Egli è peccatore se si rifiuta al senso ultimo della vita, ad introdursi nel mistero di Dio, se prende una decisione negativa nei confronti della grazia del Signore.

L'odierna teologia in acculturazione marxista esamina il peccato entro la prospettiva escatologica della salvezza in Cristo.

Tutta la realtà umana è protesa verso le promesse del futuro universale di Cristo; l'esperienza cristiana è qual risposta alla tensione integrale verso il futuro.

Al dire di J. Moltmann e di I. B. Metz, il peccato sta nel non sperare, o nello sperare entro l'ambito della sola propria intimità o in rapporto alla sola comunità ecclesiale, o nel voler costruire una prassi politica non fondata sulla promessa di Dio in Cristo.

L'uomo emerge dallo stato peccaminoso solo se va al futuro identificato in Cristo, con tutto se stesso, recandovi l'intera comunità civico-ecclesiale, in un mondo rinnovato.

Soggiacenti a queste visioni teologiche sul peccato appaiono taluni aspetti comuni.

Innanzitutto è messo in risalto come il peccato sta in rapporto a Dio esclusivamente tramite il Cristo.

In ogni azione peccaminosa si misconosce fondamentalmente l'azione salvifica di Cristo; si rifiuta l'attuazione della nuova umanità secondo lo Spirito.

L'offesa a Dio è attualizzabile e verificabile unicamente raffrontandosi sul Cristo integrale.

In secondo luogo le teologie acculturate nell'oggi mettono in evidenza come esista il peccato distinto dai singoli peccati categoriali; come al fondo di ogni atto peccaminoso vi sia una configurazione costante comune di male, un'opzione generalizzata di malizia.

I singoli peccati sono concretizzazioni o realizzazioni categoriali di una medesima realtà peccaminosa.

Se per l'acculturazione idealistico-evoluzionistica l'aspetto comune peccaminoso sta nel trovarsi in un momento del cammino verso la successiva maturazione dell'umanità, per l'accultuzione esistenzialista esso è costituito dal fatto che l'uomo è relegato in un'esistenza inautentica aggredita dal limite, mentre per l'acculturazione marxista il peccato è segno che non si è raggiunta l'utopia finale sperata.

L'acculturazione teologica odierna non ci presenta una visione esauriente sul peccato, ma solamente talune riflessioni circa il suo rapporto con Cristo e con una società umana incamminata verso il felice futuro adulto dell'uomo.

Il peccato aiuta a comprendere lo stadio provvisorio e inautentico in cui giace l'uomo; in pari tempo fa guardare a un futuro sperato in dimensione politica di bene.

Aspetti che si riesce a comprendere in pienezza, solo se si guarda a Cristo come uomo nuovo, entro il divenire della storia salvifica.

III - Mistica del peccato

Dio, tutt'unità d'amore fra relazioni intratrinitarie, si comunica a noi, inoltrandoci progressivamente a diventare suoi figli adottivi.

La vocazione umana è chiamata alla figliolanza divina.

Il Verbo incarnato è insieme testimonianza e sacramento di questa nostra vocazione.

Noi, attraverso un'ascosi virtuosa, dobbiamo renderci disponibili all'azione dello Spirito di Cristo, che lentamente ci orienta e ci introduce verso questa esperienza caritativa di figliolanza verso il Padre; dobbiamo assecondare il dono inestimabile, che Iddio in Cristo ci offre per una grande liberalità.

Noi cristiani, nonostante il chiaro insegnamento evangelico, di fatto siamo esposti a una fondamentale tentazione: dimenticare che « è Dio che suscita in noi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni » ( Fil 2,13; Ef 3,20; Eb 13,21 ).

Siamo inclini a compiacerci di quanto facciamo di bene; siamo convinti che Dio debba essere riconoscente per la nostra buona volontà; riteniamo che Dio stesso abbia bisogno di noi; pensiamo che basti possedere una propria luce interiore personale per saperci orientare spiritualmente.

Di fronte a questa tentazione, così radicata nel profondo del nostro essere, taluni spiritualisti moderni ritengono che la consapevolezza di costatarci peccatori possa essere provvidenziale.

Simile coscienza abitua a strapparci dalla personale sicurezza di saperci salvare da noi stessi, a sradicare l'orgoglio di essere principio di bene, a liberarci dalla convinzione di essere in possesso di una morale orientatrice.

Se i farisei furono incapaci di aderire al vangelo del Signore, fu proprio perché si ritenevano giusti.

Contro di essi, « che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri », Gesù narra le sue parabole di riprovazione ( Mt 6,1; Mt 23,28; Lc 16,15; Lc 18,19 ).

Ognuno deve, non solo asserire che Cristo salva e per un dono gratuito del suo Spirito, ma anche esperimentare nella propria esistenza come veramente sia il Cristo l'unico reale salvatore, come le proprie forze siano insufficienti a liberarci dal male, come la cattiveria affiori dal proprio intimo e lo affoghi interamente.

Si deve esperimentare, nell'amarezza della propria esistenza, il proprio limite.

Il salmista ripete con angoscia il suo grido: « Vieni a salvarmi, o Dio, vieni presto, Signore, in mio aiuto » ( Sal 40,14).

Allora si deve ritenere che sia necessario fare esperienza del peccato?

Si può pensare che rientri fra i mezzi provvidenziali offerti alla nostra santificazione il fatto che Iddio ci abbandoni fra i peccati?

Possiamo pensare che Dio usi dei nostri peccati per offrirci un bene spirituale?

Giuseppe l'ebreo non ha detto ai fratelli suoi: « Se voi avevate pensato del male contro di me.

Dio ha pensato di farlo servire a un bene »? ( Gen 50,20 ).

Certamente Dio sa trarre un bene anche dal male; sa santificare il peccatore, usufruendo del fatto che è reso cosciente del suo stato peccaminoso; sa potenziare in amore l'anima anche a motivo di una sua esperienza peccaminosa ( Lc 7,47 ).

E, tuttavia, non è questa la via provvidenziale, che egli ha tracciato per il bene degli uomini.

L'essenziale non è l'esperienza di propri peccati compiuti, ma acquisire una consapevolezza mistica del senso del peccato.

È richiesto non tanto di commettere il peccato, che è sempre un'esperienza negativa dal lato spirituale, ma averne coscienza secondo l'insegnamento che interiormente fa percepire lo Spirito di Cristo.

Quando un'anima, anche innocente, vive in partecipazione al mistero pasquale del Signore, allora essa percepisce ed esperimenta l'autentico senso del peccato.

Questo si rivela unicamente all'interno della misericordia di Dio in Cristo.

Troviamo un chiaro esempio dell'esperienza mistica de] peccato nella vita di s. Teresa di Lisieux.

Essa, pur non avendo mai compiuto un peccato mortale, attesta negli Ultimi Colloqui ( 12 agosto 1897 ): « Io mi sento, come il pubblicano, una grande peccatrice.

Io trovavo il buon Dio così misericordioso!…

È straordinario l'aver provato questo al confiteor!…

Ah! come è ben impossibile dare a se stessi tali sentimenti!

È lo Spirito che li dà ».

La santa non esprime qui una pia bugia, per il fatto che si dichiara una grande peccatrice; non assume una falsa posa devozionistica.

Essa è profondamente cosciente che ogni persona umana, per quanto grande, è estremamente piccola, toccata dal limite in ogni suo aspetto, situata in una indistruttibile imperfezione e come necessitata a sdrucciolare in peccati.

Se lei, la piccola Teresa, non ha avuto simile esperienza peccaminosa, è solo per l'amore preveniente del buon Dio.

« Il vostro amore mi ha prevenuta dalla mia infanzia; è ingrandito con me; ed ora è un abisso di cui io non so scrutare la profondità » ( Manoscritti C ).

A motivo della sua esperienza mistica, Teresa si sente intimamente solidale coi peccatori, come una di loro.

Se non è caduta in peccati concreti, è perché il buon Dio l'ha prevenuta con la sua grazia, perché la misericordia divina l'ha sorretta suo malgrado.

Quando negli ultimi giorni della sua esistenza è aggredita da continue tentazioni d'incredulità, è cosciente che in lei affiora la debolezza spirituale interiore del suo essere umano.

E cosi prega il Signore: « La vostra figlia non può che dire a suo nome, a nome dei suoi fratelli: Abbiate pietà di noi.

Signore, perché noi siamo dei poveri peccatori!…

O Signore, rinviateci giustificati…

O Signore, se è necessario che la sudicia tavola ripiena di amarezza, ove mangiano i poveri peccatori, per essi sia purificata da un'anima che voi amate, io voglio ben mangiarvi da sola il pane della prova, fino a quando vi piaccia di introdurmi nel vostro luminoso regno.

La sola grazia, che vi chiedo, è di non mai offendervi» ( Manoscritti C ).

IV - Peccato del mondo e Chiesa penitente

Il peccato originale ha principiato ad esistere coi progenitori: è stata l'insana pretesa di rendersi indipendenti da Dio, il quale aveva offerto la via salvifica nel Verbo [ v. Peccatore/Peccato II,1 ].

L'orgoglio del peccato originale ha contaminato ogni persona, ogni attività umana, ogni istituzione e tutta la realtà mondana esistente.

Si è costituita come un'atmosfera dissipante di male, in cui ogni essere e tutto l'essere creato respirano.

Se il peccato originale si è delineato nella sua essenzialità fin dall'inizio, esso si va acculturando in modalità nuove nei secoli successivi.

Noi tutti siamo implicati e responsabili al come oggi esso si configuri e come influisca sulle strutture ambientali.

I teologi odierni parlano di peccato originale come "peccato del mondo", che si tramanda qual contesto generale, che si pone qual modo comune di vivere deviato.

Il peccato del mondo ci fa comprendere come, oltre i peccati dei singoli con ripercussioni sociali, esista sia un disordine incarnato nelle istituzioni e nelle strutture pubbliche, sia l'atteggiamento peccaminoso comunitario vissuto dall'insieme di gruppi.

L'episcopato italiano ha osservato: « La denuncia del peccato collettivo, quando non sia un alibi, quando cioè non intenda escludere la complicità personale, segna un vero progresso nella coscienza religiosa e morale dell'umanità».1

Oltre il mondo, la stessa comunità ecclesiale è intaccata da peccato.

La chiesa si delinea contemporaneamente come santa e peccatrice, come sacramento di salvezza e istituzione bisognosa di purificazione, come comunità di già redenti in Cristo e non-ancora santificati dal sangue del Signore, come realtà che inaugura il regno di Dio e ancora peregrinante nel mistero pasquale terreno.

Il concilio Vat II attesta che la stessa chiesa deve vivere come penitente, sia pure che essa appaia riconciliata una volta per sempre in Cristo ( Ef 2,15-16; Col 1,19-20 ).

« La chiesa, che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, mai tralascia la penitenza e il suo rinnovamento » ( LG 8 ).

Il concilio suggerisce un aspetto particolare dell'esperienza penitenziale ecclesiale: offrire preghiere ed opere per ottenere da Dio il perdono dei peccati dei fedeli.

Una solidarietà essenziale per la carità ecclesiale.2

La chiesa deve caratterizzarsi come penitente anche in altri modi.

Essendo istituzionalizzata in aspetti integrativi umani, ha bisogno essa stessa di purificarsi dai segni del peccato.

Comunità santa, rimane tuttora segnata dalle conseguenze del peccato: è continuamente impegnata nel convertirsi alla purità immacolata del suo Signore.

Inoltre, la chiesa è peregrinante in una forma temporale verso la sua realtà celeste caritativa.

Cristo ha permeato la sua chiesa di penitenza pasquale, al fine di orientarla ad essere il suo corpo glorioso pneumatizzato; l'ha lasciata in una purificazione progressiva per renderla segno e presenza storica del suo giudizio salvifico.

Proprio perché ha in sé lo spirito di Cristo, la chiesa esperimenta il senso più profondo del peccato.

Essa è la più grande penitente, giacché impersona il sacramento del mistero pasquale di Cristo.

Sarebbe certamente una grave tentazione per la chiesa il cercare di giustificarsi nel suo stato imperfetto, invece di essere penitente protesa verso la propria conversione.

Il cristiano svolge, in ogni suo atto penitenziale, una penitenza comunitaria in vantaggio di tutta la chiesa: è peccatore-penitente in quanto è membro della chiesa.

Non può mai prescindere da una costante responsabilità ecclesiale.

Nello stesso tempo la sua penitenza-conversione non può attuarsi senza che la chiesa si offra come il sacramento comunitariamente vissuto di penitenza.

La comunità ecclesiale si immedesima nel mistero pasquale di Cristo ora attualizzato, così da essere segno efficace della grazia operante nel penitente.

Quando il peccatore si accusa di impenitenza, la comunità cristiana in lui si sente accusata di non essere sufficientemente testimone di penitenza salvifica; quando il peccatore soddisfa con serietà il suo peccato, è tutta la comunità ecclesiale che si percepisce incamminata in un rinnovamento.

V - Chiesa educatrice alla penitenza

Tutta la vita cristiana è chiamata ad esprimersi come penitenziale, anche se la penitenza non è il tutto della vita cristiana.

L'esperienza penitenziale, armonizzata sulle altre dimensioni essenziali cristiane, è l'oggetto costante della pastorale cattolica.

La pratica della penitenza deve essere inculcata ad ogni fedele, in modo confacente alla sua maturità umana e spirituale, così da fargliela apprezzare come un dono dello Spirito.

La pastorale non si limita a inculcare la penitenza nella sua catechesi; non la presenta esclusivamente una verità da credersi.

Si impegna a farla vivere comunitariamente dai singoli qual esperienza irrinunciabile, qual costume quotidiano, qual pratica continua.

Anche se esistono momenti forti, in cui cerca con rinnovato impegno di farla amare.

Ogni realizzazione penitenziale presso i cristiani deve essere considerata una tappa provvisoria.

La pastorale deve essere critica su quanto è stato fatto; deve essere creativo-profetica su quanto potrebbe essere ulteriormente realizzato; deve essere orientata costantemente verso una penitenza più profondamente autentica.

La pastorale penitenziale si preoccupa di educare i singoli credenti alla penitenza in un contesto di gruppo ecclesiale, dato che la penitenza cristiana si esprime più autenticamente in un contesto comunitario ecclesiale.

Il penitente ha bisogno di essere sorretto e confortato dalla chiesa nel raffrontarsi sulle proprie mancanze e sulla necessità di ottenere perdono da Dio; di essere educato progressivamente al senso penitenziale fra i fratelli nella fede.

La stessa ammissione al sacramento della penitenza deve tradursi ad essere un cammino di maturazione penitenziale.

Il sacramento della confessione non è tanto un facile espediente per ottenere il perdono da Dio circa i peccati personali, ma un introdursi ecclesialmente nella partecipazione al mistero pasquale del Signore.

La pratica pastorale e la pedagogia avevano perfino immaginato l'opportunità di accostare i fanciulli alla comunione eucaristica molto prima della prima confessione sacramentale: è necessario « un itinerario lento e una preparazione più lunga dei fanciulli alla penitenza », che non alla prima comunione.3

La preparazione al sacramento della penitenza è opera fra le più impegnative e delicate, che non è possibile realizzare senza la cooperazione attiva di genitori ed educatori.

Non si presenti ai fanciulli il pentimento motivato per aver leso una legge, di cui Dio è garante.

Nella pratica penitenziale essi devono essere iniziati a una comunione con Cristo, nella gioiosa festività ecclesiale suscitata e creata dalla pasqua del Signore.

I bimbi non devono riportare il convincimento che vanno a riconciliarsi con il confessore: essi si sentono aiutati a incontrarsi con Gesù presso la comunità ecclesiale.

Si va dal Signore, che ama ognuno, anche se peccatore; che intende perdonare chiunque, se veramente vuoi vivere con lui, se penitenzialmente si introduce in un contesto ecclesiale di preghiera supplichevole fra i fratelli.

Bisogna che fin da fanciulli i cristiani abbiano qualche vera esperienza gioiosa di incontrarsi con il Signore, fra gli altri e con gli altri, in rapporto alla stessa penitenza.

« Ora mi sento commuovere / nel ricordo di un tempo, quando andavo alla casa di Dio / fra moltitudini in festa » ( Sal 42,5).

L'adolescente ha una personalità fondamentalmente narcisistica.

Il suo rapporto dialogico con Dio rischia spesso di snaturarsi in un monologo egocentrico, così da proiettare su Dio gli inappagati propri desideri di onnipotenza.

L'educazione pastorale, inculcando sentimenti penitenziali, apre l'io adolescenziale verso la sicurezza d'essere perdonato da Dio; lo immette in un dialogo col Signore, nel rinnovo dell'Alleanza, facendogli percepire il senso della dimensione ecclesiale.

Presso i ( v. ) giovani la penitenza sacramentale è difficoltosa: essa sembra implicare dissonanze fra segno di riconciliazione e realtà umana; come se il mondo presente si dovesse ritenere unicamente un'occasione fortuita per acquistarsi il regno futuro.

I giovani maturano al senso penitenziale, quando possono considerarlo un incitamento e un aiuto a realizzare il mondo nella risurrezione del Cristo.

Per essi l'iniziazione alla penitenza è lietamente realizzabile, se include conversione alla realtà del mondo; se si immette nella logica di una carne tutt'intera da risorgere in Cristo.

I giovani chiedono che la conversione al Cristo sia vissuta qual momento della scoperta profonda del senso del mondo, qual via per ridonarsi alla realtà concreta rifatta nella sua autenticità, qual modo per ricostruire la novità in continuo attuarsi del creato, qual senso di solidarietà responsabile di fronte ai mali comuni.

La pastorale deve ingenerare il senso penitenziale in armonia alla psicologia delle diverse età del credente, in corrispondenza alle sue situazioni personali spirituali, in sintonia con la sua maturità sociale ed ecclesiale.

La pastorale penitenziale è un impegno continuato nella chiesa, oltre perché il credente è in crescita psicosociale ecclesiale, anche perché la penitenza deve essere fatta vivere secondo le sensibilità umanistiche nuove.

« Il contesto culturale nel quale viviamo registra un sovvertimento della gerarchia dei valori e ne segue la crescita di un'altra, nuova e diversa, la quale mette al primo posto valori un tempo dimenticati o messi agli ultimi posti e ignora invece valori un tempo preminenti […].

Per questo la conversione battesimale deve prolungarsi in una conversione permanente che, pur ritrovando i suoi momenti salienti nei sacramenti dell'iniziazione, dovrà estendersi all'intera esistenza cristiana ».4

[ Questa voce funge da naturale complemento a v. Peccatore/Peccato e a Penitente ].

… originale  
Descrizione biblica Peccatore II
Espresso in antinomie Antinomie I
  Ateo III
… e integrità naturale Psicologia I
… in acculturazione odierna Peccato I

S. G. B. de La Salle

Facendo penitenza e rinunciando al peccato ci prepariamo bene a ricevere Gesù Cristo MD 4,1-2
Gesù Cristo desiderava soffrire e morire MD 25,1
Passione e morte di Gesù nostro Signore MD 27
Le cinque piaghe di Gesù Cristo MD 28
La risurrezione del Signore MD 29,2
Meditiamo sulla fede da cui è penetrata un'anima che è risuscitata secondo la grazia MD 32,1
Necessità della preghiera MD 36,2
Cosa si deve chiedere a Dio nella preghiera MD 39,1
Il secondo effetto che lo Spirito Santo produce in un'anima è farla vivere e agire mossa dalla grazia MD 45,1
Dispensarsi dalla Comunione è un errore, perché essa è il rimedio per tutte le infermità della nostra anima MD 51,1-2
La prima preoccupazione di chi insegna dev'essere quella di allontanare i suoi alunni dal peccato MD 56,2
Abbandonarsi alla Provvidenza MD 67,1
Chi ha rinunciato allo spirito del proprio stato, quali mezzi deve prendere per riacquistarlo? MD 68,2
Il peccato e la sregolatezza in una Comunità sono l'abominazione e la desolazione nel luogo santo MD 77,2
Immacolata Concezione della SS.ma Vergine MF 82
San Benedetto MF 111,3
Annunciazione della Beata Vergine Maria MF 112,2
Natività di S. Giovanni Battista MF 138,2
Trasfigurazione di Nostro Signore MF 152,1
Assunzione della SS.ma Vergine MF 156,2
Decollazione del Battista MF 162,2
San Romano arcivescovo di Rouen MF 181,2
Santa Elisabetta MF 190,2
Zelo che un Fratello delle Scuole Cristiane deve manifestare nell'esercizio del suo ministero MR 202,1
I Fratelli delle Scuole Cristiane hanno l'obbligo di riprendere e di correggere le colpe che commettono i loro alunni MR 203,2

Metodo di orazione

Mezzi per purificarsi dal … 73c
Cuore svincolato dai più piccoli … 100 - 101
Gesù vittima di espiazione per i nostri … 83a
Distruzione del … 83c - 167 - 195 - 200
Soddisfazione per il … 79 - 280 - 282h
Anima purificata dal … e dall'affetto al … 101 - 119
Occasione di … 18 - 148
… ombra della morte 22
Non commettere il minimo … 46
Guerra al … 49d
Avere sempre in vista il nostro … 127c - 155a - 159a
… rende indegno delle grazie di Dio 138e
Liberazione dal … 148 - 149b
… nostro fatto personale 153a
L'uomo è nulla e … 153c
… contrario a Dio 155a
Siamo stati concepiti nel … 155a
Chiedere perdono di tutti i nostri … 155c
Risoluzione di non commettere più … 156
Remissione dei … 15b
Determinazione di abbandonare il … 157
… dimenticati da Dio 157
… non imputati 157
… considerevoli 159d
Orrore per il … 142 - 160 - 165a - 195
Avere il … in abominazione 142
… coperti dal velo della divina misericordia 160 - 163
Dio distoglie lo sguardo dal … 159c
Cuore portato al … 165b
… nascosti dinanzi a Dio 167
Perdono dei nostri … 196 - 200e
Inclinazione al … 200b.e
Grazie per evitare il … 200d
Enormità dei nostri … 201b
… rende schiavo dal demonio 218b
… merita la morte eterna 218b

1 CEI, Evangelizzazione e sacramenti della Penitenza e dell'Unzione degli infermi, Roma 12 luglio 1974, n. 43
2 Rituale Romanum, Ordo Paenitentiae, Vaticano 1974, III, 8
3 Conferenza episcopale del Lazio, L'iniziazione cristiana. Indicazioni e norme per una pastorale regionale, Torino-Leumann, LDC 1975, pp. 30-31; Commission épiscopal francaise de l'Enseignement religieux, La pratique pastorale de la première confession et de la première communion des enfants, in La Documentation Catholique, 56 (1974), n. 6, pp. 265-266.
Le Congregazioni per i Sacramenti e il Culto divino e per il Clero hanno dichiarato che non è lecito dare la prima comunione avanti la recezione del sacramento della penitenza (20 maggio 1977)
4 CEI, Evangelizzazione e sacramenti della Penitenza e dell'Unzione degli infermi, n. 12